E’ passato un anno da quando il fenomeno della cannabis light è esploso in Italia. Iniziato in sordina con poche persone che avevano capito da subito le sue potenzialità, oggi è una vera e propria realtà che ha portato una piccola rivoluzione nel mercato della cannabis e nel panorama agricolo italiano più in generale. Si tratta di infiorescenze a basso contenuto di THC ricche di CBD, cannabionide non psicoattivo oggi al centro della ricerca scientifica per le proprietà terapeutiche, ed altri cannabinoidi, derivate dalle varietà di canapa certificate ed iscritte nel catalogo europeo.
E’ un’operazione che in Italia è nata con due realtà EasyJoint e Marymoonlight, che si sono proposte sul mercato proponendo infiorescenze ricavate da gentiche di canapa industriale: la prima facendole coltivare in Italia anche per mostrare le potenzialità di questa coltivazione agli agricoltori italiani, la seconda, almeno agli inizi, importando varietà dalla vicina Svizzera dove il mercato era partito con almeno un anno di anticipo.

L’idea iniziale era quella di forzare la legge sulla canapa industriale, la 242 del 2016, stando comunque all’interno della legalità, in un’operazione che univa le istanze antiproibizioniste all’idea di sviluppare nuove economie sostenibili grazie alla pianta dai mille usi, recuperando al contempo centinaia di ettari abbandonati dal nord al sud della penisola per farli tornare ad essere produttivi.
All’approvazione della legge molti avevano storto il naso proprio perché la norma sulle infiorescenze era stata eliminata prima della stesura del testo finale, nonostante fosse autorizzata la coltivazione florovivaistica e quindi anche la commercializzazione di fiori recisi.

Ora il governo ha deciso di togliere qualsiasi dubbio: nella circolare diffusa ieri dal Mipaaf infatti le infiorescenze e il loro commercio viene messo nero su bianco spiegando che: “Pur non essendo citate espressamente dalla legge n. 242 del 2016 né tra le finalità della coltura né tra i suoi possibili usi, rientrano nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo, purché tali prodotti derivino da una delle varietà ammesse, iscritte nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, il cui contenuto complessivo di THC della coltivazione non superi i livelli stabiliti dalla normativa, e sempre che il prodotto non contenga sostanze dichiarate dannose per la salute dalle Istituzioni competenti”.

E’ stato poi il vice ministro Andrea Olivero a chiarire che questa circolare è “un provvedimento necessario per chiarire i possibili usi della canapa coltivata nell’ambito del florovivaismo in modo da attuare pienamente una buona legge e precisarne il suo campo di applicazione”, sottolineando che: “In questo modo agevoliamo anche l’attività di controllo e repressione da parte degli organi preposti”.

Secondo uno studio preliminare commissionato da Easyjoint a Davide Fortin, ricercatore italiano e dottorando alla Sorbona, nonché collaboratore del Marijuana Policy Group, la cannabis light a regime potrebbe portare all’Italia fatturato annuo di 44 milioni di euro, 960 posti di lavoro stabili e 6 milioni l’anno di entrate fiscali per lo Stato.

Intanto il boom per la canapa italiana non accenna a fermarsi: nel giro di 5 anni siamo passati dai 400 ettari seminati a canapa nel 2013, ai 4mila che si prevede saranno seminati nel 2018: certo, siamo ancora lontani dagli oltre 100mila ettari che si coltivavano in Italia ad inizio del 1900, in larga parte in Emilia Romagna e Campania, quando eravamo considerati i primi a livello mondiale per la qualità della fibra prodotta ed i secondi al mondo per volume di produzione; ma siamo sulla buona strada per tornare a prenderci un primato tutto italiano che il proibizionismo e le produzioni di fibre sintetiche e prodotti derivati dal petrolio, avevano oscurato.