Finiremo per mangiarci le mascherine. Sembra una battuta sulla crisi economica degli italiani invece è ciò che accadrà se si continuerà a convivere con il Coronavirus ignorando l’ambiente. Il Politecnico di Torino prevede che durante la fase 2, solo in Italia, serviranno circa 1 miliardo di mascherine e mezzo miliardo di paia di guanti al mese. Se solo l’1% delle mascherine non venisse smaltito correttamente e si disperdesse in natura, avremo 10 milioni di mascherine al mese sparse nell’ambiente. Vedendo le mascherine e i guanti gettati a terra un po’ ovunque nelle nostre città, un assaggio c’è già stato, ma una volta a terra, che fine fanno? Si frammentano in microplastiche e finiscono nelle acque delle fognature, dei fiumi, dei mari. Una volta lì finiscono nei pesci e nei crostacei, che le ingeriscono scambiandole per cibo, plancton. E così, tornano da noi, nei nostri piatti. 

Intendiamoci, quanto a plastica, già prima del Coronavirus, mangiavamo l'equivalente di una carta di credito, 5 grammi, oltre 2000 micro-frammenti di plastica. A dirlo era stato lo studio No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People dell’Università australiana di Newcastle e commissionato dal Wwf, che combinava i dati di oltre 50 precedenti ricerche. La ricerca ha confermato contaminazioni di microplastiche nella birra, nel sale, nel pesce e nei frutti di mare, ma soprattutto nell’acqua, sia di rubinetto che di bottiglia. La maggior parte delle microplastiche ingerite sono più piccole di 5 millimetri e si trovano soprattutto nelle acque, sia in quelle di superficie che in quelle delle falde. E se l’università australiana sembra troppo lontana, basta farsi una gita alla foce del Po, a Pila, in provincia di Rovigo. Dopo avere percorso 652 chilometri, ogni minuto il Po scarica nel mare Adriatico oltre 7 chilogrammi di microplastiche, che diventano 465 kg all’ora, 11 tonnellate al giorno, e più di 4mila tonnellate all’anno. Numeri impressionanti, frutto del primo monitoraggio delle acque fluviali realizzato l’anno scorso, prima del Covid, in occasione del Keep Clean and Run, un'iniziativa nata nel 2015 per contrastare l'abbandono di rifiuti in natura.

Entro il 2050 la quantità plastica in mare supererà quella dei pesci. Fanpage se ne era occupata nel 2019, in occasione di uno studio della Fondazione Ellen MacArthur. Già prima dell’avvento delle mascherine e dei guanti, il nostro mare Mediterraneo, un bacino semi-chiuso fortemente antropizzato, con un limitato riciclo d’acqua e un alto rischio di accumulo e di perdita delle biodiversità delle specie, stava letteralmente soffocando dalla plastica. E così gli animali che lo abitano o che lo sorvolano. Tartarughe soffocate in sacchetti di plastica, uccelli incastrati nelle reti, lo scenario è vario, ma la tristezza non cambia. “Non è una questione di riserve, aree protette o meno – diceva nel 2018 Francesca Garaventa, una ricercatrice dell’Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova (Ismar), che insieme all’Università Politecnica delle Marche (Univpm) e a Greenpeace Italia, aveva analizzato dei campionamenti di acqua di mare prelevata in 19 stazioni lungo la costa italiana, da Genova ad Ancona. “Alle Tremiti, nonostante la protezione di quei mari, c’erano più microplastiche finite lì a causa di correnti e vortici che non in altre zone d’Italia. Nessun luogo è completamente al sicuro dagli inquinanti della plastica. Nella stazione di Portici (Napoli) zona a forte impatto antropico, si trovano valori di microplastiche pari a 3,56 frammenti per metro cubo, ma valori non molto inferiori – 2,2 – si trovano anche alle Isole Tremiti”. Ai 14 tipi di polimeri (derivati dalla plastica) identificati nel 2018 ora si aggiungeranno quelli delle mascherine usa e getta, il cui tessuto non tessuto non è biodegradabile ed è composto principalmente di plastica. Durante il lockdown, con le fabbriche ferme, abbiamo gridato al miracolo, la natura si è ripresa i suoi spazi, dicevamo, il mare è rinato. Acqua cristallina, sì, così cristallina da vederci nitidamente galleggiare le mascherine già ad aprile.

E ora? “Dopo i progressi raggiunti con fatica, siamo tornati indietro di 20 anni” dice amareggiato Andrea Minutolo, responsabile del comitato scientifico di Legambiente Italia, raggiunto al telefono da Fanpage. “Guanti e mascherine non sono riciclabili, vanno buttati nell'indifferenziata. Smaltirli non è un problema, il loro peso è tale che incidono dello 0,4 % circa sui rifiuti urbani. Il problema sorge con la negligenza del cittadino, non con lo smaltimento, perché la pericolosità di questi oggetti risiede proprio nella leggerezza dei loro materiali. Guanti e mascherine sono oggetti leggeri, trasportabili con il vento, scomponibili, che si disperdono facilmente nell'ambiente, e altrettanto facilmente si frammentano in microplastiche”. Il danno ambientale di anche solo l'1% di questi oggetti dispersi in natura? “Incalcolabile”. Con pioggia e vento guanti e mascherine vanno a finire ovunque, nelle fognature, negli impianti di depurazione, nel mare, un rischio la cui pericolosità è difficile da quantificare, già gli studi sulle microplastiche sono relativamente recenti, quelli sulle nanoplastiche, più piccole, sono addirittura in via di sperimentazione. Non eravamo pronti a un ritorno così prepotente della plastica nella nostra vita quotidiana, pensiamo anche al packaging delle monoporzioni e dei prodotti usa e getta che saremo costretti a usare chissà per quanto tempo a causa del virus”. “L'emergenza sanitaria prevale su tutto – sottolinea Minutolo – ed è importante attenersi alle profilassi igieniche, ma in vista dell'estate, con l'affollamento delle coste, invitiamo a usare le mascherine in cotone lavabile”. Oppure, a centrare il cestino quando si buttano quelle usa e getta. A meno di non volersele ritrovare nel piatto.