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29 Maggio 2021
14:56

Arrestato medico oncologo a Bari: “Vendeva farmaci (gratuiti) a paziente per curare un tumore”

Giuseppe Rizzi, all’epoca dei fatti oggetto di indagine dirigente medico dell’ospedale Giovanni Paolo II, in concorso con la sua compagna avvocata avrebbe convinto un paziente gravemente malato che soltanto pagando un medicinale a carico del Servizio sanitario nazionale avrbero avuto salva la vita. Il paziente nel frattempo è morto; l’Istituto tumori a marzo lo aveva licenziato.
A cura di Biagio Chiariello
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Si sarebbe fatto pagare più di 130mila euro da un paziente, poi morto, per somministrargli farmaci oncologici salvavita gratuiti. Per questo motivo Giuseppe Rizzi, medico oncologo in servizio fino a circo un anno fa all'Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari, è stato arrestato dai carabinieri. Deve rispondere di concussione aggravata e continuata, in concorso con la sua compagna, l’avvocatessa Maria Antonietta Sancipriani.  Oltre alla misura cautelare nei confronti di Rizzi (attualmente ai domiciliari) i carabinieri hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo per equivalente del valore di 136 mila euro. Durante l’attività di perquisizione i militari hanno rinvenuto reperti archeologici ed altre ingenti somme di denaro (pari a circa 1 milione e 900mila euro) tutte sequestrate preventivamente. Per il ritrovamento è stata chiesta la consulenza di personale specializzato del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico.

Le indagini dopo la denuncia dei familiari del paziente morto

I fatti oggetto d'indagine risalgono al periodo compreso tra dicembre 2018 e dicembre 2019. Erano stati familiari del paziente a sporgere denuncia dopo la sua morte. I carabinieri hanno così accertato che il medico, all'epoca dirigente nel dipartimento di Oncologia dell'Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari, in orario di servizio e anche fuori turno, e comunque non in regime di attività intra od extramoenia, avrebbe eseguito prestazioni mediche, in particolare iniezioni di un farmaco oncologico salvavita, la cui somministrazione è totalmente gratuita (a carico del Servizio sanitario nazionale) costringendo l'uomo al pagamento in suo favore di importanti somme di denaro e di altre utilità, sia nella struttura ospedaliera sia nella sede del patronato Caf gestito dalla compagna co-indagata, adibito illegalmente ad ambulatorio medico.

Le condotte – dicono gli inquirenti – venivano poste in essere dalla coppia approfittando delle gravi condizioni psico-fisiche della vittima che versava in uno stato psicologico di soggezione e di reverenza oltre che di totale fiducia nel suo medico, al punto di indurre la vittima a riconoscerlo quale unico referente in grado di garantirgli la sopravvivenza e così ottenendo illecitamente la somma di denaro contante di circa 130 mila euro, regali e lavori edili nella sua villa a Palese". Al paziente il medico avrebbe dato "false speranze di sopravvivenza" e l'uomo, "pur di restare in vita, continuava a soddisfare le ingenti e costanti richieste di denaro del professionista, dilapidando a sua volta il proprio patrimonio tanto da dover ricorrere agli aiuti economici di amici e parenti".

L'oncologo licenziato a marzo

Giuseppe Rizzi era stato licenziato dall'istituto Tumori ‘Giovanni Paolo II' di Bari il primo marzo scorso "con licenziamento disciplinare senza preavviso proprio a causa dei comportamenti posti in essere nei confronti di un paziente oncologico e dei suoi familiari»" Lo rende noto il commissario straordinario dell'istituto, Alessandro Delle Donne, che esprime "un sentito ringraziamento alle forze dell'ordine per l'attività di indagine svolta, che ha permesso di accertare, anche nelle sedi giudiziarie, un fatto gravissimo, potenzialmente idoneo a gettare discredito sull'immagine dell'Istituto". "L'Istituto Tumori – prosegue – esprime inoltre piena soddisfazione per la collaborazione con le forze dell'ordine e con l'autorità giudiziaria a cui la direzione strategica si era rivolta, fin da subito, per segnalare le gravi condotte che avevano già motivato il licenziamento disciplinare". "Fatti di tale gravità – conclude Delle Donne – non devono succedere, mai, soprattutto nei luoghi in cui il patto di alleanza terapeutica fra medico e paziente deve fondarsi su un fortissimo rapporto fiduciario improntato all'etica deontologica e professionale".

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