Anziano morto in cantina a Piacenza, il figlio: “Non l’ho ucciso. Era lì perché malato. Per anni ci ha picchiati”

"Per anni ci ha picchiati, ma non l’ho ucciso. Quella sera gli ho dato da mangiare e sono andato a lavorare: al ritorno l’ho trovato morto. Non lo abbiamo mai maltrattato, l’ho curato come potevo". È così che Giuseppe Alberti ha provato a difendersi davanti al gip e al pm, ieri 31 marzo, durante l’interrogatorio di garanzia durato circa quattro ore. L’uomo deve rispondere dell'omicidio del padre: l'85enne Luigi Alberti è stato senza vita nel seminterrato della sua abitazione a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza. Arrestato insieme alla madre a cinque mesi dal ritrovamento del corpo, ha respinto ogni accusa: dice di non aver neanche mai colpito il genitore. Anzi, secondo la sua versione, sarebbe stato lui stesso vittima di violenze.
Il 50enne si trova però in carcere con l'accusa di omicidio volontario aggravato, sequestro di persona e maltrattamenti. I suoi legali hanno chiesto la revoca della misura cautelare o perlomeno una sua attenuazione. Il gip deciderà nei prossimi giorni. La moglie 81enne della vittima è invece ai domiciliari per concorso in sequestro di persona e maltrattamenti. Si è sentita male nei giorni scorsi e il suo interrogatorio è stato rimandato.
La vittima soffriva di gravi patologie invalidanti, con difficoltà di deambulazione e problemi di orientamento, condizioni che – secondo la versione del figlio – avrebbero reso necessario tenerlo in uno spazio controllato per evitare rischi. Lì Giuseppe Alberti ha raccontato di averlo visto per l’ultima volta, la sera prima della sua morte.
In quell'occasione l'ha nutrito, poi è uscito. Al rientro, il mattino successivo, lo avrebbe trovato senza vita. Le ferite riscontrate sul corpo, ha aggiunto nell'interrogatorio, sarebbero riconducibili a cadute accidentali, aggravate dall’assunzione di farmaci anticoagulanti che avrebbero provocato abbondanti perdite di sangue. Anche gli schizzi di sangue rinvenuti nel seminterrato, secondo l’indagato, sarebbero legati a questi episodi.
Una ricostruzione che contrasta con quanto emerso dalle indagini. “Il sopralluogo tecnico – riferiscono i carabinieri insieme alla procuratrice di Piacenza Grazia Pradella – ha rivelato una realtà diversa: la vittima non era morta in camera da letto, ma era stata spostata e ricomposta dopo il decesso per simulare una fine serena”.
Luigi Alberti sarebbe stato, di fatto, segregato in quella cantina, in un locale angusto, senza riscaldamento e in condizioni igieniche precarie. Sarebbe stato inoltre privato di cure adeguate e assistenza medica, nonostante la presenza di piaghe da decubito, e costretto a vivere in condizioni incompatibili con la sua fragilità. Dunque, un quadro assai più grave quello descritto dagli investigatori.
Secondo gli accertamenti, supportati anche da intercettazioni e analisi del Ris di Parma, non si escludono episodi di violenza, come suggerirebbero appunto le tracce di sangue sulle pareti del seminterrato. Elementi che hanno portato gli inquirenti ad avanzare anche l'accusa di maltrattamenti e sequestro di persona, oltre che quella di omicidio.