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“Anni di sfruttamento e lavoro ‘in nero’, poi ho avuto una gravidanza a rischio e mi hanno lasciata a casa”

Giulia (nome di fantasia, ndr), 35 anni, ha deciso di contattare Fanpage.it per raccontare la sua esperienza nel mondo del lavoro e la grande delusione arrivata quando, dopo aver subito anni di sfruttamento e lavoro ‘in nero’, è rimasta incinta ed è stata lasciata a casa. “Ho avuto una gravidanza a rischio e mi sono dovuta fermare, al termine del periodo mi hanno detto che l’azienda era andata avanti senza di me”.
A cura di Eleonora Panseri
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Immagine di repertorio
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Giulia (nome di fantasia, ndr) ha 35 anni e viene dalla Puglia. Qualche tempo fa ha deciso di contattare Fanpage.it per raccontare la sua esperienza nel mondo del lavoro e la grande delusione arrivata quando, dopo aver subito anni di sfruttamento e lavoro ‘in nero', è rimasta incinta ed è stata lasciata a casa.

"Sono entrata in quest'azienda anni fa, quasi per caso, tramite amicizie in comune. Cercavano una figura di supporto nel commerciale e, inizialmente, visto che si trattava di un progetto nuovo, non ricevevo nemmeno una retribuzione. Dopo un po' di tempo il datore di lavoro mi disse che mi avrebbe dato 600 euro, senza però mai farmi un regolare contratto. E tutto questo per quasi 4 anni", spiega Giulia.

"Nel lavoro ci mettevo l'anima, anche se spesso mi veniva detto che non ero capace, che non capivo nulla", racconta la ragazza che, poco prima dell'avvento del Covid, viene assunta con un contratto di tirocinio: "Quattrocento euro venivano dati dalla Regione, l'azienda aggiungeva solo 250 euro per un totale di 650 al mese".

Con l'arrivo della pandemia e la limitazione degli spostamenti, i fondi regionali vengono bloccati perché gli stagisti non erano essenziali. "Il lavoro era pochissimo, noi stavamo a casa e in quel periodo non siamo stati nemmeno pagati. – prosegue Giulia – Ma noi all'epoca, capendo la situazione, non avevamo avanzato richieste, speravamo solo che alla fine si sarebbe risolto tutto per il meglio".

L'attività a poco a poco riprende e nel gennaio 2021 il datore di lavoro chiede ai suoi dipendenti di lavorare con partita iva. "Nel mio caso era stato stabilito un fisso mensile di 600 euro, più le provvigioni, che sottoponevo all'azienda sotto forma di fattura, la stessa azienda si impegnava a corrispondermi anche una somma relativa al calcolo delle tasse che avrei pagato in regime forfettario".

"Il datore di lavoro mi disse che, visto che c'era stata la pandemia, non poteva assumere. – racconta ancora Giulia – Io fatturavo 1500 euro al mese, ma sapevo che 1200 erano miei e 300 di tasse, che mi pagavano loro. Nel mentre, mi ero iscritta di nuovo all'Università, che avevo interrotto. Mi mancavano pochi esami e a luglio 2022 ero anche riuscita a laurearmi".

Pochi mesi dopo però la donna si accorge di essere rimasta incinta, ma per qualche tempo decide di non dirlo a nessuno e di continuare a lavorare: "Dopo alcune settimane, una mattina mi sono trovata in un lago di sangue: avevo avuto un'emorragia e al pronto soccorso mi avevano diagnosticato un distacco di placenta".

Per settimane Giulia è costretta a rimanere a letto e a comunicare al lavoro la sua situazione: "Purtroppo, non era una cosa che dipendeva da me, pensavo che comunque avevo dimostrato quanto valevo e, tra l'altro, non pretendevo nulla a livello economico. L'unica garanzia che mi aspettavo è che, una volta passato il periodo, sarei rientrata".

Dall'azienda la chiamano per sapere come sta e, in qualche modo, rassicurandola sul fatto che, al termine della gravidanza, Giulia sarebbe rientrata. "Ma quando sono andata a parlare con il datore di lavoro per capire in che modo sarei potuta tornare, mi è stato detto che l'azienda era andata avanti e che tutto stava funzionando anche senza di me".

"Nell'anno in cui sono stata ferma, mentre ero incinta, ho perso un sacco di soldi perché, tenendo aperta la partita iva, nella speranza di tornare al lavoro, non ho potuto scaricare nulla. Ora ho il distacco giusto per capire che stavo perdendo il mio tempo, non c'erano margini di crescita e che mi sono state tarpate le ali in tanti modi. Ma a me tutto questo non ha fatto male solo da un punto di vista economico, ma anche umano", racconta ancora la 36enne.

"Sto avendo anche difficoltà a trovare un nuovo impiego. Non sono vecchia, ma per il mercato del lavoro sì. E avendo un bambino di un anno diventa tutto ancora più complicato. Ho fatto diversi colloqui in cui mi è stato chiesto se avessi figli e quanti anni avessero", precisa, parlando della sua situazione attuale.

"Non ho potuto denunciare perché mi sarei beccata una controdenuncia per aver accettato tutto questo. Non sono stata costretta, non è una cosa che potevo dimostrare. Ecco perché poi c'è la rabbia. Vorrei che un giorno possa cadere questo muro di omertà rispetto alla tecnica molto usata delle finte partite iva, di datori di lavoro che ti costringono ad andare contro la legge pur di mantenere il posto".

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