16 Ottobre 2021
11:45

Acireale, l’urlo delle associazioni: “Stato scandaloso che tratta così i beni confiscati alle mafie”

Un gruppo di associazioni antimafia del territorio si è riunito di fronte al terreno con piscina confiscato alla criminalità organizzata e devastato dall’intervento dell’ex proprietario. Un fatto denunciato da Fanpage.it e costato la minaccia: “Vi spacco in testa la telecamera”. Gli attivisti lanciano ora l’atto d’accusa più forte: non nei confronti di chi ha subito una confisca e occupa un immobile, ma nei confronti dello Stato, nella figura dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati.
A cura di Luisa Santangelo

La parola che viene scandita più spesso è "scandaloso". Fa scandalo lo stato in cui i beni confiscati alle mafie sono lasciati, in provincia di Catania, in Sicilia, in tutt'Italia. Fa scandalo che debbano essere giornalisti e attivisti a raccontarlo, mentre l'Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati latita. Fa scandalo che le forze dell'ordine sul territorio non abbiano sufficienti uomini e mezzi, o informazioni da parte delle autorità preposte, per controllare a dovere. Fa scandalo che sia stato possibile che un terreno con piscina ad Acireale, confiscato irrevocabilmente e fino a due settimane fa ben curato e pulito, sia stato devastato alla luce del sole, mentre il destinatario del provvedimento del tribunale gridava ai cronisti "la telecamera ve la spacco in testa".

È l'ultima puntata, in ordine di tempo, del caso Acireale, in provincia di Catania, raccontato in questi giorni da Fanpage.it e dagli attivisti dell'Arci e de I siciliani giovani. Venerdì mattina le associazioni antimafia del territorio si sono ritrovate in via Barbagallo 2, nell'Acese, dopo che nei giorni scorsi era stato documentato l'intervento – con una ruspa – dell'ex proprietario di quel terreno, il pregiudicato Mario Michele Lanzarotti. Mattonelle divelte, impianti tirati fuori dal terreno e la recinzione esterna segata di netto. Fatti per i quali la polizia di Stato di Acireale è intervenuta. La recinzione, però, oggi è tornata al suo posto: ben saldata dove si trovava prima e da dove era stata asportata. Una sorta di ravvedimento operoso, che nulla toglie però al fatto denunciato: l'ennesimo immobile tolto alla criminalità organizzata e rimasto nelle mani delle persone alle quali era stato tolto dal tribunale.

 

"Lo Stato non ha fatto una bella figura, anzi, è una sconfitta che tutto questo sia potuto accadere alla luce del sole. È uno scandalo per il quale lo Stato dovrebbe chiedere scusa". L'atto d'accusa è gridato da Matteo Iannitti, attivista dell'Arci di Catania e della testata I Siciliani giovani. Di fronte al cancello chiuso ci sono due striscioni: "I beni confiscati sono beni comuni", recita il primo; "Dov'era lo Stato?", domanda il secondo manifesto. "I beni confiscati sono sotto attacco – interviene Nicola Grassi, dell'associazione antiracket Asaec – Non soltanto da parte di chi li occupa, ma sono sotto attacco da parte dell'ignavia e della noncuranza dello Stato, che nonostante le ripetute denunce che vanno avanti da circa un anno non intervengono".

"Noi non ce l'abbiamo con le singole persone – conclude Dario Pruiti, presidente di Arci Catania – Il nostro punto non è attaccare chi sta pagando o ha pagato il suo debito con la giustizia. Il nostro punto è ed è sempre stato che questi immobili devono tornare fruibili per la comunità e che le istituzioni devono fare tutto quello che è in loro potere perché questo accada". In quel terreno di Acireale, per esempio, il sindaco della cittadina immagina un parco giochi per i bambini. Prima, però, bisogna che l'Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati affidi l'area all'amministrazione comunale: la richiesta di quest'ultima è partita mesi fa ma ancora, nonostante tutto quello che è accaduto, nulla si è mosso.

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