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Covid 19
11 Giugno 2020
19:29

30mila diagnosi e 300mila cure in meno: il Coronavirus è stato il miglior alleato del cancro

L’allarme lanciato dagli oncologi italiani: “Nei mesi del lockdown ci sono state circa 30mila diagnosi di tumore in meno e oltre 300mila pazienti che devono recuperare controlli, terapie e interventi non urgenti nell’arco del prossimo anno”. Da qui la necessità di pensare ad una nuova oncologia, più territoriale e digitale: “Dobbiamo approfittare di quello che abbiamo imparato per riprogrammare una sanità diversa”.
A cura di Ida Artiaco
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Solo in Italia negli ultimi mesi ci sono state circa 30mila diagnosi in meno e oltre 300mila pazienti che devono recuperare controlli, terapie e interventi non urgenti nell'arco del prossimo anno. E' questo l'allarme lanciato da Stefania Gori, presidente di Fondazione Aiom e direttore del Dipartimento oncologico Irccs Sacro Cuore Don Calabria – Negrar di Valpolicella: la pandemia di Coronavirus si è rivelata un pericoloso alleato dei tumori, che rischiano di diventare la prossima emergenza sanitaria. Nel corso del webinar "Covid-19, il paziente oncologico: le sfide assistenziali che ci attendono", organizzato da Fondazione Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) con il contributo non condizionante di Amgen, l'esperta ha sottolineato che "va innanzitutto colmato questo gap che l'emergenza Covid-19 ha scavato nella diagnosi e nelle cure ai malati di cancro"

"Contemporaneamente – ha continuato Gori – andranno gettate le basi per la nuova oncologia post-Covid, assicurando ai pazienti percorsi protetti per ridurre al minimo i rischi di contagio". Secondo gli esperti, l'oncologia va ripensata e portata anche fuori dagli ospedali. Per molte neoplasie, infatti, grazie al progresso medico è oggi possibile parlare di ‘cronicizzazione'. Tra le proposte, quella di creare una nuova figura: l'oncologo di famiglia, che "visiterà in ambulatorio o negli studi dei medici di medicina generale". Ma gli specialisti invitano anche a non disperdere l'esperienza digitale acquisita nei mesi del lockdown, dal momento che "molti istituti hanno analizzato referti e valutato Tac via e-mail o webcam: pratica da conservare, ma da affinare – sostengono gli oncologi – con una telemedicina più strutturata e protocolli uniformi per gestire il consenso informato in modo più corretto rispetto a quello improvvisato in fase Covid".

"Approfittare di quello che abbiamo imparato per riprogrammare una sanità diversa" è una priorità anche per il direttore scientifico dell'Istituto nazionale tumori di Milano, Giovanni Apolone, che nella prospettiva di reimpostare una nuova oncologia detta ha le idee chiare sul da farsi: "Analizzare al meglio i dati raccolti per capire quale sia stato l'effetto diretto del virus sui pazienti; recuperare il non fatto e ripartire con un'attenta strategia per trattare al meglio i nuovi casi, in un contesto meno acuto, ma ancora critico". In questa fase è infatti necessario saper convivere con Sars-CoV-2 e assicurare percorsi protetti e senza rischi ai pazienti oncologici. Anche perché, ammonisce Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas, "l'allarme non è finito. Siamo di fronte a un virus che non conosciamo ancora bene. Non abbiamo ancora dati per dare la patente di immunità, né per dire che il nemico sia diventato più gentile. Sul singolo individuo, a oggi ancora non sappiamo se la presenza di una certa quantità di anticorpi è la spia di una risposta immunitaria che assicura protezione contro l'infezione".

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