Ernest Hemingway nel 1939. Di questa foto Hemingway disse "Io non lavoro così".
in foto: Ernest Hemingway nel 1939. Di questa foto Hemingway disse "Io non lavoro così".

Nel 1927, reduce dal successo di un altro grande romanzo dal titolo “Fiesta”, Ernest Hemingway inizia a scrivere il suo libro forse più famoso. Due anni dopo, nel 1929, esce negli Stati Uniti “Addio alle Armi”, che lo trasformerà in uno degli scrittori più influenti del Novecento. Sono trascorsi esattamente novant’anni dalla pubblicazione di un romanzo che in Italia ebbe una storia travagliata, ma che ben presto si affermerà come una delle storie più importanti ed emblematiche della letteratura: una storia a cui Hemingway teneva particolarmente, tanto da riscriverne il finale per ben 47 volte.

Amore e guerra: le due facce di “Addio alle Armi”

Fernanda Pivano fece notare come “Farewell to Arms” nascondesse in realtà un doppio significato: uno di guerra, ma anche uno d’amore. Il titolo può essere anche letto come “Addio alle braccia”: l’ultimo triste saluto alla donna amata. E, in effetti, “Addio alle armi” è tutto questo: una storia d’amore intensa e passionale che si muove sullo sfondo della guerra e delle sue contraddizioni.

Helen Hayes e Gary Cooper in una delle versioni cinematografiche di "Addio alle Armi", del 1932.
in foto: Helen Hayes e Gary Cooper in una delle versioni cinematografiche di "Addio alle Armi", del 1932.

L’amore è quello di Frederic per la bella infermiera Catherine: siamo nel 1917, nel pieno della Grande guerra, e il protagonista è un soldato americano arruolatosi volontario nell’esercito italiano. Questa storia d’amore, travagliata e triste, si muove sullo sfondo della vita di trincea: ma la guerra non è soltanto una cornice vuota in cui inserire la narrazione sentimentale. Essa è protagonista tanto quanto Catherine o Frederic stesso, come anche Hemingway spiegò:

C'era qualcuno che diceva sempre, perché questo tale è così preoccupato e ossessionato dalla guerra, e ora dal 1933 forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente, criminale, sporco delitto che è la guerra. Siccome di guerre ne ho fatte troppe, sono certo di avere dei pregiudizi, e spero di avere molti pregiudizi. Ma è persuasione ponderata dello scrittore di questo libro che le guerre sono combattute dalla più bella gente che c'è, o diciamo pure soltanto dalla gente, per quanto, quanto più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più bella è la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne.

I 47 finali alternativi di “Addio alle armi”

La guerra Hemingway la conosceva bene: lui stesso nel 1918 si era arruolato nell'esercito americano come autista dell’American Red Cross, trascorrendo in Italia gran parte della sua vita fatta di trincee, feriti e ambulanze. Qui conosce Agnes von Kurowsky, una giovanissima infermiera americana che a differenza di quella del libro non morirà, ma gli spezzerà comunque il cuore.

“Addio alle armi” è, in questo senso, un libro profondamente autobiografico. Non solo per le vicende strettamente personali a cui si ispira, ma anche per il sentimento di sconfitta, sfiducia, annichilimento, che chiunque abbia fatto la guerra conosce molto bene. La storia raccontata da Hemingway può andare in un solo modo: nonostante questo lo scrittore produsse ben 47 finali alternativi per la sua storia, che solo nel 2012 sono stati pubblicati in appendice al romanzo.

La censura italiana e Fernanda Pivano

In Italia la pubblicazione del romanzo di Hemingway fu vietata per sedici anni. Il libro tratta in modo molto realistico e veritiero le dinamiche di trincea, la disfatta umana, la disperazione dei soldati italiani, la battaglia e la sconfitta di Caporetto. Tutto questo, insieme al generale sentimento antimilitarista che trasuda dalle pagine del romanzo, durante il regime fascista era impossibile da dire.

Si dovette attendere fino al 1945 per leggere in italiano il racconto di Frederic, ma in realtà qualcuno aveva già provato a diffondere il testo tradotto clandestinamente. Era stata Fernanda Pivano, che nel 1943 si era dedicata alla traduzione del romanzo americano su suggerimento di Cesare Pavese: a causa del suo lavoro clandestino la Pivano venne addirittura arrestata.