Primo giorno d’estate, fuori del finestrino scorrono pascoli e prati mentre il treno si avvicina svelto alle montagne. Quando per molti cominciano i giorni di vacanza, per Fabio inizia la stagione del lavoro. Tre mesi a capo di una cucina in un grande albergo in zona Brunico, Alto Adige.  L’Africa è davvero lontana. Eppure sono trascorse poche settimane dal viaggio che ha riportato Fabio Gibilisco, 35 anni, e la moglie, Silvia, a Padova, dopo una terribile esperienza a Lagos, in Nigeria.

Di fatto siamo stati sequestrati in Africa, eravamo senza soldi e documenti. Un’esperienza che mai dimenticherò”. Fabio accetta un lavoro da chef nella cucina di un nuovo ristorante Afro italiano. Un locale di lusso, accanto al quale sta già sorgendo un hotel stellato. “Parto dal Veneto con un contratto da consulente in mano e un biglietto aereo pagato: sarà una bella esperienza – mi dico – professionale e umana”. E per un mese tutto procede per il meglio. “Ma i passaporti, il mio e di mia moglie, sono ancora nelle mani del titolare, che avrebbe dovuto restituirli assieme al visto.  Ciò non avviene nemmeno il mese successivo, così come non arriva lo stipendio pattuito”.

Fabio, a questo punto, capisce la malaparata, vuole i suoi documenti e rientrare in Italia. Sono giorni di minacce da entrambe le parti, di tensione alle stelle, Fabio teme di non essere in grado di uscire dall’assurda situazione. “Di fatto eravamo sequestrati, prigionieri di quest’uomo disonesto e senza scrupoli”. Fabio è senza soldi, non sa dove andare, fatica a sbarcare la giornata. A volte non ha di che mangiare.

Passa un altro mese, ma la caparbietà di Fabio e l’intervento di un giovane aiuto cuoco nigeriano costringono il titolare alla restituzione, finalmente, dei documenti. “Il ragazzo ci aiuta in pratica a scappare dal ristorante, ci porta in ambasciata, perché senza visto non possiamo uscire dal Paese. Intanto un amico mi compra due biglietti aerei per il giorno successivo. Penso: oramai ci siamo”. Ma nell’avamposto italiano in Nigeria, arriva la seconda doccia fredda: “Mi si dice che non possono fare nulla. Ci vogliono una decina di giorni per i documenti necessari. Sono disarmato. Impallidisco. Dove saremmo potuti andare senza soldi a Lagos, per dieci giorni? Mica si può dormire in strada lì!”.

L’ambasciata li consiglia di andare in aeroporto e chiamare il numero d’emergenza del Consolato. Un’altra amara esperienza. “Quando all’ennesimo tentativo finalmente qualcuno risponde, mi dice – pure a malo modo – che ho un’unica possibilità: pagare 5mila dollari all’immigrazione, una sorta di condono della mia posizione. Il Consolato non poteva fare niente. Ero disperato. Mi sono sentito abbandonato in Africa dal mio Paese. Sequestrato per la seconda volta”.

Ma l’aiuto cuoco nigeriano prende nuovamente in mano la situazione. “Mi porta a casa sua, nella sua umile capanna. Prima la sua Mami ci dà da mangiare, ci fa riposare, passiamo un po’ di tempo con loro, poi ci riporta all’aeroporto. Aveva raccolto – non so come – il denaro necessario e insieme andiamo a pagare i documenti necessari. E qui mi si spiega che sarebbe bastato l’arrivo di una persona dell’ambasciata a fare da garante per risolvere in fretta la questione. Quindi, se oggi sono qui, a raccontare la mia storia, è soltanto grazie alla generosità di quel ragazzo che vive in una capanna, non certo grazie alle nostre autorità in Nigeria”. Fabio racconta di aver scritto più volte in ambasciata per metterli al corrente di quanto gli è capitato al ristorante, perché possano intervenire prima che qualcun altro cada nella medesima trappola. Ma nessuno lo ha ancora contattato. Fabio aveva scritto anche per chiedere informazioni sull'azienda che lo aveva contattato, ma anche allora, il silenzio.