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Oggi gli Stati Uniti votano per le elezioni di metà mandato. E tra i temi che possono spostare voti ce n'è uno che fino a due anni fa interessava solo gli addetti ai lavori: i data center.
Secondo Ballotpedia, in dieci Stati gli elettori decidono anche su 41 quesiti locali che riguardano i data center. Diciassette chiedono di vietarne la costruzione. Più della metà, 21, sono in Ohio. E non sono solo referendum: tra gennaio e settembre sono stati spesi oltre 45 milioni di dollari in spot elettorali che parlano di data center.
In Ohio il democratico Sherrod Brown ha definito il suo avversario repubblicano, Jon Husted, "il volto dei data center", per gli sgravi fiscali che aveva sostenuto. In Pennsylvania entrambi i candidati governatore hanno preso le distanze dal loro vecchio entusiasmo. Nel solo primo semestre del 2026, secondo Data Center Watch, opposizioni politiche e comunitarie hanno ritardato, fermato o bloccato progetti per quasi 200 miliardi di dollari.
Perché? Perché le persone hanno capito una cosa semplice: l'intelligenza artificiale non vive in una nuvola. Vive in capannoni enormi che consumano elettricità, acqua e suolo. E qualcuno quel conto lo paga.
La sinistra americana e la battaglia dei data center
La protesta è trasversale: unisce ambientalisti progressisti e comunità rurali conservatrici. Ma a sinistra sta succedendo qualcosa di interessante, i socialisti democratici stanno trasformando i data center in una questione di classe.
L'esempio è Tucson, in Arizona. Lì il Progetto Blue sarebbe stato servito dalla rete idrica cittadina, in una delle zone più calde e aride del Paese. Le aziende elettriche dicono di aver bisogno di nuove centrali a gas e di un gasdotto per alimentare questi impianti. E le bollette delle famiglie salgono.
Il ragionamento dei socialisti è questo: i data center ricevono sussidi fiscali generosi, rallentano la transizione alle rinnovabili e non sono pensati per servire le comunità che li ospitano. A Tucson la lotta contro un singolo data center è diventata una campagna per l'energia pubblica. E alle primarie, candidati come Melat Kiros a Denver hanno vinto chiedendo una moratoria.
Non è una posizione unanime nemmeno a sinistra. C'è chi considera la moratoria un errore e propone invece un governo democratico dell'intelligenza artificiale. Ma la domanda di fondo è la stessa: chi decide dove e come si costruisce l'infrastruttura del futuro?
Finlandia: 500 ettari di bosco prima delle regole
Spostiamoci in Europa, in Finlandia. A settembre Google ha annunciato il suo più grande investimento di sempre nel continente: 13 miliardi di euro per costruire data center nel Paese.
Poche settimane dopo, l'Associazione finlandese per la conservazione della natura ha denunciato che una società controllata da Google aveva già abbattuto circa 330 ettari di bosco a Muhos e quasi 200 a Kajaani. Il tutto prima che fossero concluse le valutazioni di impatto ambientale obbligatorie. Secondo un'ecologa dell'associazione, parliamo di circa 400.000 alberi.
A Muhos, dicono le cronache, è rimasto il fango. I residenti hanno visto acqua marrone scorrere dal terreno disboscato verso un torrente che alimenta il fiume Oulujoki. L'autorità di vigilanza aveva stabilito già a maggio che serviva una valutazione ambientale, ma il taglio è andato avanti fino ad agosto.
Il 6 ottobre il regolatore ha ordinato lo stop ai lavori. Il 29 ottobre la polizia di Oulu ha aperto un'indagine penale. Il responsabile di Google in Finlandia si è scusato, sostenendo però che l'azienda credeva di rispettare la legge e che le autorità erano informate.
E qui c'è il punto: anche in un Paese con istituzioni solide e una cultura ambientale forte, la velocità della corsa all'intelligenza artificiale ha superato le regole. Prima si abbatte, poi si valuta.
Italia: la corsa è partita, la mappa dei rischi no
E in Italia? La corsa è già cominciata. A metà ottobre l'amministratore delegato di Terna ha parlato di oltre 100 gigawatt di richieste di connessione alla rete per data center, per quasi 600 iniziative. A fine 2024 erano circa 30.
Molte di queste richieste non diventeranno mai cantieri. Ma i progetti concreti ci sono, e sono tanti: 83 nel triennio 2026-2028, per oltre 25 miliardi di investimenti annunciati. Quasi tutti al Nord, e in gran parte nell'hinterland milanese.
Il tema più sottovalutato è l'acqua. Un grande impianto può consumarne fino a 5 milioni di litri al giorno per il raffreddamento, quanto una cittadina di 30.000 abitanti. E il problema non è il totale nazionale: è la concentrazione. Tante strutture nello stesso territorio, che chiedono più acqua proprio d'estate, quando la siccità è più dura e l'acqua serve anche ad agricoltura e famiglie.
La Lombardia è stata la prima regione a muoversi, con una legge di giugno che vieta l'uso di acqua potabile per il raffreddamento e chiede energia rinnovabile. Ma una legge nazionale non c'è. E il governo, a luglio, ha introdotto un'autorizzazione unica che semplifica e velocizza gli iter.
Intanto, da Lacchiarella a Bollate, da Rho a Certosa di Pavia, sono nati comitati. Non contestano la tecnologia in sé: chiedono conto del suolo agricolo consumato, dell'acqua, del rumore, dei generatori diesel. E del fatto che spesso ogni Comune decida da solo, senza una visione d'insieme sugli impatti cumulativi.
La crisi climatica e le regole per gestire l'AI
Stati Uniti, Finlandia, Italia. Tre Paesi diversi, una stessa dinamica: le grandi aziende tecnologiche corrono, e le regole arrivano dopo. A volte dopo che il bosco è già stato tagliato.
Nessuno chiede di fermare il digitale. I data center servono: per il cloud, per la ricerca, per i servizi che usiamo ogni giorno. Ma in piena crisi climatica, con estati sempre più secche, non possiamo trattare l'acqua e il suolo come risorse infinite da concedere al primo che bussa alla porta.
Negli Stati Uniti questa domanda oggi arriva nelle urne. In Italia non è ancora diventata un tema politico nazionale. Forse è il momento di farla diventare tale: prima di autorizzare, valutare. Prima di costruire, chiedere a chi ci vive.