Il punto centrale rimane la coerenza: aiutarli "a casa loro" del resto, al di là degli slogan, implica una reale capacità di comprendere la geografia di un mondo attraversato dalle guerre e la responsabilità di assumere un atteggiamento leale e conseguente alla situazione mondiale. "Aiutiamoli a casa loro" dice il segretario del Partito Democratico, che anche in questi giorni tira dritto nonostante le proteste di molti dei suoi e rivendicando il riuso dello storico slogan leghista applicato però, dice lui, "a una responsabile politica internazionale". Nessun razzismo o banalizzazione, sottolineano dalle parti del Nazareno. E allora conviene spulciare fatti e numeri.

I numeri di cui Renzi dimentica di parlare (nel suo libro in uscita e tra le numerose rivendicazioni delle sue "vittorie" di governo) sono soprattutto quelli che riguardano le autorizzazioni per l'esportazioni di armamenti. Numeri impressionanti: per darvi un'idea dal 22 febbraio 2014 (il giorno del campanellino scippato a Enrico Letta) al 12 dicembre 2016 (fine dell'esperienza di governo di Renzi) si è registrato un incremento di esportazione d'armi dall'Italia del 581%. Sei volte tanto. Non male per un Paese che a parole vorrebbe instillare la pace e la democrazia del mondo.

Numeri che, badate bene, sono scritti nero su bianco con tanto di diagrammi colorati nei documenti ufficiali di governo. Quello invece che sarebbe da appurare (anche in vista dell'aiutiamoli "a casa loro") resta la liceità di quelle autorizzazioni (in base alla legge n. 185 del 1990) e quanto davvero siano servite alla sicurezza internazionale piuttosto che a ingrassare i bilanci di Finmeccanica-Leonardo e Fincantieri. La stragrande maggioranza degli armamenti infatti non è stata destinata ai paesi amici e alleati dell’UE e della Nato (nel 2016 a questi paesi ne sono stati inviati solo per 5,4 miliardi di euro pari al 36,9%), bensì ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, il Nord Africa e il Medio Oriente. E qui sta il nodo: nella zona che pullula di dittatori, tirannie, monarchi e fiancheggiatori del jihadismo il governo Renzi ha spedito forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, più della metà delle esportazioni totali. “Si è pertanto ulteriormente consolidata la ripresa del settore della Difesa a livello internazionale, già iniziata nel 2014, dopo la fase di contrazione del triennio 2011-2013”, si legge nella "Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2016" presentata lo scorso 18 aprile alle Camere dalla sottosegretaria Maria Elena Boschi. Come dire: siamo stati bravi, eh.

Peccato che le forniture di armamenti (lo dice appunto la legge 185 del 1990) dovrebbero "essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia", in linea con le alleanze politiche e militari in essere: riempire di cacciabombardieri e bombe il Kuwait o vendere navi al Qatar forse meriterebbe qualche riflessione e, volendo esagerare, avrebbe meritato qualche passaggio in Parlamento. Così come rimangono impresse le parole con cui Gentiloni ha dovuto rispondere sulla fornitura italiana di ventimila bombe spedite in Arabia Saudita (e utilizzate anche per la guerra che i sauditi hanno ingaggiato in Yemen meritandosi anche una risoluzione di condanna da parte del Parlamento Europeo): "“la ditta RWM Italia, facente parte di un gruppo tedesco, ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente” ha dichiarato il premier. E fa niente che siano già più di diecimila i civili morti in Yemen durante gli attacchi. E non conta che anche l'ONU abbia definito questi attacchi "possibili crimini di guerra".

Ma qui da noi, non preoccupatevi, è tutto tranquillo. Li abbiamo aiutati "a casa loro". Appunto.