Una riforma del lavoro per dare una stretta ai voucher e porre rimedio ad alcune storture provocate dal Jobs Act di Matteo Renzi prima che gli eventuali referendum promossi dalla Cgil, in attesa dell'ammissibilità da parte della Corte Costituzionale, arrivino alle urne. Sarebbe questo l'attuale piano del nuovo presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che mira soprattutto al riordino della disciplina relativa ai cosiddetto lavori temporanei.

I voucher, riformati e introdotti sotto l'Esecutivo Renzi, puntavano soprattutto a ridurre le diseguaglianze e a far emergere il lavoro nero che in molti settori lavorativi, soprattutto nella ristorazione, aveva ormai preso il sopravvento rispetto ai regolari contratti. Un ticket da dieci euro lordi, comprensivo di imposte e contribuzioni di legge, per compensare i lavoratori più precari del panorama italiano, quelli che svolgono prestazioni occasionali. Ma il voucher, da strumento pensato per la regolarizzazione delle posizioni lavorative si è trasformato in realtà, stando ai dati, in un vero e proprio grimaldello che ha portato all'aumento degli abusi nei confronti dei lavoratori occasionali e per questo motivo è ora allo studio una proposta che mira ad abbassare i tetti annuali e ad aumentare controlli e sanzioni nei confronti dei datori di lavoro che utilizzano in maniera iniqua lo strumento.

Seppur la disoccupazione sia leggermente diminuita nel corso di questi ultimi 3 anni, rimane pur sempre troppo altra e i dati relativi al Pil dimostrano che l'Italia è ancora oggi un Paese in cui la ripresa economica stenta ad arrivare. Dal primo gennaio, inoltre, il riordino delle indennità di mobilità, della cassa integrazione in deroga e della disoccupazione per i collaboratori porterà a far confluire questi ammortizzatori sociali nel sussidio unico, la cosiddetta Naspi, che potrebbe non essere in grado di offrire protezione sociale a tutti quei lavoratori che ne avranno bisogno, soprattutto se in prospettiva i licenziamenti collettivi nel settore industriale dovessero aumentare.

A fine gennaio la Corte Costituzionale si esprimerà sui 3 referendum promossi dalla Cgil, che mirano all'abrogazione dei voucher, al ripristino dell'articolo 18 eliminato attraverso il Jobs Act e al ritorno alla corresponsabilità delle aziende negli appalti. Qualora i referendum dovessero essere approvati, i cittadini italiani già entro la prossima estate saranno chiamati a esprimersi su queste tre tematiche, ma il governo mira a contenere i danni provocati da un'eventuale vittoria dei tre quesiti riformando il mercato del lavoro ben prima dell'approdo alle urne dei tre referendum.

Al momento Palazzo Chigi punta ad attendere il primo monitoraggio sulla tracciabilità dei ticket che verrà fornito dall'Inps a breve e che farà capire, per esempio, se il deterrente della comunicazione via mail o sms un'ora prima di impiegare il lavoratore occasionale abbia funzionato facendo calare il numero dei voucheristi, per poi studiare un piano d'azione e stabilire confini più netti che possano ridurre gli abusi. Il ministro Poletti si è detto disponibile a "rideterminare dal punto di vista normativo il confine del loro uso", ma la questione voucher non è che marginale rispetto allo spauracchio del ritorno dell'articolo 18 che porterebbe a un crollo sistematico dell'intero impianto del Jobs Act.

In base alla decisione della Consulta, il governo stabilità la strada da intraprendere: se il quesito sui voucher dovesse essere ammesso, sarebbe inevitabile una modifica sui ticket per le prestazioni occasionali, con tanto di diminuzione del tetto annuale massimo per lavoratore (attualmente 7mila euro), l'inasprimento dei controlli e l'aumento delle sanzioni per i datori di lavoro che sfruttano il voucher per retribuire lavoratori che invece avrebbero diritto a un vero e proprio contratto perché le loro prestazioni non sono affatto occasionali. Le modifiche, però, potrebbero portare all'abbandono dello strumento da parte dei datori di lavori e a un conseguente ritorno del lavoro nero.

Intervistato stamane dal Corriere della Sera, il presidente dell'Agenzia nazionale per le politiche attive Maurizio Del Conte, che ha a lungo lavorato alla riforma del lavoro con l'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi in qualità di consulente, si è detto favorevole alla modifica della normativa sui voucher, ma nettamente contrario alla loro abrogazione. "Abrogarli no, perché hanno il merito di far emergere prestazioni che prima venivano fatte solo in nero. Però i numeri dimostrano che c’è stato un abuso. E il legislatore deve avere la coscienza di tornare sui suoi passi quando si accorge che gli effetti sono opposti a quelli previsti. Potrebbero essere espressamente esclusi alcuni settori, come l’edilizia. Bisogna impedire che i voucher vengono utilizzati al posto di contratti più stabili. Poche settimane fa, utilizzando i voucher, il Comune di Napoli ha promosso un piano di manutenzione del proprio patrimonio. Abbiamo esagerato", ha sottolineato Del Conte.

Del Conte, però, più che sulla questione "voucher" sostiene che la situazione italiana potrebbe diventare davvero "esplosiva" nel caso in cui la Corte dovesse giudicare ammissibile il quesito relativo all'articolo 18, che qualora dovesse passare al vaglio elettorale per uscirne vittorioso, potrebbe provocare seri danni all'economia italiana: "In Italia c’è stato un effetto soglia: molte aziende si sono tenute sotto i 16 dipendenti proprio per evitare l’articolo 18 e il reintegro nel posto di lavoro. Se vincesse il sì il tetto tornerebbe e anzi diventerebbe più basso, 5 dipendenti e molte aziende ridurrebbero il loro organico per scendere sotto il nuovo tetto. Senza contare la proliferazione dei contratti a termine, il ritorno delle false collaborazioni", spiega Del Conte, sottolineando che "oggi nelle aziende tra 6 e 15 dipendenti lavorano circa 3 milioni di persone. Una platea non da poco. Senza contare gli effetti che nel medio termine avremmo sul Pil. Uno dei mali dell’economia italiana è il nanismo delle imprese. Col limite a 5 dipendenti avremmo un super nanismo. Diventando più piccole le aziende perderebbero competitività. E questo farebbe perdere ricchezza al Paese".