in foto: Abu Jaafar, il trafficante di organi umani intervistato dalla Bbc (Foto: Bbc)

Abu lavorava come buttafuori in una discoteca a Beirut quando incontrò un’organizzazione dedita al contrabbando di organi umani. “So che faccio qualcosa di illegale, ma sto aiutando le persone, è così che lo vedo", ha confessato ad un giornalista della Bbc che l’ha incontrato nella capitale libanese.  Abu è un broker, un intermediario tra i contrabbandieri di organi umani e i tantissimi disperati scappati dalla guerra in Siria. Da quando è iniziata la guerra civile sono migliaia i profughi siriani e palestinesi che hanno trovato riparo in Libano. E con il loro arrivo, per Abu, sono cresciute anche le possibilità di guadagno. Con una grande dosi di cinismo sottolinea che molte di queste persone sarebbe morte se fossero rimaste in Siria; vendere un organo – continua – non è nulla rispetto agli orrori che hanno già vissuto nel loro Paese. “Sfrutto le persone – ammette – però anche loro ci guadagnano”

Sul retro di una piccola caffetteria alla periferia sud di Beirut, dietro una porta arrugginita, c’è il suo “ufficio”.  Da qui, Abu, ha organizzato negli ultimi tre anni la vendita degli organi di circa trenta rifugiati. L’intervista che ha concesso alla Bbc è un concentrato di orrore e spregiudicatezza. "Di solito l’organizzazione chiede reni, ma posso ancora trovare altri organi”, dice. “Una volta mi hanno chiesto un occhio e sono riuscito a trovare un cliente disposto a venderlo”. "Ho fatto una foto dell'occhio – racconta descrivendo crudelmente la sua attività – l’ho inviata con Whatsapp per avere conferma, poi ho consegnato il cliente".

I “clienti”, come li chiama Abu, non mancano. In Libano da quando è iniziata la guerra nel Paese vicino, sono oltre un milione i profughi siriani registrati dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Alla cifra ufficiale vanno aggiunti anche i migliaia di palestinesi arrivati dalla Siria dopo il 2015 Per loro non esiste nemmeno la possibilità di essere registrati come rifugiati. Il governo libanese, infatti, ha chiesto all'Onu di smettere di registrare nuovi arrivi e così i palestinesi sono diventati “invisibili” anche per le agenzie umanitarie. La maggior parte vive nella completa povertà. Le autorità libanesi infatti non concedono loro la residenza e nemmeno un permesso di lavoro. Costretti a vivere in campi sovraffollati, con pochi aiuti, diventano preda facile degli appetiti criminali di persone come Abu Jaafar. Il trafficante ammette che proprio la comunità palestinese è quella più vulnerabile: “Che altro possono fare, sono disperati e l’unico mezzo che hanno per sopravvivere è vendere i loro organi”. Una vita fatta di lavori occasionali e degradanti: lustrascarpe, venditori ambulanti agli angoli delle strade o agli incroci e, in alcuni casi, anche la prostituzione. La vendita di un organo appare quindi come un facile mezzo per guadagnare un po’ di soldi in fretta.

Il disperato, una volta selezionato da Abu, viene bendato e condotto nel giorno prefissato dall'organizzazione per l’espianto in un luogo segreto. A volte i medici operano in case affittate, trasformate per l’occasione in improvvisate cliniche, dove i donatori subiscono un esame del sangue prima dell'intervento. “Una volta che l'operazione è stata fatta li riporto dove li ho presi", racconta il trafficante. "Mi prendo cura di loro per quasi una settimana fino a quando non rimuovono i punti. Da quel momento – continua spietato – non mi importa più niente di cosa gli succede”.

Il giovane profugo siriano dopo l'operazione clandestina di espianto del rene (Foto: Bbc)in foto: Il giovane profugo siriano dopo l'operazione clandestina di espianto del rene (Foto: Bbc)

Uno dei suoi ultimi clienti è un ragazzo di 17 anni, costretto ad abbandonare la Siria dopo che suo padre e i suoi fratelli sono stati uccisi. Vive in Libano, da più di tre anni assieme alla madre e cinque sorelle.  Senza lavoro e oppresso dai debiti, questo giovane profugo ha deciso di vendere il suo rene per 8000 dollari (7.340 €) alla rete di Abu Jaafar. Due giorni dopo l’operazione – scrive il giornalista della Bbc che l’ha incontrato – giace dolorante sopra un vecchio divano. Il suo volto è sudato e il sangue ancora visibile sulle bende che coprono l’espianto dell’organo.

Abu, nonostante sia consapevole che la sua attività sia illegale, si considera quasi un benefattore per quei poveri costretti a vendersi un organo per sopravvivere. “E’ così che la vedo, il cliente userà i soldi per una vita migliore, per sé stesso e per la sua famiglia. Potrà comprarsi un’auto e lavorare come tassista o addirittura viaggiare in un altro Paese”. Il mercato illegale degli organi è molto florido in tutto il Medio Oriente. La mancanza di donatori dovuta a resistenze religiose e culturali ha provocato un autentico boom degli espianti clandestini. Abu Jaafar sostiene che ci siano almeno altri sette intermediari come lui in tutto il Libano. "Il business sta crescendo – ammette – soprattutto con l’arrivo dei rifugiati”. Il contrabbando di organi umani, un altro degli effetti perversi della guerra civile in Siria.