in foto: Il generale Luciano Garofano, ex comandante dei Ris di Parma

 A 26 anni dall'omicidio della giovane segretaria romana Simonetta Cesaroni, parla Luciano Garofano, ex comandante del RIS di Parma consulente tecnico per incarico della pubblica accusa e della parte civile nel processo a Raniero Busco. Il fidanzato della vittima fu l'unico indagato per la morte della segretaria 22 anni, uccisa con 22 coltellate negli uffici di via Poma, il 7 agosto del 1990.

 

Partiamo dalla traccia di Dna, l’unica trovata sul corpo di Simonetta: di che natura era e a chi apparteneva?

La traccia di Dna, frammista a quella della vittima, apparteneva a Raniero Busco. Purtroppo dopo tanti anni (l’esame è stato eseguito solo nel 2008, portando all’incriminazione del Busco per omicidio, ndr.) non è stato possibile determinare con precisione di che traccia biologica si trattasse (saliva, sangue o traccia di altro tipo, ndr.) ma c’erano elevate probabilità che potesse corrispondere a saliva.

Dove è stata trovata e che valore ha per le indagini?

Essendo stata riscontrata sugli indumenti intimi in corrispondenza del seno sinistro, è verosimile che si trattasse di saliva, in parte confermata anche dall’esame da noi eseguito attraverso le luci forensi che hanno evidenziato una fluorescenza compatibile con la saliva. La lesione sul capezzolo sinistro che anche per il consulente della difesa di Busco corrispondeva ad un morso, era contemporanea all’aggressione e quella traccia di DNA, risultava dunque coerente con la dinamica omicidiaria. I giudici non sono stati dello stesso avviso, ritenendo che quella traccia biologica potesse essere presente sugli indumenti già prima del delitto e aver resistito al lavaggio degli abiti.

Eppure una perizia della consulente di parte Laura Volpini ha sottolineato le abitudini di lavaggio e l’igiene personale di Simonetta, che mai avrebbe indossato, in piena estate per giunta, un indumento non fresco di lavaggio.

Purtroppo, a mio avviso, quella traccia non è stata valorizzata come si doveva.

Non è stato Raniero Busco, condannato in primo grado a 24 anni di reclusione, ad uccidere l’ex fidanzata Simonetta Cesaroni. Finisce così il processo d’appello di via Poma, l’uomo ha accolto la sentenza tra le lacrime.in foto: Raniero Busco

Sulla scena, dunque, non ci sono tracce di altre persone oltre a Busco?

Le uniche tracce utili ai fini identificativi erano del Busco. Noi non riteniamo che ci sia stato concorso di altri, anche per la tipologia del delitto, un omicidio maturato nell’ambito di un rapporto conflittuale di coppia. Quanto alla sentenza di assoluzione non ho commenti da fare e la rispetto. Posso solo esprimere l’amarezza per il fatto che gli elementi di prova non siano stati valutati in maniera unitaria, tra questi la perizia medico legale ci ha lasciati molto perplessi, anche perché del pool di periti nominati dalla Corte di Appello, nessuno era un odontologo forense.

Sul caso c’è stata sin da subito una forte e a tratti morbosa attenzione dell’opinione pubblica

 C’è sempre stato molto interesse per le vittime femminili, anche se attualmente c’è maggiore sensibilità rispetto al passato per l’omicidio di una donna in quanto tale. Ma ci sono anche altre ragioni che motivano tanto interesse: sapere la verità, conoscere i dettagli della dinamica relazionale, significa anche comprendere i motivi che hanno cagionato queste tragedie e questo, in qualche modo, risulta utile ad esorcizzare il male, a prenderne le distanze ed a sentirsi più sicuro.

Simonetta Cesaroniin foto: Simonetta Cesaroni

Pensa che la pressione mediatica e le ipotesi, sempre infondate, formulate volta a volta dalla stampa, abbiano avuto influenza sulla sentenza?

Chi comunica attraverso i media ha una grossa responsabilità: dovrebbe riferire solo cose vere e nel modo più chiaro possibile e invece, spesso, si fa a gara per proporre ipotesi tra le più fantasiose. Quanto ai complotti, anche nel delitto dell’Olgiata si era ipotizzato il ruolo dei Servizi segreti, invece, come sovente accade, la spiegazione è molto più semplice. Non credo, tuttavia, che la pressione dei media abbia avuto influenza sulle indagini. Credo piuttosto che sulla sentenza dei giudici abbia pesato un’altra valutazione: quella di dover decidere se poteva ritenersi giusto condannare un uomo dopo che erano trascorsi più di venti anni dall’omicidio.