Del discorso funebre della mamma del giovane Giò Bianchi di Lavagna, morto suicida, permangono a distanza di qualche giorno delle forti perplessità legate essenzialmente all' incredibile impatto mediatico ottenuto: ha infuocato un lungo dibattito tra proibizionisti e antiproibizionisti della cannabis, e poi risposte e palleggi tra intellettuali unici, quelli da salottino, e politici. Fino alla proposta di Giovanardi e Gasparri “di far leggere quelle parole nelle scuole”.

Vanno aggiunti allora alcuni tasselli di cronaca per volgere lo sguardo, magari un po' più in là. Prima di tutto non si trattava di un ragazzo né tossico, né spacciatore. Fumava qualche canna, e la madre, convinta, a torto o ragione, che quello era il sicuro inizio di una carriera da tossico, non riuscendo a dissuaderlo (i padri sono sempre in un qualche altrove lontano in queste storie), ha chiamato la Finanza. Nel veder perquisire la sua casa e la sua camera il ragazzo ha scelto la morte (altro mistero insoluto peraltro: perché questa madre non ha chiamato i carabinieri o polizia, come si fa in questi casi? E perché mai la Finanza perquisisce un bambino e non lo usa invece, discretamente, o magari con uno psicologo, per risalire alla fonte?).

Al di là delle cattive abitudini dei media, per non dire della politica che sfrutta la cronaca, per non dire delle forze dell'ordine, è però la stessa mamma di Giò, Antonella Riccardi, davanti alla bara del figlio suicida, ad impostare la droga come tema  centrale. Non solo. Assieme alle sue osservazioni pubbliche circa la gravità del farsi delle canne, intavola un discorso spesso anche molto condivisibile, che spiazza però, perché non sempre si coglie il nesso con l'accaduto, con le parole che ascoltiamo e la scena alla quale assistiamo.

La psicoterapeuta criminologa Luana De Vita dispone un primo tassello importante nella storia, finora non considerato:

Era un discorso articolato, denso di significati, molto efficace ma decisamente dissonante rispetto al contesto, cioè il funerale di un figlio in cui la madre ha usato una serie di formule. Ad esempio esorta a porre attenzione sul “come” sia accaduto, non il “perché”. Poi l’invito ai giovani a cercare lo straordinario, abbassare i telefoni, guardarsi negli occhi, diventare protagonisti delle loro vite, e infine il messaggio ai genitori con l’invito a fare rete. Era perfetto in un’ottica motivazionale. Ci sono tutti gli elementi della PNL (programmazione neurolinguistica). Cioè era piuttosto una comunicazione da “coach” in una sessione di formazione. Solo il passaggio finale del discorso è direttamente rivolto al figlio. Emotivamente è il momento più forte ma il dolore per il vuoto che non è stato colmato, quel vuoto che veniva da lontano, è immediatamente seguito da un’immagine riconciliante e rasserenante: il bambino raggiungerà la prima mamma e “le passerà il testimone”. Una visualizzazione efficace, un’immagine luminosa del bambino in armonia, pace e amore. Sono tecniche comunicative finalizzate al controllo e alla gestione dei propri pensieri ed emozioni, su come modificare convinzioni limitanti, sostituire comportamenti non efficaci con altri più efficaci, utilizzare le proprie risorse interne, comunicare con gli altri, scegliere obiettivi di qualità..Tecniche da coach insomma”.

Ma vale la pena farlo leggere nelle scuole come auspicato?

Direi assolutamente di no, in questo caso è impensabile scindere il messaggio da chi emette il messaggio. Se penso ad un platea di adolescenti che leggono questa lettera, chi tra loro consuma droghe vedrà solo una madre che ha denunciato suo figlio di 15 anni alle forze dell’ordine, e quindi qualsiasi eventuale stimolo verrà “oppositivamente” rigettato, negato perfino deriso. Direi di lasciare ad interventi psicoeducazionali qualificati il compito di stimolare riflessioni “protette” che tengano conto delle fragilità e vulnerabilità psicologiche degli adolescenti. Escluderei categoricamente il delegare il tema delicato delle dipendenze a tecniche e strategie di comunicazione finalizzate a obiettivi performativi o raggiungimento di modelli di successo personali, di business e di marketing”.

E' proprio il coaching e le strategie motivazionali per il successo personale, nel business e nella vita che emergono come tratti biografici importanti nel profilo Facebook della mamma del ragazzo. Il discorso che ha fatto, alla luce di ciò, ci appare allora molto congruo con i corsi da lei svolti, ma totalmente scollato dal contesto emotivo in cui si trova. Cosa c'entrava parlare davanti alla bara del figlio suicida, dei ragazzi che stanno su Whatsapp e che non parlano con i genitori?  Poi perché i ragazzi e non il contrario? Nel suo caso corrisponde a un format di pensiero e modello di vita trasmesso dai corsi effettuati in un assurdo master  di coaching internazionale animato da un  rinomato guru. Un tratto di base dei coaching è appunto partire da situazioni sfavorevoli fornendo anche indicazioni al prossimo (sperando che il prossimo si lasci convincere, ma per questo si mettono in campo tutta una serie di tecniche). Forse può funzionare nel business, ma certo – e questo sarebbe un immenso campo tutto da indagare – i coach in genere non dovrebbero permettersi di travalicare, come fanno spesso invece, i confini complessi e insondabili della psiche umana, dove già con non poche difficoltà accedono gli specialisti.

Antonella sembra tutta lanciata nelle linee guida del master. Ad esempio proprio sul modello classico di trasformazione a partire dalle brutte esperienze, pubblica un video in cui, benché reduce dal fallimento matrimoniale come dichiara lei stessa, dispensa consigli su cosa è giusto e bene dirsi a San Valentino e sulla consapevolezza dell'amore. Il che lascia francamente perplessi ma si coglie il metodo  applicato. Oppure pubblica la lettera che vorrebbe che si scrivesse su di lei il giorno del suo funerale, ossia che è una persona che sa fare il bene degli altri. Un capitale –  alla luce  della sua tragedia personale, ancora più devastante – di fragilità e confusione che sembra rispecchiare in tutto  gli insegnamenti del corso master di questo guru, una sottospecie di Berlusconi in sedicesimo, acclamato e pubblicato coach di successo tutto targato Pnl, come fosse una dottrina. Il master  suggerisce molte cose, non sempre molto lineari. Anzi, spesso inquietanti, a seconda dei punti di vista. Appaiono nei video di presentazione masse di persone tutte vestite di blu o con pantoloni militari e scarpe da ginnastica – rosse per le donne, azzurre per gli uomini –  tutte uguali, che ridono e plaudono festose questo guru mentre conciona sorridente.

Lui dispensa assieme ad altri relatori, compreso un generale dell'Esercito (i militari e i loro metodi sono molto presenti in questo corso), consigli sulla vita. Lo fa anche su noiosissimi e logorroici video autoreferenziali su You Tube (sì, ok sono strategie, ma caspita che noia), in cui suggerisce, facendo visibilmente finta di non farlo,  ad esempio, la sua idea di famiglia e di relazione dove il non uso del cellulare è fondamentale (“non usate whatsapp! Parlate con i vostri figli!”). Salvo poi raccontare  che sta costruendo una time line della vita dei suoi figli su Facebook che tiene nascosta ai suoi figli ma che saranno felici un giorno di vedersi. Sono dei video, come facava Berlusconi quando era "sceso in campo", in cui lui è sempre in movimento, abbronzato, camicia bianca e dentoni fissi. E' spesso al  mare, tipo alle Madive, e narra di Natali in cui arriva Babbo Natale sul  jet ski carico di doni.  Ovviamente ammonisce contro gli invidiosi, e dice che si possono fare cose bellissime anche " con pochi soldini". Usa la parola "soldini" con l'accento del Nord, per non dire la valanga di "piuttosto che" usato come "oppure". Appare nei suoi cv, di essere stato il coach di manager di varie mega aziende di prestigio, il che è speso come titolo di prestigio, ma che  spiegherebbe invece certe personalità di manager. Comunque, alla fine di fiumi di parole, tutto finisce su come fare soldi, che nel suo caso si fanno dandogli cinquemila euro per insegnarti  varie dritte che ti trasformeranno in uno come lui.

Non sempre i partecipanti a fine corso sono soddifatti. Anzi. Su blog quasi clandestini si trovano commenti infiammati e proteste al veleno "perché i commenti negativi sono regolarmente cancellati". Finché anche tutte le pagine Facebook sono state messe off line. Per non dire di un episodio – riportato da un utente – in cui il pubblico plaudente si era messo in coro ad abbaiare, sollecitato da lui,  che introduceva il generale dell'Esercito.

Si tratta dunque del mondo acclamato, ma assai opaco, dei coach che promettono successo vendendosi il modello del proprio, che consiste appunto nel riuscire a vendertelo. Una vertigine della chiacchiera e dell'ego in un gran pasticcio di filosofie orientali, calvinismo e forse anche metodisti del settimo giorno, irrorato di psicologismi usati a vanvera. In genere, poi scrivono anche dei libri che – dicono- diventano best seller.

Ecco alcuni punti significativi del corso :

1. addestramento militare alla sopravvivenza, per renderti più efficace quando farai a tua volta il coach (tipo devi stare una settimana in un bosco con solo un coltello, etc).

2. Maratona di New York

3.Peso forma mentre mangi con piacere e intelligenza

4.Tirocinio: avrai l'opportunità di diventare un coach di un manager di un'azienda (questa esperienza potrebbe essere interessante: essere per un giorno i coach di Marchionne, per esempio o di Briatore).

5. Libro!Hai il contratto di autore garantito” recita il punto cinque. E in ragione di tutto ciò “la tua vita” – promettono – “cambierà per sempre”.

6. Avrai un pezzo di un giornale a te dedicato. Poiché ovvio, a questo punto sei un tale arrivato nella vita che tutti scriveranno di te (il che la dice lunga su come conosce l'editoria)

Peggio ancora però sono i  fattori che questo master di coach individua come critici di successo, in altre parole, le ragioni del fallimento:

Sarai obbligato a fare delle scelte veramente potenzianti. Smetterai di avere dipendenze da fumo, alcol, droga, unghie (unghie??!!), doping. Imparerai a mangiare diversamente, muoverti diversamente, coltivare il tuo corpo e la tua mente. Insieme abbracceremo nuove abitudini vincenti. Queste nuove scelte ti porteranno a raggiungere risultati fenomenali”. E manco a dirlo "Siamo tutti una famiglia".

Ecco, forse, prima ancora del proibizionismo sì o no, bisognerebbe ripartire indagando meglio su cosa succede in questi corsi costosissimi visto che non solo si iscrivono a migliaia, ma applaudono felici, tutti uguali. E proprio come fosse una droga, seguono il guru e costruiscono la sua felicità pensando di fare la propria.