Nel 1986 attraversò l’America e il Canada con una Renault 4: Enzo racconta il viaggio “senza GPS e google maps”

Il Nord America, tra Canada e Alaska, rappresenta da sempre una delle mete più affascinanti e selvagge del pianeta, un territorio immenso fatto di ghiacciai, foreste e strade interminabili che ancora oggi richiama moltissimi viaggiatori da tutto il mondo. Ma quarant’anni fa raggiungerla via terra era un’impresa ben diversa, soprattutto a bordo di una piccola macchina. Nell’estate del 1986 due giovani italiani decisero di sfidare migliaia di chilometri di strade e piste sterrate partendo da Roma con una Renault 4: un’avventura durata da giugno a novembre che li portò a percorrere circa 60-70 mila chilometri attraversando Europa, Canada, Stati Uniti e Alaska. Uno dei protagonisti di quel viaggio è Enzo Vitale, oggi 66 anni, all’epoca 25enne e giornalista de Il Messaggero, attualmente membro del Direttivo UGIS (Unione Giornalisti Italiani Scientifici) e coordinatore del gruppo Fisica e Astronomia. Insieme all’amico Giovanni Bucci affrontò cinque mesi di viaggio tra imprevisti, incontri e paesaggi spettacolari. La loro Renault 4 con targa romana attirava l’attenzione ovunque passasse: in Canada i due vennero intervistati da televisioni e giornali locali, mentre emigrati italiani li accolsero con un affetto inaspettato. Tra i ricordi più cari di Vitale c’è quello di Ennio, un connazionale conosciuto a Edmonton, che li ospitò per diversi giorni facendoli sentire a casa. Fanpage.it ha intervistato Enzo Vitale per ripercorrere una delle avventure on the road più incredibili, vissuta quando ancora non esistevano GPS, google maps e social.

Nel 1986 hai affrontato un viaggio da Roma all’Alaska a bordo di una Renault 4. Come è nata l’idea per un’avventura del genere?
L’idea è nata l’anno prima. Ero appena tornato dal servizio militare e in quel periodo la Renault organizzava un concorso che si chiamava Renault 4 sulle strade del mondo. Io partecipai all’edizione del 1986 insieme a due amici di Roma. Eravamo tutti scout e lo scoutismo ci aveva trasmesso la passione per la natura, l’esplorazione e il Nord America, con le sue foreste e i suoi ghiacci. Da questa passione nacque l’idea di scrivere un libro immaginario dal titolo Tuktoyaktuk, dove finisce l’arcobaleno. Tuktoyaktuk era il villaggio inuit più a nord del Canada, oltre il Circolo Polare Artico. Era la meta ideale del nostro viaggio, anche se la destinazione raggiungibile su strada era Inuvik. Da lì, infatti, prendemmo un aereo della Air Inuit per arrivare fino al delta del fiume Mackenzie. Noi quel viaggio ce lo eravamo letteralmente immaginato, lo avevamo progettato studiando le cartine, contattando l’ambasciata canadese, quella americana e scrivendo alle popolazioni native. Ci arrivarono tantissimi dépliant e materiale informativo: in pratica stavamo costruendo quello che oggi si chiamerebbe turismo esplorativo.
La preparazione richiese parecchio tempo?
Quasi un anno, iniziammo nel 1985 e impiegammo mesi per informarci e capire come organizzare tutto. Bisogna pensare che allora non esistevano GPS, Google Maps o internet. Dovevamo documentarci attraverso mappe cartacee, telefonate e lettere. Alcuni tratti del percorso prevedevano mille chilometri completamente sterrati e bisognava sapere esattamente dove trovare carburante e assistenza. Ad esempio, per arrivare a Inuvik affrontammo una strada lunga circa mille chilometri totalmente sterrata. Si partiva dallo Yukon, la terra del Klondike, quella raccontata anche nei fumetti di Paperon de’ Paperoni, e si risaliva verso il Grande Nord canadese.

Avete dovuto modificare la Renault 4?
La macchina era equipaggiata con due taniche supplementari per la benzina, indispensabili nei tratti in cui si percorrevano anche mille chilometri senza incontrare distributori. Avevamo due ruote di scorta montate sul cofano, barre di protezione e tutta una serie di accessori per affrontare guadi e piste difficili. Di base era una Renault 4 normale, ma adattata in seguito a un viaggio estremo.
Come avete organizzato l’aspetto economico?
La prima domanda che ci fece la Renault fu: “Questo viaggio è coperto finanziariamente?”. Noi rispondemmo di sì. La verità è che non avevamo praticamente una lira. Da quel momento ci mettemmo alla ricerca degli sponsor, perché era un viaggio costoso e bisognava trovare qualcuno disposto a sostenerci. In Alaska incontrammo tre studenti argentini dell’Università di Mar del Plata, stavano attraversando il continente in autostop, dalla Terra del Fuoco fino all’Alaska, e viaggiavano da quindici mesi. Gli chiesi come facessero a mangiare e loro mi mostrarono una lettera dell’università che chiedeva alle persone di aiutarli durante la spedizione. Mi si accese una lampadina. Chiesi subito alla Renault di inviarmi una lettera di presentazione. Quando arrivò, entrai in un McDonald’s dell’Alaska e la mostrai al direttore. Lui rimase entusiasta della nostra impresa. Fece applicare la “M” di McDonald’s sulla Renault 4 e ci disse che, da quel momento, avremmo potuto mangiare gratuitamente in tutti i McDonald’s che avremmo incontrato lungo il viaggio. La gente ci fermava per strada per come era decorata la macchina e una volta tornati del nostro viaggio se ne parlò parecchio. Fu raccontato anche in televisione, nella trasmissione Tandem di Rai 2, condotta da Fabrizio Frizzi. Quest’anno ricorrono i quarant’anni di quell’impresa e credo che abbia ancora senso raccontarla.

Per quanto riguarda la logistica, come siete riusciti a portare la Renault 4 negli Stati Uniti?
Anche in quel caso cercammo degli sponsor, perché il trasporto rappresentava la spesa più importante dell’intera spedizione. Noi partimmo in aereo facendo la tratta Roma-Belgrado-New York con una compagnia jugoslava, che all’epoca era la soluzione più economica. La macchina, invece, la portammo fino a Rotterdam, in Olanda, e da lì venne imbarcata su una nave cargo diretta a New York. Così noi arrivammo in aereo e la Renault ci aspettava già negli Stati Uniti.
Il viaggio è durato circa cinque mesi. Quanto avete speso complessivamente?
È difficile fare un calcolo preciso perché buona parte delle spese venne coperta dagli sponsor. Avevamo la Pirelli per le gomme, circa due milioni di lire in buoni benzina, la Magneti Marelli, la Elf, Porta Portese e altri sponsor. In America, tra l’altro, la benzina costava pochissimo: circa 50 centesimi di dollaro al gallone, quindi con quei buoni riuscimmo a coprire gran parte dei rifornimenti. Credo che alla fine la spesa complessiva sia stata intorno ai 12 milioni di lire, una cifra contenuta considerando cinque mesi di viaggio. Naturalmente cercavamo di risparmiare su tutto: dormivamo spesso in tenda o direttamente in macchina. Ricordo che una notte in albergo, nel Nord del Canada, costava già allora circa 100 dollari, quindi quando potevamo preferivamo accamparci.

Avete attraversato territori completamente diversi tra loro. Quali luoghi ti hanno colpito di più?
Io ero partito pensando soprattutto alle grandi foreste nordamericane. Invece, alla fine, sono rimasto molto più affascinato dai deserti e soprattutto dalle immense distese di ghiaccio. La prima tappa fu New York, dove restammo alcuni giorni; eravamo ospitati in una struttura vicino a uno dei grandi musei della città. Ovunque arrivassimo, quella Renault 4 targata Roma attirava l’attenzione e suscitava curiosità. Da New York ci dirigemmo poi verso Montreal e Quebec. Da Quebec volevamo raggiungere i villaggi inuit della Baia di Hudson, ma naturalmente non era possibile arrivarci in automobile perché lì inizia la tundra. Riuscimmo allora a trovare una compagnia aerea locale che, con una tariffa agevolata, ci permise di atterrare nei vari villaggi della baia. Noi volevamo osservare da vicino come vivevano queste popolazioni dopo il contatto con la civiltà occidentale: il nostro infatti non era soltanto un viaggio naturalistico, ma anche antropologico. Visitammo diversi villaggi oltre il Circolo Polare Artico e trascorremmo molto tempo con gli inuit, cercando di capire il loro modo di vivere e i cambiamenti che stavano attraversando. Purtroppo vedevamo già gli effetti della modernità: in molte comunità l’alcol aveva iniziato a creare seri problemi.
Quali altri parti del Canada avete visitato?
Tornati dalla Baia di Hudson attraversammo praticamente tutte le province canadesi: Quebec, Ontario, Manitoba, Saskatchewan, Alberta, British Columbia, Yukon e Territori del Nord-Ovest. Era un viaggio anche naturalistico, quindi visitammo moltissimi parchi nazionali. I ranger spesso si appassionavano alla nostra storia e ci accompagnavano in luoghi normalmente chiusi al pubblico. Abbiamo fotografie della Renault 4 all’interno di aree dove normalmente non sarebbe stato possibile entrare. Ricordo, per esempio, un orso che salì direttamente sulla macchina attirato dall’odore del sale che trasportavamo. Un’altra esperienza bellissima fu quella legata a Grey Owl, il celebre naturalista che aveva scelto di vivere immerso nella natura insieme ai castori. Lasciammo la macchina e camminammo per giorni per raggiungere la sua casa sul lago, dove aveva perfino costruito un accesso speciale per gli animali. Solo molti anni dopo si scoprì che Grey Owl, considerato da tutti un nativo americano, era in realtà un inglese che aveva costruito questa nuova identità.

Vi siete fermati anche nelle praterie canadesi e nelle riserve?
Certo. Attraversammo le grandi pianure dell’Alberta e del Manitoba, con campi di grano immensi, grandi quasi come intere regioni italiane. Da lì deriva poi anche la famosa farina Manitoba. Visitammo Thunder Bay, i grandi laghi e diverse riserve delle popolazioni native. Molte erano organizzate come veri e propri musei a cielo aperto e ci permisero di conoscere da vicino la cultura delle Prime Nazioni. Le riserve più famose, come quelle dei Navajo, le visitammo invece durante il viaggio di ritorno negli Stati Uniti, insieme a luoghi straordinari come Mesa Verde e il Navajo National Monument. A un certo punto siamo arrivati anche a Edmonton e lì visitammo quello che allora era considerato il più grande centro commerciale del mondo. Per noi italiani era qualcosa di incredibile: all’interno c’era perfino una piscina con le onde artificiali e un enorme parco divertimenti. Bisogna pensare che Edmonton si trova a migliaia di chilometri dal mare, quindi avevano ricreato un ambiente completamente artificiale. Da Edmonton ci spostammo poi verso Whitehorse, nello Yukon, e da lì iniziò la parte più avventurosa della spedizione. Percorremmo l’Alaska Highway e soprattutto la Dempster Highway, la strada che ancora oggi ricordo meglio. È un percorso completamente sterrato che supera il Circolo Polare Artico e, all’epoca, era praticamente isolato dal resto del mondo. Lungo quasi mille chilometri c’era un solo punto di rifornimento, Eagle Plains. Lì facemmo il pieno sia al serbatoio sia alle taniche supplementari, perché oltre non si trovava assolutamente nulla. D’inverno quella strada si ghiaccia completamente e vengono utilizzati anche i fiumi gelati come vie di collegamento. La percorrono soprattutto i camion che portano viveri e materiali ai villaggi del Nord del Canada. Fu una delle esperienze più intense del viaggio.
Com’era la vostra quotidianità durante quei cinque mesi? Come vi organizzavate per dormire e mangiare?
Lo scoutismo ci aveva insegnato a essere autonomi. Avevamo fornelli da campo, pentole, tende e tutto il necessario per cucinare. Facevamo la spesa nei supermercati americani e canadesi e preparavamo noi i pasti. Naturalmente capitava anche di mangiare nei McDonald’s, grazie alla sponsorizzazione ottenuta durante il viaggio, ma nella maggior parte dei casi cucinavamo da soli. Dormivamo dove capitava: in tenda, in macchina oppure ospiti delle persone che incontravamo lungo il percorso.
Immagino che in un viaggio così lungo gli incontri abbiano avuto un ruolo importante.
Tantissimo. Uno degli episodi che ricordo con più affetto avvenne a Edmonton. Eravamo entrati in un supermercato perché avevamo finalmente trovato della pasta italiana. A un certo punto sentii qualcuno parlare in romanesco, mi girai e scoprii che era un emigrato romano, Ennio. Ci fermammo a parlare e lui ci invitò a casa sua e restammo suoi ospiti per più di una settimana. Molti anni dopo tornai a sentirlo e scrissi anche un articolo sul Messaggero dedicato alla sua storia: il suo più grande desiderio era tornare a Roma e venire sepolto nella sua città, purtroppo non ci riuscì.

C’è qualche altro incontro che ti è rimasto nel cuore?
Tantissimi. Ricordo un capo ranger di un parco nazionale che ci ospitò nella sua baita. Il giorno dopo ci fece salire sul suo piccolo aereo personale e sorvolammo tutto il parco. In Canada e in Alaska gli spazi sono talmente immensi che, per controllare il territorio, spesso i ranger utilizzano gli aerei. Fu un’esperienza straordinaria. Ricordo anche due ragazze conosciute a Quebec che ci invitarono a cena a casa loro, oppure le tante persone che incontrammo lungo il viaggio e che ci offrirono ospitalità semplicemente perché erano incuriosite dalla nostra storia. Ancora oggi conservo un quaderno pieno di indirizzi di persone conosciute durante il viaggio.
Tra le esperienze più particolari ci sono sicuramente quelle vissute con gli Inuit.
Assolutamente. A Inuvik restammo diversi giorni e due inuit ci portarono con loro durante una battuta di caccia alle foche, consentita esclusivamente alle popolazioni locali. Passammo circa una settimana insieme a loro, a un certo punto però, il tempo cambiò improvvisamente e rimanemmo bloccati su un piccolo isolotto dell’Artico per tre giorni. Loro avevano una canoa a motore, ma il mare era troppo agitato e non era possibile ripartire. Dormimmo in tenda aspettando che il tempo migliorasse.
Avete avuto anche altri imprevisti?
Sì, il più spettacolare fu sicuramente il cappottamento della Renault. Stavamo percorrendo una strada sterrata, quelle piste hanno una forma particolare, quasi a “gobba d’asino”. Presi male una curva e la macchina si ribaltò completamente. Per fortuna non ci facemmo male. Dopo pochi minuti si fermò un camionista canadese, un uomo enorme, alto quasi due metri. Scese dal camion, guardò la Renault e, con una naturalezza incredibile, l’afferrò insieme a noi e la rimise sulle quattro ruote. L’unico danno fu il parabrezza, che si inclinò leggermente. Per il resto la macchina ripartì senza problemi e ci permise di percorrere altri sessantamila chilometri: quella Renault 4 era davvero indistruttibile.

Ci furono altre tappe del viaggio?
Si e anzi, a un certo punto cambiò completamente. Nel 1986 a Vancouver si teneva l’Expo Universale e noi volevamo arrivarci per esporre la Renault 4. Dall’Alaska guidammo praticamente giorno e notte per circa cinquemila chilometri, ma arrivammo proprio l’ultimo giorno della manifestazione. Una volta arrivati a Vancouver ci guardammo e ci dicemmo: “Perché rifare la stessa strada dell’andata?”. Così cambiammo completamente il progetto: scendemmo lungo la costa occidentale attraversando l’Oregon, arrivammo fino a San Francisco, poi in Texas e in Messico. Da lì risalimmo attraversando gli Stati Uniti fino a New York. Visitammo luoghi straordinari come Mesa Verde, il Navajo National Monument, Silver City, il Four Corners e molte riserve dei Navajo. Ogni giorno era un’avventura diversa.
Oggi moltissimi raccontano i propri viaggi sui social. Guardando indietro, cosa rende diversa la vostra esperienza del 1986?
La differenza principale è che allora si partiva senza sapere davvero cosa ci si sarebbe trovato davanti. Io, negli anni successivi, ho continuato a viaggiare molto, dalle Galápagos alla Nuova Zelanda, facendo anche safari e spedizioni naturalistiche. E noto una grande differenza rispetto a oggi: adesso è tutto organizzato. Anche quando si parla di avventura, spesso è un’avventura pianificata nei minimi dettagli. Noi, invece, partimmo conoscendo soltanto il percorso immaginato sulla cartina geografica. Il resto era completamente sconosciuto. Noi partivamo quindi con uno spirito diverso, il viaggio era conoscenza, scoperta, curiosità: serviva anche a conoscere meglio se stessi.

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