Michele Bravi a Sanremo 2026: “Da 31 anni mi sento goffo, ho cercato di nasconderlo fingendomi performativo”

Lo avevamo lasciato a Sanremo 2022 con dei look di grande impatto visivo, molto forti. Stavolta Michele Bravi a Sanremo 2026 ci stupirà con una trasformazione da "bravo ragazzo", realizzata assieme alla stylist Susanna Ausoni, che lo accompagnerà in questa avventura sanremese. A Fanpage.it la stylist ha spiegato che il cantante non ha paura di mettersi in gioco e ama farsi guidare nelle scelte di stile: "Abbiamo fatto un restyling totale, abbiamo cambiato anche i capelli. È stata una scelta condivisa con lui. Devo dirti che ho avuto la fortuna di incontrare un artista in ascolto, disponibile, curioso, desideroso di fare un esperimento nuovo legandolo al pezzo sanremese". In gara l'artista porta il brano Prima o poi: "È una canzone estremamente emozionante – come spiegato da Ausoni – Per questo secondo me non avevamo bisogno di un look strabordante. Aveva bisogno di un look elegante per non sovrastare la canzone". I look in questione sono firmati Antonio Marras, come ci è stato detto dall'ufficio stampa della Maison. Le fonti di ispirazione arrivano dal mondo del cinema: gli studenti de L'attimo fuggente e i personaggi della serie Peaky Blinders, quindi il blazer sarà grande protagonista con una palette di colori che spazia tra nuance differenti e opposte, dal rosso al lime al verde acqua. Intervistato da Fanpage.it, Michele Bravi ha specificato che tutti gli outfit avranno un filo conduttore: il sentimento della goffaggine, che sente particolarmente suo.
Sono passati quattro anni dal tuo ultimo Sanremo. Come ti ritroveremo quest'anno all'Ariston?
Lo scorso Sanremo avevo giocato tanto, perché ero andato con Fausto Puglisi vestito Roberto Cavalli. Quest'anno gioco ma in maniera diversa. Questo è un brano che fa da apripista a uno spettacolo pensato per il teatro. Nella canzone racconto il momento della goffaggine. Poi quando uscirà il disco sarà tutto più chiaro chiaro! Nel brano dico: "Dovresti vergognarti che sono anni che non la smetti di mancarmi". Cioè: dico le cose male, ecco. E quindi ho cercato di interpretare insieme al designer che mi accompagnerà che cosa vuol dire essere storti anche sartorialmente.

Quindi un concetto di goffaggine portato anche nel look?
Assolutamente sì. Io il brano l'ho scritto pensando all'idea cinematografica che abbiamo delle emozioni, siamo partiti da qui. Che succede quando mi lasciano? Che sto buttato sul divano, col cane, i cartoni della pizza: proprio l'idea cinematografica delle cose. Poi nella canzone c'è il sole, magari ti riprendi. Però poi non c'è tutta questa idea cinematografica nella vita, è tutto più storto, è tutto più goffo. La stessa cosa, lo stesso approccio l'abbiamo avuto per la parte estetica. Una persona come dovrebbe andare a Sanremo? Cioè qual è l'abito per antonomasia con cui uno si presenta a Sanremo? Da lì abbiamo aperto gli occhi sulla realtà.
Tu in questo periodo lo senti abbastanza tuo il sentimento della goffaggine?
Ma guarda, io ho 31 anni ed è da 31 anni che lo sento mio! Diciamo che per anni ho cercato di combatterlo, di nasconderlo e di fingermi sempre performativo. Il mio terrore a Sanremo è vedere gli altri colleghi splendidi, con questa pelle fresca. Io mi sveglio la mattina, mi guardo allo specchio e dico: "Mo' come esco fuori da questa camera?". Poi quando finisce il sabato, si dice "Andiamo a festeggiare": io non l'ho mai fatto, perché appena finiva correvo a dormire!

C'è qualcosa dal punto di vista stilistico che non gradisci, che non metteresti mai?
Il mondo sartoriale per me è sempre un modo per dare tridimensionalità allo spettacolo. Io non ho mai capito quelli che dicono: "La moda distoglie l'attenzione". No, lo spettacolo è spettacolo, è giusto dare una tridimensionalità a quello che racconti, a quello che scrivi. Parti dalle note, poi ci aggiungi le parole, gli strumenti, la parte sartoriale, le luci, poi la scenografia. Quindi ti dico, non ho particolari limitazioni. Il timone chiaramente non lo scelgo nemmeno io, lo sceglie sempre la canzone. Questo forse è un modo anche per risolvere la mia goffaggine sul palco. Io quando sono lì ci tengo che il mio corpo venga prestato alla canzone. E infatti è l'unico momento in cui mi sento più sicuro, perché sono in prestito, non sono io. Se domani una canzone dovesse richiedere che debba andare vestito da sposa, lo farò. Sapere che in quel momento non sono più io, ma sono una canzone, mi dà sicurezza. Penso che sia un po' quello che fanno tutti gli artisti, perché sennò con quale presunzione uno sale sul palco e dice "Adesso ascoltatemi tutti"? Io vado lì perché ho una canzone.
Hai scelto un unico designer per tutte le serate?
Sì, io sono sempre fan di questa cosa. Credo molto nella collaborazione tra la moda e la musica. È importante avere qualcuno che effettivamente ti accompagni nel creare una storia in quelle serate, per creare uno spettacolo unitario. Volevo che tutto questo Sanremo fosse un po' a conduzione familiare, quindi avere vicino degli artisti che già conoscessi, che frequento, che mi conoscono, che fanno parte della mia vita.

Hai fatto qualche richiesta particolare, c'era qualcosa che volevi inserire?
Assolutamente no, perché io sapevo già. Con lo stilista condividiamo lo stesso gusto artistico e la stessa tipologia di impegno nelle cose. So che se gli chiedo di vestire la mia musica lo fa con molto rispetto. Però non voglio prendermi meriti che non ho: quello è veramente il suo occhio e la sua visione. Lui ha una visione un po' pittorica della parte sartoriale, non è la prima volta che io ci collaboro. Quando ha ascoltato la canzone per la prima volta e tutto il disco, ha avuto una visione teatrale, goffa, elegante, seria, solare, tutto insieme. E unire le contraddizioni è una cosa che può fare solo chi ha una visione artistica. Sono sono in buone mani, ecco.
Anche quest'anno pensi di correre a dormire finito il Festival?
Eh, quest'anno forse peggio perché nel frattempo sono pure invecchiato.
E invece la sera prima: cosa fa Michele Bravi prima di debuttare sul palco di Sanremo?
Ma io vado a dormire! Mi voglio vivere le cose in maniera serena, gli dò l'impegno professionale che posso dedicargli, però non mi deve mangiare la vita. Non sono fan di questa retorica: "ci tengo così tanto che ho rinunciato a tutto". No. Io ci tengo così tanto che gli ho trovato lo spazio giusto che meritava. Le cose belle sono belle, le cose brutte sono brutte, a casa mia si dice: "Prendo quello che passa il convento". E ti dico: il convento in questo periodo è stato estremamente generoso con me e quindi me la godo.

Hai qualche rito scaramantico, qualche portafortuna che porterai con te?
Non so se è un rito scaramantico, perché ha poco a che fare con la scaramanzia. Io non sono prettamente cristiano, ma c'è questa Poesia degli artisti di San Francesco d'Assisi che trovo meravigliosa. Al di là della preghiera in sé a Dio dice delle cose meravigliose e quindi io la recito sempre con tutti quanti, con tutte le persone che lavorano con me.
Cosa metterai nella valigia di Sanremo?
Io devo portare gli occhiali, perché non vedo bene. A gennaio in previsione di Sanremo ne ho fatti cinque paia, per arrivare a Sanremo almeno con quattro. Beh, ne sono rimasti due. Li ho persi tutti! Io perdo tutto. Tranne le cose importanti.
Chi era Michele Bravi del precedente Sanremo e chi è Michele Bravi di oggi? Fermo restando che è sempre un goffo!
Il precedente Sanremo era strano, erano quegli anni di parentesi Covid: delle volte non c'era il pubblico, se c'era era contingentato, ti chiudevano in camera perché non potevi vedere nessuno. Mi sono divertito, è stato bello, però non era il Sanremo del primo anno, con tutto quel circo che adesso è tornato finalmente. E quindi quando sono tornato la seconda volta un po' mi era dispiaciuto sentirmi così isolato, però era il periodo storico che stavamo vivendo. Per me è più facile collegare questo Saremo con il primo più che col secondo: quella era troppo era una situazione del mondo strana.