
Non c'è un motivo, non c'è un perché: un trend virale per sua natura non nasce tale, non lo si può costruire a tavolino, lo diventa per ragioni difficili da indagare. Un po' come il barattolo di yogurt coi biscotti dentro, che tutti stanno replicando immotivatamente da qualche giorno: eppure, nonostante la banalità della ricetta (oppure forse proprio per questo) tutti stanno sentendo l'esigenza di provarla a colazione. Il trend "2026 is the new 2016" nasce nello stesso modo e funziona innanzitutto perché fa leva sull'effetto nostalgia, di cui la nostra generazione è completamente schiava. I Millennial sono quelli che più di tutti si sono fatti contagiare: sono quelli che nel 2016 avevano tra i 25 e i 35 anni, i 40enni o giù di lì attuali.
Ma perché proprio ora? E perché proprio quell'annata? Difficile dire se l'anno scorso avrebbe funzionato un "2025 is the new 2015"! Fatto sta, che ora quando apriamo i social ci risvegliamo nel 2016. Era l'anno della prima elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, della morte di Prince, David Bowie e George Michael. Quell'anno Leonardo Di Caprio si accaparrò finalmente il suo primo Oscar dopo infinite nomination andate sempre a vuoto e gli Stadio vinsero Sanremo. Lì sul palco dell'Ariston c'era Madalina Ghenea nel ruolo di valletta (quando ancora si usava questa come definizione) con una serie di abiti da sogno degni di una fiaba, uno più scintillante dell'altro, tutti tempestati di cristalli. E a proposito di vestiti: come dimenticare quello di Madonna al Met Gala con seno in mostra e Taylor Swift vestita di metallo.

Ma in effetti, al di là degli outfit delle celebrities sui red carpet, questa ondata di nostalgia ci ha fatto ricordare come ci vestivamo noi, la musica che ascoltavamo, le persone che frequentavamo (qualcuno finito nel dimenticatoio e qualcuno purtroppo no). La piastra era probabilmente la migliore amica di chiunque e le ragazze coi capelli ricci si sottoponevano a questa tortura quotidiana: perché la moda ci voleva tutti con la chioma di seta. E sulle spiagge non eri nessuno, se non sfoggiavi il costume intero sgambato in stile Baywatch, tornato alla ribalta: potevi amarlo o odiarlo, ma il protagonista dei look balneari era lui.
Nelle foto di quel periodo si fatica a riconoscersi e non è questione di somiglianza fisica, di fisionomia. Non è perché probabilmente avevamo addosso dei discutibili jeans skinny che oggi mai metteremmo di nuovo addosso. È che erano proprio "altri tempi" in termini di approccio. La parola "pandemia" faceva pensare solo alla peste del 1300 e l'Intelligenza Artificiale era roba da film, non una presenza fissa pure per scegliere un partner. Il 2016 fa pensare a tempi più leggeri e spensierati e lo dimostrano proprio le foto che pubblicavamo, che viste con gli occhi di oggi ci fanno così ribrezzo. Perché nessun Millennial ora si divertirebbe nel piazzarsi un paio di orecchie da cane sulla testa: eppure quegli effetti, 10 anni fa, spopolavano! E ammettiamolo: li abbiamo usati tutti su Snapchat. Così come l'effetto rosato sulle foto, per dargli quel tocco vintage che faceva così figo. Adesso, invece, c'è il filtro che ti pialla il viso: perché guai a mostrare una ruga, un brufolo, un segno di acne.

Ci si divertiva così, in assoluta spontaneità e infatti si postava molto di più rispetto a oggi. Adesso viene fatta una selezione accuratissima dei contenuti, perché la finalità ultima è raggiungere il numero più alto possibile di like. È da quelli che dipende la giornata, sono quelli a definire un contenuto buono o meno, una foto bella o meno, ecco perché ci si avvale di una postproduzione impeccabile tra filtri, transizioni, montaggi. Se nel 2016 condividevamo ogni dettaglio delle nostre vite, lo facevamo preoccupandoci molto meno del giudizio e soprattutto, non avevamo modelli a cui rifarci, non c'erano stereotipi a cui somigliare per decretare il successo di un contenuto, non c'erano strategie. Questo perché non c'era l'algoritmo, gli influencer e la loro estetica non avevano il potere che hanno oggi. Se nel 2016 ci si poteva concedere il lusso della lentezza e dell'autenticità (quella che vista oggi ci fa scappare un sorrisino) adesso si deve pensare alla velocità, alla viralità, combattere la competitività.
I Millennial sono così schiavi della nostalgia, al punto da abbracciare in massa il trend, perché subiscono il fascino di quel periodo, ricordato come un momento più gestibile, più umano, quando i social erano ancora qualcosa di idilliaco e innocente che si usava come ponte, come rete per tenersi in contatto e non come vetrina.
Quindi no, il 2026 non è il nuovo 2016, non potrebbe essere più diverso e noi stessi siamo completamente diversi, perché siamo cresciuti e con noi è cambiato anche il mondo, sia quello reale che quello virtuale. Oggi ci vogliono entrambi perfetti e performativi, sempre sul pezzo: c'è sempre qualcuno a cui paragonarsi, qualcuno con cui confrontarsi, qualcuno da emulare, qualcuno la cui prestazione ci mette in crisi. Questa instabilità ci disturba e quelle foto del 2016 sono diventate un sorta di oasi felice dove rifugiarsi per un momento, perché ci riportano a una versione più spensierata, anche se vestita malissimo.