Guida alla street art di Milano con Christian Gangitano: da NoLo a Isola le opere da vedere e quelle da evitare

La street art è morta, ora si parla di Urban Art: in un periodo in cui un grande artista come Banksy perde il diritto al proprio anonimato, sembra diventato quasi necessario capire le radici di questa arte che trasforma spazi grigi e anonimi in gallerie a cielo aperto. In questo contesto, ha sicuramente senso partire da Milano. Infatti, se per molti turisti Milano rimane la città della moda, del design, dei grattacieli che disegnano lo skyline, in realtà basta cambiare prospettiva, allontanarsi dalle vetrine del centro e attraversare quartieri più periferici per accorgersi che la città nasconde una delle scene di arte urbana più affascinanti d’Italia. L'esperto di Urban Art e co-fondatore di Casa degli Artisti a Milano Christian Gangitano ha spiegato a Fanpage che negli ultimi trent’anni muri, cavalcavia e sottopassi sono diventati una tela diffusa, trasformando Milano in un vero e proprio museo a cielo aperto in continua evoluzione. Un fenomeno nato negli anni '90 dal graffiti writing e progressivamente sviluppatosi in una forma più complessa di intervento artistico nello spazio pubblico. "Le evoluzioni sono state molto importanti e seguono il normale sviluppo delle correnti artistiche contemporanee", spiega Christian Gangitano, che da anni lavora su progetti di rigenerazione urbana attraverso l’arte. "In Italia si parte a metà degli anni '90, quando il graffiti writing si evolve in street art con l’introduzione di elementi figurativi. Milano, insieme a Bologna e Roma, diventa subito una scena di riferimento". In quella fase emergono artisti che oggi sono riconosciuti a livello internazionale, come Banksy, OBEY o PAO, mentre oggi le opere iniziano a uscire dagli spazi underground per conquistare i quartieri della città. Oggi il linguaggio è cambiato e secondo molti artisti sarebbe più corretto parlare di urban art piuttosto che di street art, ma per chi vuole scoprire Milano attraverso i suoi muri dipinti la domanda resta la stessa: dove andare davvero e cosa vale la pena vedere?

I muri liberi e la memoria dei quartieri
Un buon punto di partenza per orientarsi nella mappa dell’arte urbana milanese sono i cosiddetti muri liberi, spazi messi a disposizione dal Comune dove gli artisti possono intervenire senza autorizzazioni specifiche. Tra i più celebri c’è quello di Via Pontano, considerato uno degli hall of fame del writing italiano. "Via Pontano è probabilmente lo spot più famoso", racconta Gangitano, "storicamente dipingono qui crew come i TDK o i DCN, ma passano anche molti artisti urbani importanti".

Le pareti di questa via cambiano continuamente, diventando una sorta di archivio in movimento della scena cittadina. Un altro itinerario significativo è quello dei sottopassi tra Via Padova e Viale Monza, un percorso lungo quasi due chilometri che negli anni è stato trasformato in una galleria urbana, attraverso progetti di rigenerazione attuati da Gangitano e altri esperti e creando una delle prime gallery pubbliche di poster art.

Ma l’arte urbana milanese non è solo estetica o decorazione, spesso diventa uno strumento per raccontare la storia dei quartieri e rafforzarne l’identità. È il caso di Ortica, dove il progetto OR.ME-Ortica Memoria ha trasformato intere facciate in grandi affreschi contemporanei dedicati alla memoria popolare e alla storia antifascista del quartiere.

Camminando tra le strade si incontrano murales monumentali che raffigurano partigiani, operai, musicisti e figure simbolo della cultura milanese: "È uno dei progetti che ha capito meglio il valore di questo linguaggio", osserva Gangitano, "la memoria storica del quartiere diventa parte dell’opera stessa".

NoLo, Lambrate e Corvetto: quando l’arte rigenera la città
Se Ortica è un museo urbano della memoria, altri quartieri raccontano invece come l’arte urbana possa diventare uno strumento di trasformazione sociale. Uno dei casi più citati è NoLo, oggi tra le zone più dinamiche della città ma un tempo segnata da problemi sociali e degrado urbano.

Il nome stesso, North of Loreto, è nato come provocazione ironica e nel tempo è diventato un vero marchio identitario. "Quando abbiamo iniziato a lavorare lì era una zona difficilissima", ricorda Gangitano, "con i comitati di quartiere abbiamo portato artisti molto noti che oggi non dipingerebbero più in un contesto simile, tra questi figurano nomi come TVBoy, Pao e l’artista giapponese Tomohiko Nagao, che hanno contribuito a creare un paesaggio urbano nuovo e riconoscibile; alcune opere sono ancora visibili tra Via Padova e le strade attorno a Via Termopili".

Un’altra tappa significativa è sicuramente Lambrate, dove è nato il Museo Urbano Diffuso a Milano, progetto che prende il nome dal film di Vittorio De Sica girato proprio in quest’area nel dopoguerra: qui, infatti, le opere dialogano con la storia cinematografica e industriale del quartiere. Poi c’è Corvetto, dove sotto il cavalcavia è stato realizzato un grande intervento calligrafico dell’artista Lillo accompagnato da un fregio del muralista argentino Pablo Pinxit. Si tratta di un’opera che celebra le eccellenze e le figure simboliche della zona: "Questi progetti dimostrano che l’arte urbana può rafforzare l’identità territoriale", sottolinea Gangitano, "non si tratta di riqualificare, perché molti quartieri avevano già una storia forte. Piuttosto si parla di rigenerazione".

Il quartiere di Isola tra gentrificazione e murales pubblicitari
Non tutti i quartieri però hanno mantenuto la stessa energia creativa nel tempo. Alcuni, proprio grazie alla loro attrattività culturale, hanno attraversato processi di trasformazione urbana molto rapidi. Un esempio emblematico è il quartiere di Isola, un tempo considerato uno dei cuori più pulsanti della scena underground milanese, oggi ha perso gran parte della sua spontaneità artistica: "Era una zona bellissima, piena di energia, ma con la gentrificazione e la scomparsa di luoghi simbolo come il centro sociale Pergola o San Antonio Rock squat quella carica frizzante è andata perduta", spiega Gangitano.

Il rischio, secondo molti esperti, è che l’arte urbana diventi sempre più uno strumento di marketing urbano, con grandi murales commissionati da brand o istituzioni: "Io li chiamo dischi volanti", dice Gangitano, "Atterrano dei mega murales tecnicamente perfetti ma scollegati dal quartiere. Se sono autorizzati, spesso diventano quasi pubblicità dipinte". Questo non significa che il futuro dell’urban art sia già scritto, anzi, secondo l’esperto si sta aprendo una nuova fase fatta di collaborazioni tra artisti, associazioni, enti pubblici e comunità locali.

"La carica spontanea della street art ormai è finita", conclude, "Ma oggi esistono nuove possibilità. I comuni hanno capito che l’arte urbana può generare bellezza, identità e anche sicurezza". Ed è forse proprio questa la vera mappa da seguire per esplorare Milano attraverso i suoi muri, non solo per cercare le opere più spettacolari, ma capire il legame tra l’arte e i quartieri che le ospitano, perché è lì, tra le strade meno ovvie della città, che la metropoli rivela uno dei suoi volti più sorprendenti.