Come è stato ricreato il Quirinale nel film La Grazia, la scenografa: “È uno spazio psicologico”

La Grazia è un film sul dubbio, innanzitutto, ma affronta molti altri temi universali, profondamente radicati nella natura umana. Paolo Sorrentino ha scelto nuovamente Toni Servillo come protagonista, proseguendo così il consolidato sodalizio professionale che va avanti da anni. L'attore stavolta interpreta un Presidente della Repubblica cattolico, rigoroso, dal carattere ermetico, soprannominato Cemento Armato. Questa poca inclinazione alla leggerezza, dettata dall'essere innanzitutto un uomo di legge, si nota anche nel suo abbigliamento: veste sempre uguale, sempre in colori scuri, il cappotto è la sua armatura come ha spiegato il costumista Carlo Poggioli a Fanpage.it. Vista la carica istituzionale che ricopre Mariano De Santis, nel film è stato necessario ricreare il Quirinale. Le scenografie sono a cura di Ludovica Ferrario, che intervistata da Fanpage.it ha raccontato il lungo lavoro per il film.
Quali erano le indicazioni preliminari di Sorrentino?
Il pilastro per lo scenografo è sempre la sceneggiatura. Poi la scrittura di Paolo apre un mondo: dà una grande grande ispirazione visiva, nelle sue parole dà già un'indicazione di immagini. A Paolo interessava raccontare non solo l'aspetto del potere, ma anche ciò che sta dietro: il Presidente della Repubblica, ma anche l'aspetto umano. Si trattava di arrivare a una sobrietà che che aiutasse anche a un'intimità: il mondo privato o la solitudine dei nostri personaggi che camminano all'interno di questi spazi.
Che scenografia e che atmosfera aveva immaginato?
L'indicazione era avere nella prima parte del film un approccio più di chiari e scuri, poi un uso del colore solo quando uscivamo dal Quirinale. L'aspetto più prezioso per me di lavorare a questo film è stato mettermi al servizio di un racconto che ha una dimensione intima dietro lo scenario architettonico. È uno spazio che abbiamo dovuto ricreare e reinventare anche sotto il profilo psicologico, per arrivare a tematiche che sono profondamente umane, profondamente etiche.

Come è stato ricreato il Quirinale?
Ovviamente non potevamo girare nel Quirinale, ma dovevamo ricrearlo in modo credibile rispetto al racconto. C'è stato quindi un grosso lavoro di ricerca per restituire la verità del luogo. Ho chiesto di poter fare un giro col costumista e il Direttore della fotografia. Ho fatto uno studio architettonico per capire in che modo poterlo raccontare. Doveva aderire su più piani di lettura, anche dal punto di vista psicologico. Per me era anche questo, uno spazio psicologico da ricreare: doveva restituire l'umanità che c'è dietro dentro ogni ogni sequenza, raccontarla visivamente. La sfida era questa: ricreare uno spazio che restituisse una sontuosità istituzionale, ma anche e soprattutto un'intimità possibile. Proprio la possibilità in fondo è uno dei temi dei film. Bisognava anche creare uno spazio che accogliesse il tema del rapporto umano tra padre e figlia. E qui entra in gioco anche il tema della fragilità, dello scambio e dello scarto generazionale tra i due. Doveva essere uno spazio psicologico che fosse di rispetto e di distanza, ma che piano piano nel racconto si accorcia. È stato fatto un grande lavoro di arredamento e illuminazione per dare una continuità all'atmosfera ricreata inventandoci un Quirinale.

Quali sono i luoghi reali usati come set?
C'è stato un grosso lavoro di geografia possibile unendo diversi luoghi, più ambienti mischiati insieme. Abbiamo girato a Palazzo Reale le zone più istituzionali, le parti più di rappresentanza, mischiandolo poi anche al Castello del Valentino. È lì la sala dove vediamo il Presidente più solitario nei suoi pensieri. C'è una parte invece più rappresentativa di un altro tema forte nel film che è la giurisprudenza. Tutto il mondo dello studio e della giurisprudenza l'abbiamo girato invece all'Accademia delle Scienze. Mi piaceva poter immergere dentro un fuori scala un un mondo fatto di legno, di scrittura, di libri. È lì che si va a snocciolare il confronto giuridico tra padre e figlia. Abbiamo girato anche a Palazzo Chiablese per le sale e i saloni che sono più sobri e meno sontuosi di Palazzo Reale: lì abbiamo ricostruito interamente lo studio presidenziale. Il cortile è stato un po' una sfida, ma alla fine risulta molto somigliante a quello vero. La scelta di uno spazio del ricordo immerso nella nebbia, la svelta di usare questi filari di alberi: è dovuto al tema del tempo che pure è forte. È stata fatta una ricerca sul luogo che ci permettesse di raccontare quanto più possibile proprio quella dimensione sospesa. L'argine del fiume nella campagna mantovana diventa la prospettiva del guardare oltre: tutto molto metaforico. Un altro luogo iconico dove abbiamo girato è La Scala, a Milano: è uno dei pochi momenti in cui il nostro Presidente della Repubblica si affaccia al mondo nelle vesti di rappresentante degli istituzioni.

Ci sono dettagli particolari negli arredi, scelti per rafforzare dal punto di vista visivo alcuni temi?
Un lavoro che faccio sempre con Paolo, che è sempre molto affascinante, è utilizzare in luoghi classici degli elementi contemporanei: cavalcando la presenza dell'arte contemporanea all'interno del Quirinale sono state scelte le lampade per esempio. Per l'illuminazione a tratti si è lavorato proprio in questo senso, a contrasto, mischiando le due cose. In Paolo a livello compositivo c'è sempre l'elemento di contemporaneità: qui lo vediamo anche con l'uso della danza e della musica, oltre che della luce. Poi vediamo Toni Servillo indossare delle cuffie moderne: sono il mezzo per indicare un rapporto generazionale. E poi le pareti affrescate portano il tema della guerra, della battaglia, quindi la rappresentazione del tema del conflitto inteso come conflitto interiore.