Raffaella Reggi: “Sinner visto da un metro è impressionante. Ha qualcosa che da casa non si vede”

Il 2025 è stato un anno meraviglioso per il tennis italiano, ricco di successi. Successi che Raffaella Reggi, ex top 15 del mondo e volto – e voce – delle telecronache di Sky, ha raccontato in modo semplice, spontaneo ed efficace. Nell'intervista a Fanpage, una delle addette ai lavori più apprezzate, ha ripercorso gli ultimi mesi del movimento azzurro tra emozioni, pressioni e trasformazioni.
Con Reggi abbiamo parlato di ciò che accade dentro e fuori dal campo, approfittando della sua conoscenza capillare: da atleta, da commentatrice e da osservatrice privilegiata. Dai retroscena della settimana di Malaga, all'abbraccio simbolico tra Cobolli e Berrettini, fino alla leadership silenziosa di Matteo, al carattere di Flavio, alla compattezza della squadra e all’evoluzione quasi impressionante di Jannik Sinner, capace di lottare per il numero uno del mondo nonostante tre mesi di stop.

Raffaella, siamo arrivati al termine di una stagione logorante: è una fatica notevole anche per voi addetti ai lavori?
"Dai, le fatiche per l’amor di Dio sono altre, ci mancherebbe. No, no. Anzi, ti dico, stiamo vivendo un momento secondo me incredibile, quindi dà anche una certa spinta a poter fare questo lavoro in un certo modo. Chi è a casa adesso è talmente assetato di tennis… Siamo fortunati noi di Sky di poter, quasi ogni settimana, mandare in onda tornei, e ad avere quasi ogni settimana ragazzi italiani che arrivano praticamente in fondo. Se non sono i ragazzi è comunque Jasmine. Insomma, meno male. C’è molto da raccontare, quindi questo è assolutamente positivo".
Torniamo sulla Coppa Davis. C'è qualcosa che ti ha colpito in particolare delle performance di Cobolli?
"Allora, guarda, la cartolina secondo me della finale della Davis è l’abbraccio tra Flavio e Matteo. E quello racchiude secondo me tante cose. Il percorso di tutti e due è più o meno segnato dalla stessa cosa: ovvero il fatto che da quando sei ragazzino giochi in un club. Mi ci sono rivista molto, perché comunque giochi le gare a squadre e il sogno, quando tu sei bambino, è pensare magari un domani ‘se divento un buon giocatore o una buona giocatrice, posso vestire la maglia azzurra'. Perché comunque, sai, far parte di un club dà quel senso di appartenenza, e quindi quando giochi le gare a squadre senti particolarmente anche il fatto che i soci che ti vengano a vedere. C’è tutto un clima dietro, secondo me. Adesso io non so se è più così, ma all’epoca era molto, molto sentito tra noi giocatori, e immagino anche per questi ragazzi".
Questo è un aspetto interessante anche per tutti quei ragazzi che oggi giocano gare a squadre a livello provinciale o regionale?
"Le gare a squadre ti danno quel qualcosa in più: essendo il tennis uno sport talmente individuale, riuscire comunque a compattarsi in quella settimana lì e in quel modo lì è tanto. Perché i ragazzi sono talmente partecipi, e anche chi non gioca è comunque protagonista nel tifo, in quello che è magari un piano partita. Riuscire comunque a mettere insieme tutti i pezzi secondo me è molto, molto bello. Noi in questo facciamo veramente squadra, siamo sempre riusciti, al di là dei risultati, a compattarci in un certo modo: è bellissimo. Testa, cuore e riuscire comunque a ribaltare certe situazioni".
Insomma, Cobolli non ti ha sorpreso, tra l’altro ne parlammo in tempi non sospetti.
"Flavio per me non è una sorpresa, nel senso che a livello di grinta, a livello di determinazione, è cresciuto tantissimo. E pensare che aveva iniziato l’anno in un modo un po' delicato. Poi dopo che ha vinto Bucarest, ha cambiato completamente la sua stagione".
E poi c’è la colonna Berrettini: dopo tanti saliscendi si meritava questa soddisfazione. Quanto è stato importante come leader?
"Matteo, è uomo Davis: dai messaggi che dà, da come parla, è un personaggio carismatico e quindi, quando hai anche un giocatore così, che tu sei in campo e lo vedi lì in panchina con questa presenza, sei quasi costretto a tirar fuori quello che è il massimo delle tue possibilità quel giorno lì. Matteo, voglio dire, ha 11 match consecutivi vinti in Davis, quindi è già un bel biglietto da visita, nel senso che è riuscito ad arrivare a Bologna in condizione. E quindi sono stati anche bravi, secondo me, a centellinare bene la programmazione per arrivare alle Finals in un certo modo, specialmente dal punto di vista fisico, viste le problematiche che ha avuto anche durante l’arco dell’anno".

La sensazione è che abbia avuto un peso importante non solo in campo, basti pensare alla partita di Cobolli e a come è cambiata dopo il primo set. Cosa ne pensi?
"Il primo set Matteo non era in panchina, non c'era: stava facendo il controllo antidoping. Sonego continuava a messaggiare: ‘Abbiamo bisogno di te, abbiamo bisogno di te, è il caso che tu corra e venga'. Nel momento in cui si è presentato le cose sono cambiate, così come quando c'è stato quell'episodio, forse nel secondo set del malore. Perché Munar era davanti un set e un break e una persona non si è sentita tanto bene: c'era un 40 pari e c'è stata la svolta della partita. Lì qualcosa è girato, gli episodi possono capitare, basta anche un attimo. Ma la presenza di Matteo, secondo me, per Flavio ha fatto una discreta differenza, senza ombra di dubbio".
Ma tu che hai difeso i colori azzurri tante volte: questi successi incidono sulla carriera?
"Sì, assolutamente sì, perché sono sensazioni che devi cercare di portarti anche poi nella preparazione della stagione. Quando tu comunque finisci l'anno in quel modo — parlo per Flavio oppure per Matteo — ti dà anche una spinta dal punto di vista della preparazione per la stagione successiva. Flavio ha adesso una serie di mesi dove non ha punti da difendere; Matteo, che comunque io mi augurerei e spererei che possa portare avanti la prossima stagione senza infortuni, con una programmazione mirata, penso che possa sicuramente ancora dire la sua".

La Coppa Davis ha mantenuto quindi qualcosa di magico nonostante il tanto discusso format?
"La Coppa Davis ti dà qualcosa. Al di là di questo format, che a livello di contributo non rispecchia quello che era prima: il poter giocare fuori casa, in casa, tre su cinque, dal venerdì, sabato e domenica, quella aveva un altro sapore e un altro spirito. Ciò non toglie che le emozioni che ti dà la Coppa Davis e la stessa Billie Jean King Cup, magari, come hai detto bene tu non arrivano altrove: perché c'è il tifo, perché basta magari un episodio che possa veramente girare la partita. Questo può succedere anche nei tornei normali e ci mancherebbe altro. Però in Davis magari questa cosa è più enfatizzata".
Che sensazioni hai sul futuro di Matteo e Flavio? Possiamo aspettarci grandi cose?
"Matteo ha un tipo particolare di tennis per come sta in campo per come ha la gestione anche della partita: è una testa pensante. Si vede, a livello anche tattico. Magari ci sono invece giocatori, vedi Flavio, più istintivi, magari a volte anche un po' troppo irruenti nelle scelte quando potrebbero essere un pochino più tranquilli. Ma è anche il bello di questi ragazzi, un po’ tutto quello che è la loro personalità: partendo da Jannik, il suo modo di essere quasi un caterpillar in campo, testa bassa; Musetti, magari invece, con un tennis un po' ancora di altri tempi".
Certo che questo gruppo è compatto anche perché eterogeneo, dove tutti si completano alla perfezione.
"Ognuno di loro ha comunque una personalità e un modo anche di vedere il tennis e di giocarlo in un certo modo. È bello anche il disporre di un repertorio di ragazzi, e di una panchina lunga ma nello stesso tempo con personalità e modi di giocare diversi. Sì, sembrano quasi complementari tutti, anche Vavassori, Bolelli. Questo vale anche dal punto di vista del carattere: sono proprio un bel gruppo".

Andiamo su Sinner e sulla sua chiusura di stagione in bellezza: c'è stato un ulteriore e forte passo avanti nel suo tennis, tra servizio e variazioni?
"Guarda, io mi sono permessa di dire che certamente Alcaraz chiude la stagione numero uno del mondo, assolutamente meritato, ma penso anche che forse l'impresa vera sia quella di Jannik, che fino all'ultimo torneo si è giocato la prima posizione mondiale con tre mesi di stop. Questo, secondo me, ti dà il metro di quello che, nel momento in cui lui è rientrato a Roma, è stata tutta la stagione. Non c'è molto da dire da questo punto di vista qui, se non che siano cose incredibili, secondo il mio punto di vista".
Poi la capacità impressionante di risollevarsi dopo quella finale del Roland Garros.
"Ci sono stati dei momenti dopo il Roland Garros che sicuramente non sono stati facili: è andato a Halle e la testa non era ancora lì, una batosta secondo me non facile da smaltire. Ma nello stesso tempo è riuscito a farlo con grande mentalità a Wimbledon. Devo essere sincera: a Wimbledon ha cambiato passo dal punto di vista del coraggio delle giocate, in un momento anche dove era sotto di un set e di un break, se non erro, nella finale con Alcaraz. Lì è venuta fuori quella che è la forza mentale. Lui da questo punto di vista qui, secondo me, è impressionante".
A Torino hai avuto modo di vederlo in azione da molto vicino: ti ha impressionato?
"Il suono della palla è qualcosa che ti rimane impresso nella testa: perché un conto è quando tu commenti e hai un monitor davanti, come qualsiasi altra persona che lo guarda da casa; magari ti impressiona il ritmo di gioco, l'intensità nello scambio. Ma quando tu ce l'hai a un metro — cosa che mi è capitato in più di un’occasione a Torino — è impressionante il suono della palla, l'intensità che ci mette, il movimento sempre a posto con i piedi. Parte alto col busto e poi, nel momento in cui arriva la palla, si abbassa leggermente: sono tutti questi piccoli dettagli che poi rendono il giocatore quello che è".
Ti sorprende ancora la sua voglia di crescere e migliorarsi?
"Lui parla sempre di lavoro, ha proprio questa dedizione al lavoro. Perché i giocatori, comunque, gli avversari ti studiano e quindi c'è da implementare sempre qualcosa nel tuo gioco: il servizio visto dopo gli US Open, il cambio di passo con un lancio di palla leggermente diverso, l'essere proprio maniacali nella ricerca — non ti dico della perfezione, perché la perfezione è difficile per tutti — però riuscire sempre a trovare quelle sensazioni positive nell'andare a servire, nel non pensare, nel renderlo ormai un movimento meccanico. Insomma rivedere tutta la meccanica del servizio senza dover stare lì a dire ‘Oddio, adesso la prima…', perché poi ti entra nella testa".

Un Sinner "diverso", con un bagaglio di soluzioni tecniche più vario: possiamo aspettarci grandi cose nel 2026?
"A proposito di variazioni magari ne ha di meno rispetto a un Alcaraz, che è nato con una mano di un certo tipo e sin da ragazzino gli hanno inculcato anche questi tipi di giocate, che per Jannik sono più difficili. Le giocate ti vengono in maniera naturale senza dover pensare ‘Adesso gioco la palla corta': ti viene senza dover avere questo retro-pensiero prima di farle. Ma lui è cresciuto tanto in questo senso e nel 2026 andrà alla caccia, secondo me, di un titolo importante sulla terra e poi forse, non so se ci sia il pensiero, ma il fatto che forse Cahill sia rimasto anche un anno in più è per coltivare magari il sogno di poter vincere i quattro Slam in un anno".
Parliamo ora di te, delle tue telecronache. Quanto lavoro c'è dietro?
"Sono spontanea, per quello che mi riguarda non c'è niente di costruito. Io preparo le partite e mi piace proprio farlo dal punto di vista tecnico: quello che può essere un fattore importante in quel momento, l'avversario che uno ha dall'altra parte, quello che può saltare fuori durante la partita e così via. Mi piace riuscire a vedere quello che può succedere nell'arco del match e poterlo raccontare. Ma le mie esternazioni sono assolutamente naturali, anche quando uno fa il bel punto magari mi viene da fare questo urletto".
I tuoi “bravo” sono unici.
"Io sono abbastanza, ti dico, naturale. Cerco di non essere quella tifosa che magari va fuori dal seminato, però quando giocano i ragazzi italiani io cerco di dare il mio supporto anche seduta, davanti a un monitor con le cuffie in testa, perché l'ho vissuta anch'io dall'altra parte e quindi so che, anche se da casa o in uno studio televisivo, poter dare anche quella spinta in più potrebbe far piacere".

Oggi il tennis arriva a un bacino di persone impressionante con i risultati dei nostri. Senti una pressione maggiore?
"Puoi piacere o non piacere. Ormai tutti parlano, tutti sono diventati coach: ‘Si dovrebbe fare così'. Io sono per le critiche costruttive, nel senso che è giusto magari ascoltare persone che sono competenti ed equilibrate nel giudizio. Io non do tanto peso a quello che è il social, a parte che non è che io sia una mega social, devo essere sincera. Lo uso per lavoro, questo sì, ma non è che mi preoccupi più di tanto del dover scrollare tutti questi commenti, queste cose, assolutamente. Io spero di fare il mio lavoro come si deve. Considero il lavoro quello di altri: per me è un divertimento, è un onore in questo momento storico poter fare una cosa dove vai a lavorare col sorriso. È bellissimo essere testimone di quello che stiamo vivendo. Però sempre con quel filo di leggerezza. Ho questo modo che definisco ‘con un filo di gas': massima tranquillità, divertimento e poi sperando di trasmettere le mie emozioni e quello che vedo sul campo a chi sta a casa".
Per chiudere, 2025: qual è stato il momento per te più emozionante, se magari l'hai raccontato o l'hai vissuto, ovviamente tennisticamente?
"Di getto, la vittoria di Jannik a Wimbledon, senza ombra di dubbio. Poter avere quattro ragazzi e le due ragazze nelle Finals a fine anno. Anche la Davis e la Billie Jean. C'è l'imbarazzo. Però la prima cosa è Jannik a Wimbledon, senza ombra di dubbio. Nel tempio del tennis".