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Elena Pero: “Chi se ne frega delle telecronache. Se penso a Sinner a Wimbledon mi viene da piangere”

Elena Pero racconta la rivalità Sinner–Alcaraz, l’evoluzione del tennis, il nuovo pubblico e le emozioni dietro le telecronache.
A cura di Marco Beltrami
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"Chi se ne frega di Elena Pero". È la stessa popolare telecronista di Sky a dirci queste parole che sintetizzano alla perfezione il suo modo di essere. Vuole sempre che sia il tennis a parlare, con buona pace di chi lo racconta, che è solo un tramite. E questa la cifra stilistica di chi vorrebbe sempre lasciare la scena a giocatori, storie ed emozione senza prendersi mai troppo sul serio.

Dal modo di vivere la leggendaria rivalità Federer–Nadal alle nuove dinamiche di uno sport in crescita esponenziale, dall’effetto Sinner al ruolo (spesso distorto) dei social, fino alle emozioni più intime vissute dietro un microfono con la commozione quando il pensiero va alla finale di Wimbledon: Elena Pero ai microfoni di Fanpage ci accompagna in un viaggio dentro il tennis di oggi, senza filtri e con una sincerità rara. Un’intervista che parla di tecnica, emozioni, memoria, rispetto e cambiamento. Ma soprattutto, parla di sport nella sua forma più autentica.

Elena, i tuoi "maestri" Clerici e Tommasi raccontando una memorabile sfida a Wimbledon tra Federer e Nadal dissero "così si gioca in paradiso", con Sinner e Alcaraz abbiamo raggiunto quei livelli?
"Ci sono tanti livelli di coinvolgimento, quindi sì e no: nel senso che Federer–Nadal è stata la rivalità che ha rivitalizzato il tennis, quella che gli ha fatto fare un ulteriore salto di popolarità. Ed era una rivalità bellissima perché si doveva scegliere: era difficile rimanere neutrali, non si poteva restare indifferenti. Come in tutte le grandi rivalità degli sport individuali, c’era chi stava per Federer e chi stava per Nadal, ma secondo me gli indifferenti non esistevano".

Ora poi l'appeal è nettamente maggiore perché c'è un campione italiano.
"Non c’era il coinvolgimento dato da un tuo connazionale, quindi è diverso. È vero che per molti Federer era quasi una religione, qualcosa che andava oltre: ci sono persone che ancora oggi non si sono riprese dalla sconfitta di Wimbledon, quella dei match point contro Djokovic".

Certo è sempre fastidioso per me fare paragoni tra epoche diverse, ma quanto è cambiato questo sport?
"Secondo me ogni rivalità resta legata alla propria epoca, a quello che eravamo noi mentre la guardavamo. Oggi questa nuova rivalità forse coinvolge un pubblico più giovane: Federer e Nadal hanno appassionato tanti, ma un pubblico più maturo, che aveva fatto in tempo a vedere Panatta e i nostri. Chi si appassiona oggi a Sinner–Alcaraz magari non ha neanche idea di cosa fosse il tennis di allora. È tutto un po’ diverso: il coinvolgimento patriottico cambia completamente lo scenario".

Mi ha colpito molto una tua intervista in cui dice che non è tanto cambiato il modo di raccontare, quanto il modo di ascoltare.
"Sicuramente sì, perché il modo di lavorare di noi del gruppo tennis, che ci siamo da tanti anni, è rimasto lo stesso. Non abbiamo cambiato l’approccio. Magari un pochino sì, perché i nostri capi ci dicono a volte: "Siate più divulgativi", dato che chi segue oggi non ha necessariamente il bagaglio di chi seguiva prima".

Sinner e il trionfo a Wimbledon
Sinner e il trionfo a Wimbledon

Possiamo dire che è stato anche l'effetto Sinner?
"L’approccio è identico, ma non è identico il pubblico: è un pubblico che non sempre si è appassionato prima al tennis e poi a Sinner; spesso si è appassionato solo a Sinner senza essere appassionato di tennis. L’utenza è cambiata, inevitabilmente. Noi siamo gli stessi, però chi arriva al tennis passando da Sinner si trova davanti a un modo di fare telecronaca diverso da quello che vede in altri sport".

Il problema forse è che non solo si esalta Sinner, ma ci si ritrova a demonizzare gli avversari e anche uno come Alcaraz che è un campione eccezionale, non credi?
"La rivalità esiste perché c’è un confronto alla pari. Restando alle epoche recenti: Federer, quando ha iniziato a vincere tra il 2003 e il 2004, era bellissimo da vedere, ma vinceva sempre lui e c’era poca incertezza. Arriva Nadal, completamente diverso, e la rivalità esplode: ne guadagnano entrambi. Federer non sarebbe stato Federer senza Nadal, e Nadal non sarebbe stato Nadal senza Federer. Poi è arrivato Djokovic, ed è stata una goduria totale. E oggi Sinner non sarebbe Sinner senza Alcaraz, e Alcaraz non sarebbe Alcaraz senza Sinner. Ben vengano queste rivalità: rendono tutto più bello. E se dovesse arrivare anche un terzo – il Djokovic di questa generazione – allora avremmo garantiti altri dieci anni di divertimento".

C'è una partita di quelle che hai raccontato a cui sei legata particolarmente?
"Io ho una memoria scarsissima: ricordo le partite, ma non ricordo le telecronache. E quindi faccio un po’ fatica. Francamente io mi faccio coinvolgere dalla partita, ma non ho ricordi personali che riguardino me. Chi fa il mio lavoro è al servizio di ciò che vede".

Elena Pero e Paolo Bertolucci
Elena Pero e Paolo Bertolucci

Ma quindi alla fine non riesci a goderti appieno i match o a "divertirti"?
"No, ci si diverte comunque, ci si diverte: siamo in un posto divertente. Ovvio che non tutte le partite lo sono allo stesso modo. Alcune sono più appassionanti, altre meno. Forse il trucco è trovare sempre qualcosa che intrighi: quei due che sono lì e si stanno massacrando sul campo meritano attenzione. Però, francamente, penso sia bello parlare di tennis e di partite, ma meno di telecronisti. Noi siamo degli accessori. Siamo poco importanti, ecco".

Però adesso, con tutta la gente che si avvicina, voi avete il potere di impreziosire ciò che vediamo. Tanta gente che si avvicina al tennis grazie a voi può capire tante cose. Perché siete così complementari con Paolo Bertolucci?
"Boh, siamo capitati così (sorride, ndr). Ma mi trovo benissimo anche come quando lavoravo con Roberto Lombardi, che aveva un modo diverso ma altrettanto competente di vedere le cose. Mi trovo bene con chiunque, perché ho la fortuna di lavorare con talenti bravissimi, super competenti e che non si prendono troppo sul serio. La loro bravura è un sostegno: ti puoi appoggiare a loro, sai che ti puoi fidare, perché sono loro a guidare. E sono persone non pompose, che sanno scherzare. In fondo si parla di uno sport, di tennis: il grande vantaggio è quello. Sono stati grandissimi campioni, però sanno mettersi al servizio di ciò che stanno vedendo e non sono quelli che dicono ‘ai miei tempi…'. Vivono il presente, ed è bellissimo".

In telecronaca, ma anche ora, mantieni intatta la leggerezza di sempre nonostante il rumore esterno. Paolo Bertolucci ci raccontò che tu non segui i social, non leggi niente né tantomeno polemiche o critiche. Riesci ad isolarti?
"È così: riesco a mantenere quella leggerezza. Le critiche mi infastidiscono, e infatti non le guardo. Una critica è mille volte più utile dei complimenti, ma oggi è tutto troppo esagerato. Se uno volesse essere rigoroso, bisognerebbe dire ‘basta, si è andati oltre, non è giusto”. Ma siccome tutto è troppo grande e poco regolamentato, allora o ti impunti o ti tiri fuori. È forse vigliacco, lo capisco, però è meglio tirarsi fuori".

Ma negli anni hai percepito un cambiamento rispetto a tutto questo con la polemica facile, il tennis che raggiunge più persone e così via?
"Sì, si è allargato tutto. Prima eravamo nel pianeta Terra, ora siamo un po' nel sistema solare degli sport. Però queste domande che mi fai a me sembrano surreali. Chi se ne frega? Parliamo di Sinner, Musetti, Alcaraz, Cobolli…".

Ma è così, è surreale che ci sia il bisogno di difendersi da queste critiche ed ecco perché volevo che ne parlassi. Una volta la finale di Wimbledon tra Federer e Nadal era vista da pochi, oggi una sfida di seconda fascia viene vista da più gente, quindi anche voi siete sotto i "riflettori".
"Sì, è vero, però meglio parlare sempre dei giocatori. Io faccio fatica a farmi una ragione di tutto questo".

Torniamo su Sinner, la prima volta che lo hai visto ti saresti un'attitudine del genere?
"Guarda, sì, perché ne parlavano tutti. Riccardo Piatti, soprattutto: si vedeva che c’era un’aspettativa enorme. Il nome di Sinner circolava tanto. Piatti aveva visto tantissimi giocatori e si capiva che lì c’era qualcosa oltre, un talento speciale. Adesso comunque Sinner è il leader, ed è anche quello che – con il suo essere sempre in prima linea, pur non volendolo realmente – si trova a vivere una vita costantemente sotto i riflettori. Di natura è un ragazzo discreto, ma ora deve convivere con questa esposizione".

Quanto è importante avere un modello come lui, che non fa niente per esserlo ma è semplicemente sé stesso?
"Allo stesso tempo però permette agli altri di crescere guardando ciò che fa lui, ispirandosi al suo modo di essere. Esattamente come lui, a sua volta, aveva guardato agli altri. Perché non è che Sinner abbia inventato qualcosa: anche lui ha copiato, sfruttato e affinato ciò che i campioni prima di lui avevano fatto. Speriamo solo che non succeda come alla Svezia degli anni ’80 e primi ’90: un’esplosione di top 10 tutti insieme… e poi il nulla. Bisogna sfruttare questo momento anche pensando al futuro".

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Ti aspetti per il futuro che il divario tra Sinner e Alcaraz e gli altri resti invariato, considerando anche che molti ex big si sono fermati come Rublev, Tsitsipas e anche Zverev?
"Mi sono fatta l’idea che quella generazione lì — Tsitsipas, Zverev, Rublev, i ’96, ’97, ’98 — sia rimasta un po’ fregata. Hanno fatto l’anticamera: si sono beccati il terzetto, anzi il quartetto se ci metti anche Murray, e pensavano: ‘Adesso questi invecchiano, se ne vanno, e poi tocca a noi'. E invece sono stati sorpassati in tromba da quelli del 2000 in avanti. Zverev, che sembrava il nuovo grande fenomeno quando ha iniziato a vincere, è rimasto più o meno lo stesso giocatore del 2017: non è cresciuto abbastanza. Anche Rublev, se vogliamo, ha problemi di attitudine. Tsitsipas ha debolezze tecniche: dal lato del rovescio non è competitivo. È rimasto coi suoi difetti".

Invece i primi della classe corrono.
"Questa nuova generazione è arrembante: pochissime debolezze tecniche, pochissime debolezze caratteriali. Pensa ad Alcaraz: ha un tennis difficile, non può giocare ogni giorno da 10, ma se trova la sua dimensione da 7… lui e Sinner sono troppo più bravi degli altri. Chi poteva avere quelle caratteristiche di completezza — Rune — poveretto ha perso due anni, e rischia di perderne un altro".

Tra l'altro sembra che Sinner e Alcaraz abbiano distrutto mentalmente questi giocatori.
"Sì, anche perché loro, nella loro serietà e nel loro impegno, sono leggeri. Tu non vedi i tormenti di Alcaraz: sì, quando gioca male, ma non questo approccio drammatico che ha Rublev per i suoi problemi o Zverev quando perde fiducia. Hanno un carattere più allegro, più tranquillo. Sembrano soffrire meno, o stare meglio in gara".

Elena tu sei donna di sport a 360° quanto è bello sottolineare il rapporto tra Sinner e Alcaraz che dimostrano che si può essere rivali, antagonisti, ma anche rispettarsi molto?
"È una cosa bellissima. Dovrebbe essere sottolineata di più. Viviamo tempi tristi, atroci, per ciò che succede nel mondo. Vedere due ragazzi che si rispettano, si stimano, si sorridono, si guardano negli occhi, si danno il pugnetto prima di entrare in campo e poi si giocano la finale di Wimbledon… è bellissimo. È l’aspetto meraviglioso dello sport, che davvero insegna la pace. Sarebbe bello se nella vita fossimo tutti un po’ più sportivi così, nell’apprezzare la convivenza, il rispetto".

Ultima domanda, quanto ti ha esaltato il percorso dal Roland Garros a Wimbledon di Jannik Sinner? Un bel romanzo di formazione da raccontare?
"Più che esaltarmi, a me viene proprio la commozione. Io mi commuovo. Abbiamo doppiato il film di Wimbledon che andrà in onda a Natale. È commovente. Mi viene da piangere perché è bello. È commovente, sì. Bellissimo".

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