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Cavaliere: “Da vent’anni il para ice hockey italiano vince, ma per la Federazione siamo da Serie B”

Da pioniere dei primi anni 2000 a veterano con sei Paralimpiadi disputate: Gian Luca Cavaliere ha visto il para ice hockey italiano passare dai campi vuoti ai record di pubblico di Milano Cortina 2026. E lo racconta in esclusiva a Fanpage.it.
A cura di Alessio Pediglieri
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Quando, all’inizio degli anni Duemila, il para ice hockey muoveva i primi passi in Italia, in pochi credevano che questo sport potesse avere un concreto futuro nel nostro Paese. Oggi, di questo stesso sport che riempie palazzetti da record e conquista l’attenzione di migliaia di italiani, pochi possono raccontarne la straordinaria evoluzione e tra questi nessuno meglio di Gian Luca Cavaliere, classe 1971, difensore e veterano della Nazionale, unico azzurro ad aver disputato sei edizioni dei Giochi Paralimpici Invernali. 

Dalla storica partecipazione di Torino 2006, dove l’Italia fece letteralmente "un miracolo arrivando a giocarsi le Paralimpiadi in casa" fino all’ultima, indimenticabile edizione di Milano Cortina 2026 quando il para ice hockey ha vissuto il suo momento più luminoso durante Italia-Stati Uniti registrando quasi 9 mila spettatori, superando ogni precedente nella storia dei Giochi. Gian Luca Cavaliere ha vissuto ogni fase di questa epopea e l'ha raccontata a Fanpage: ha conosciuto gli anni pionieristici, quando la Nazionale era un piccolo gruppo di appassionati che si allenava con ciò che aveva a disposizione e oggi, a 54 anni, si ritrova a essere non solo un giocatore, ma un simbolo, una guida e la memoria storica di un intero sport.

Con il para ice hockey italiano che si gode la doverosa ondata di entusiasmo ma che, senza pionieri come Cavaliere, quel palazzetto pieno e quel record di pubblico non sarebbero mai esistiti.

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Gian Luca Cavaliere, il decano del para ice hockey italiano: quando e come è iniziata la sua avventura in questo sport?
Tutto è nato quasi per caso, dopo l'incidente del '98. Facevo sci e poi snowboard prima dell'accaduto, poi ho conosciuto un ragazzo, tramite un amico portiere di hockey in comune, che è venuto a farmi vedere come funzionava la protesi. Da lì ho ripreso a sciare ma alla fine ho saputo che si stava organizzando una squadra di para ice hockey e da lì mi sono incuriosito perché l'idea era di presentarsi alle Paralimpiadi di Torino del 2006, ma in Italia non c'era praticamente nulla su questa disciplina.

Dunque, lei è un vero e proprio pioniere della prima ora in Italia?
Direi di sì. Mi sono subito interessato, e dobbiamo tutti moltissimo a Tiziana Nasi che a quell'epoca era Presidente della Commissione dei Giochi Paralimpici a Torino. Così nasce un po' tutto, dal nulla: entriamo in contatto con alcuni norvegesi, dove questa disciplina esisteva già da tempo, ci danno degli slittini, si provano, eravamo tutti totalmente inesperti. Non c'erano allenatori, ci siamo affidati solo ai consigli esterni dei norvegesi, ma c'era un incredibile entusiasmo a tal punto che poi son nate altre realtà e siamo così riusciti a fare il primo raduno, diciamo, Nazionale.

Ma di che periodo stiamo parlando?
Era sul finire del 2002 o al massimo l'inizio 2003. E quindi per provare a prepararsi e a qualificarsi per una Paralimpiade, oltretutto da disputare in casa, era già un po' tardi. Tutte le altre nazionali si erano già tutte organizzate per tempo, ma noi teste dure abbiamo iniziato a fare amichevoli su e giù, contro altre nazionali finché insistendo, nel 2005 abbiamo fatto gli Europei… un disastro totale [ride, ndr]

Ci racconti di quella prima esperienza internazionale. Fu così disastrosa?
Abbiamo preso 56 gol e fatti? Zero. Tutti che però ci dicevano "bravi, bravi" ma noi sapevamo benissimo che quel "bravo" era un complimento dovuto, di "bravo" c'era ben poco a quei tempi. Però non demordiamo: partecipiamo al torneo di qualificazione fuori classifica per Torino 2006 perché non eravamo già qualificati, ma con l'idea di farci fare un po' di partite in più. Poi partecipiamo ad un event a Torino, nel novembre 2005, sulla stessa pista dove poi si sarebbero giocate le Paralimpiadi: di nuovo zero gol fatti sempre su lì. E tutti a ripeterci, "Bravi, bravi" ma noi sapevamo che non poteva bastare perché alle Paralimpiadi dovevamo provare a fare bella figura.

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E alle Paralimpiadi di Torino 2006 andò ancora peggio?
Una catastrofe, esatto. Prima partita ne prendiamo 12 dalla Norvegia. Seconda partita, il Canada [che poi vincerà la medaglia olimpica, ndr] ce ne rifila altri 12. Con questo disastro ci presentiamo contro l'Inghilterra per la terza gara: altra sconfitta, ma finalmente segniamo il nostro primo gol. E chi lo fa? Il sottoscritto. Ed è venuto giù il palazzetto perché fu il primo gol in assoluto della Nazionale Italiana.

Cosa prova quando pensa che è stato proprio lei a segnare il primo gol assoluto nella storia del Para Ice Hockey Italiano?
Un'emozione straordinaria, bellissimo, perché avevamo iniziato da pochissimo, tre anni di vita da parte della Nazionale erano niente. quel primo gol, sì. Ma soprattutto non perché l'ho fatto io ma perché l'abbiamo fatto tutti insieme: è un bel ricordo, di un gruppo indescrivibile, quasi inspiegabile a distanza di anni.

E dopo Torino 2006 cosa accadde?
Avevamo preso solamente complimenti, a quel punto però avevamo capito che qualcosa si poteva davvero fare. Non è stato un caso che quel mio primo gol ci ha sbloccato: nelle successive due partite abbiamo di nuovo perso, sì ma abbiamo sempre segnato: contro il Giappone abbiamo perso 10-1, poi nella finale per il 7° posto abbiamo portato l'Inghilterra all'overtime, dove ci ha battuto 2-1 lasciandoci l'amaro perdendo la settimana piazza che sarebbe stata comunque un sogno. Poi Pinerolo, con l'Europeo dove arriva finalmente anche la prima vittoria in assoluto nel 2007.

Vi stavate convincendo di star diventando forti anche a livello internazionale?
Sì, anche se non c'erano ovviamente mostri come Canada o Stati Uniti, certo c'era la Norvegia ma comunque ci eravamo avvicinati al livello generale delle altre squadre. Così contro l'Estonia strappiamo anche il primo successo: 2-1 e segno ancora io. Da lì, poi arriviamo ai Mondiali del 2008 a Boston dove perdiamo contro i canadesi e gli americani, ma riusciamo a vincere ancora, contro la Germania [agli shotout, 4-3, ndr], altra conferma che stavamo comunque crescendo e ci presentammo ai Mondiali in Repubblica Ceca dell'anno successivo.

Fu la strada che vi portò ai Giochi in Canada, corretto?
Sì, valevano come qualificazioni per le Paralimpiadi di Vancouver e ad Ostrava ci andiamo a giocare il posto con la Germania. E vinciamo conquistando il 6° posto che ci porterà alle Paralimpiadi, 2-1. Sai chi ha segnato il gol decisivo? Sempre il sottoscritto…

E come fini?
Un'apoteosi. Una cosa esagerata, bellissimo, è stato bellissimo: andare a Vancouver, in Canada patria dell'hockey. E contro chi giochiamo la gara d'esordio? Proprio contro i padroni di casa. Tutti pensano alla classica goleada e invece sorprendiamo tutti: resistiamo, gara epica, poi crolliamo nell'ultimo tempo [risultato finale 4-0 per il Canada, ndr]. Ma il giorno dopo in giro per la città tutti che ci fanno i complimenti, ci avevano visti migliaia di tifosi entusiasti della nostra prestazione contro i loro campioni.

Cavaliere, ma qual era il segreto di quei successi?
L'unione di quel gruppo era pazzesca, tutti avevamo voglia, ci tenevamo tutti anche se i tempi erano difficili. Anche la Federazione ci lasciava fare ma non c'erano i supporti e gli aiuti che sarebbero potuti essere importanti, noi alla fine eravamo già dei professionisti dello sport ma eravamo spesso visti come dei semplici extraterrestri.

Extraterrestri che però vanno a vincere gli Europei in casa della Svezia, come fu possibile?
Sì, perché a quell'Europeo in Svezia ci siamo presentati decisamente bene e abbiamo battuto i maestri norvegesi in semifinale, e poi ci siamo ripetuti in finale contro i fortissimi cechi. Abbiamo sorpreso tutti, anche perché ti dirò la sera prima della partita, l'allenatore norvegese faceva un po' lo sbruffoncello con noi e poi il giorno dopo gliel'abbiamo suonata. Dopo quella vittoria abbiamo fatto meglio anche ai Mondiali, abbiamo iniziato a non arrivare sempre ultimi e alle Paralimpiadi di Solchi nel 2014 battiamo i padroni di casa all'overtime. E secondo te chi ha segnato il gol decisivo?

Ma come, Cavaliere lei è l'uomo della provvidenza,  il giocatore delle prime volte, quelle decisive, se ne rende conto?
Incredibile, soprattutto se pensi che io sono un difensore, ed è questo proprio il bello. E niente, lì poi attiviamo quinti. Poi abbiamo preso l'argento nel 2016 all'Europeo vinto dalla Russia che poi verrà squalificata per doping. Poi finalmente nel 2017 arriva anche il primo 5° posto ai Mondiali, in un bel mix tra tra esperienza e forza fisica, gioventù e più rodati. Ci credevamo, fino a Pyeongchang 2018… Sapevamo veramente di valere qualcosa, anche una medaglia. Sapevamo che potevamo farcela e poi davanti ad pubblico di casa che sembrava di giocarsi le partite qui a Milano… la finale per il bronzo contro la Corea ce la siamo giocata fino alla fine, anzi. Ti dirò che abbiamo avuto più occasioni chiare noi, ce l'avevamo noi la partita in mano.

Una finale in pugno, però persa. Cosa accadde sul ghiaccio?
Mancavano 3 minuti dalla fine, dall'angolo un giocatore tira butta un disco a caso davanti porta, batte contro una lama di un suo compagno, va dentro la nostra gabbia, non l'ha neanche toccato con la stecca. È stato per caso… abbiamo provato il tutto per tutto, anche a togliere il portiere ma ormai mancava troppo poco e niente. Non ce l'abbiamo fatta. Un vero peccato perché sapevamo che un'occasione così non sarebbe mai più capitata. Poi a Pechino alle Paralimpiadi ci siamo presi un quinto posto, ridando di nuovo tutto il cuore per prenderci quella piazza importante. Ti dirò, è stato più emozionante e bello quel risultato a Pechino rispetto al 5° di Milano Cortina.

In che senso?
Perché quinto in queste ultime Paralimpiadi era un obiettivo concreto, abbiamo fatto molto più allenamenti, una preparazione più intensa. L'unico rammarico è stata la scelta fatta dalla Federazione, che ha sbagliato i calcoli. E non lo dico personalmente, è il pensiero di tutti i giocatori della Nazionale: hanno valutato che non conveniva partecipare al torneo di qualificazione e siamo finiti nel Girone più forte, contro squadre ingiocabili, c'erano Cina e Stati Uniti contro cui potevi anche non scendere sul ghiaccio [due sconfitte, 26 gol subiti, uno solo fatto, ndr]. Dall'altra parte con la Cechia ce la saremmo potuta giocare molto meglio…

Eppure, a Milano Cortina si sono registrati picchi record di spettatori durante il torneo di ice hockey. Non l'ha sorpresa?
No. Le migliaia di persone che hanno stupito il mondo delle paralimpiadi ad assistere le partite di para ice hockey per noi non sono state una sorpresa, perché l'avevamo già visto anche nelle altre competizioni questo affetto, anche ai Mondiali, con palazzetti sempre pieni. E quanto accaduto a Milano Cortina è avvenuto anche senza veri investimenti sul para ice hockey in Italia come si è invece fatto in altri contesti, sfruttando anche i successi e i risultati ottenuti.

E' una frecciata alla Federazione?
Altrove hanno tirato su movimento investendo con costanza e credendoci. E' stato fatto un lavoro che anche qua bisognerebbe fare, per avere giocatori, allargare il bacino, dare un futuro serio. Ti dico solo una cosa: abbiamo chiesto alla Federazione di poter fare le finali almeno in un palazzetto in Lombardia, proprio per sfruttare la scia delle Paralimpiadi. Certo, lo sappiamo tutti: a Milano non c'è una struttura, così abbiamo puntato su Varese, e invece? Nessuno si è preso la briga di organizzare il tutto.

Ma perché secondo lei, questo atteggiamento Federale, anche di fronte alla straordinaria storia che ci ha raccontato?
Non siamo stati mai seguiti da vicino. Nei primi anni la Federazione ci aveva dato un responsabile che arrivava dallo sport disabili ma veniva frenato dagli organi federali nelle decisioni, Poi è arrivato il turno di un delegato che, però, più che altro seguiva il curling. Risultato? Siamo sempre stati considerati uno sport da Serie B, non c'è mai stato reale volontà di investire e fare promozione. E anche la storia dell'onda delle Paralimpiadi di Milano Cortina, non ci cedo. Mia figlia ha fatto la volontaria alle Olimpiadi e ti assicuro che tutti chiedevano informazioni sull'hockey, tutti. Eppure… siamo ancora qui a discutere di impianti. A parole. però.

Se le offrissero un posto in Federazione per provare a cambiare le cose, accetterebbe?
Sinceramente non saprei perché bisogna anche capire con quali persone andresti a lavorare. L'occasione c'è stata, fra poco ci saranno le votazioni, la possibilità di cambiare c'è. Bisogna vedere se ci sia davvero la volontà di cambiare, di investire, di iniziare ad aumentare il numero di tesserati che è la base fondamentale per provare a creare un vero movimento. La speranza per il para ice hockey è dare in mano i compiti a delle persone che  abbiano voglia di lavorare e non servano solo politici che parlano. E poi finisce tutto lì.

E allora, Cavaliere quando attaccherà lo slittino al chiodo cosa farà, l'allenatore?
Sì, forse mi appassiona di più questa strada, è più il mio approccio, magari di insegnare proprio le basi di questo straordinario sport, mi appassiona di più riuscire a portare qualcuno a conoscere il para ice hockey e a praticarlo.

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