Gian Carlo Minardi: “Se Kimi Antonelli fosse andato in Ferrari oggi non sarebbe nemmeno in Formula 1”

Kimi Antonelli non è più soltanto il predestinato della Mercedes o il ragazzo italiano su cui la Formula 1 ha acceso i riflettori: a Shanghai, nel GP di Cina 2026, il 19enne bolognese ha trasformato il potenziale in storia vera, prendendosi la pole position e poi la prima vittoria in F1, con tanto di giro veloce, diventando il più giovane polesitter di sempre e il secondo vincitore più giovane nella storia del Mondiale. Un'impresa che ha rilanciato anche il peso dell'Italia nel Circus e che ha spinto Fanpage.it a sentire Gian Carlo Minardi, uno che Kimi non lo osserva da lontano: lo conosce da bambino, conosce suo padre Marco Antonelli e sa bene da dove parte il percorso che lo ha portato a prendersi la scena sul massimo palcoscenico del motorsport.
Minardi, del resto, non ha bisogno di presentazioni: ex fondatore e patron dell'omonima scuderia che ha segnato un pezzo di storia della F1 italiana, oggi resta una figura centrale del movimento attraverso il lavoro con ACI Sport. Attorno alla crescita di Antonelli, inoltre, il nome Minardi torna anche per il ruolo avuto dal figlio Giovanni, uno dei primi ad averne intuito il talento e ad aver favorito il contatto con l'orbita Mercedes quando Kimi era ancora un bambino. Nell'intervista a Fanpage.it, Minardi non si limita ai complimenti di circostanza. Racconta il momento in cui capì che Antonelli fosse "diverso", spiega quanto abbia inciso la famiglia nella sua crescita e soprattutto si sbilancia sul mancato approdo a Maranello con una frase destinata a far discutere: "Se fosse andato in Ferrari, oggi probabilmente non sarebbe in Formula 1".
Lei conosce Kimi Antonelli e la sua famiglia da anni. Quando ha capito che fosse un ragazzo speciale?
"Questo è quello che ha raccontato anche mio figlio Giovanni. Eravamo insieme a Sarno, durante un Summer Kart organizzato da ACI Sport, e si è visto subito che quel ragazzino, anche se aveva appena 10 anni, era qualcosa di diverso. Poi mio figlio è stato bravo a portarlo in Mercedes e, con l'aiuto del team ma soprattutto grazie alle sue capacità e alla sua bravura, Kimi ha dimostrato anno dopo anno di migliorarsi fino ad arrivare in Formula 1".
Quanto hanno contato il padre Marco, l'ambiente familiare e il fatto di essere cresciuto nel motorsport?
"Certamente è una famiglia speciale, una famiglia che l'ha seguito senza spingerlo a fare cose che lui non voleva fare. Lui, per fortuna, ha delle doti naturali fantastiche e quindi la famiglia, come tutto il contorno attorno a un atleta, è determinante per raggiungere certi risultati. Ovviamente avere anche un padre che ha corso e che ha un team ha facilitato la sua crescita".

Che ruolo ha avuto suo padre Marco nel suo percorso?
"Per quello che ho visto io, Marco non è neanche stato invadente nei confronti del figlio. Kimi ha fatto la sua strada. D'altra parte non ha bisogno di tanti consigli: è un ragazzo speciale, uno che difficilmente, se fa un errore, lo ripete. È molto determinato, quindi bisogna lasciarlo lavorare".
Della vittoria in Cina tutti parlano del risultato. A lei cosa ha colpito di più?
"Credo che il modo in cui regge la pressione si fosse già visto lo scorso anno, quando purtroppo, e mi dispiace, è stato attaccato da tutte le parti in un momento non facile per lui e, a mio parere, non dipendente da cause sue, ma da concause legate al team e a tutto un insieme di fattori".
Che cosa le ha detto in più la gara di Shanghai?
"Il fatto che nelle prime gare abbia commesso errori in partenza e poi non li abbia ripetuti proprio nella partenza che contava è sinonimo di grande capacità e di grande concentrazione. Ma soprattutto dimostra che è un pilota che sa mettersi alle spalle le preoccupazioni".
Adesso arriva per lui il momento più difficile?
"Adesso sì, perché tutti lo conoscono, tutti gli vogliono parlare, tutti lo vogliono intervistare e tutti dicono che è il futuro campione del mondo. Bisogna stare con i piedi per terra, bisogna lavorare e ricordarsi che ha 19 anni, che deve ancora migliorare, anche se siamo partiti da un livello molto alto. Speriamo che presto ci dia altre soddisfazioni".
Le faccio una provocazione: Antonelli ha vinto perché è un fenomeno o perché oggi la Mercedes gli dà una macchina superiore?
"Io non so come guardate voi i Gran Premi: io li guardo guardando i tempi sul giro. Antonelli, per tutta la gara, man mano che scendeva la benzina, ha girato sempre sugli stessi millesimi. Il suo compagno di squadra, che è uno dei tre o quattro piloti più forti al mondo, ha provato a riprenderlo e non c'è riuscito. E Antonelli, a 43 giri su 45 con le stesse gomme, ha fatto il giro più veloce. Non credo ci siano altre spiegazioni da dare".

Antonelli personaggio è molto diverso da tanti giovani di oggi: sobrio, misurato, già molto maturo. È un vantaggio o uno svantaggio?
"Per me è un vantaggio, perché attira molte simpatie, soprattutto tra i giovani. Mi auguro che questa Formula 1, che è un Caterpillar, non lo cambi. Per il momento non sta cambiando ed è ancora l'Antonelli che ho conosciuto 10 anni fa. Però bisogna vedere, perché la Formula 1 significa tanti Gran Premi, tanti impegni con gli sponsor, tanto stress e purtroppo anche tanta invidia. Sono tutti pronti a parlare bene quando va bene e tutti pronti a parlare male quando va male. Ma io sono fiducioso: è molto maturo per l'età che ha e mi auguro, da emiliano-romagnolo, che rimanga il ragazzo che è sempre stato".
Si è parlato molto del fatto che all'età di 8 anni la Ferrari volesse inserirlo nel proprio radar, quando Massimo Rivola era ancora in rosso…
"Su questo punto bisogna chiarire le cose. Massimo Rivola è un grandissimo manager, ha cominciato a lavorare in Minardi il giorno dopo essersi laureato. Era corretto che, visto il rapporto di amicizia e di lavoro, mio figlio gli dicesse che secondo lui Kimi Antonelli era un pilota da tenere sotto osservazione".
Quindi era doveroso informare la Ferrari?
"Era doveroso, per il rapporto di amicizia e di lavoro che c'è ancora oggi, che Massimo Rivola fosse informato. Certo, assolutamente".
Altra provocazione: se Antonelli fosse andato in Ferrari e non in Mercedes, oggi parleremmo comunque di lui allo stesso modo?
"Io l'ho già detto: oggi probabilmente non sarebbe in Formula 1".
Dal punto di vista tecnico e mentale, le ricorda qualcuno?
"Io sono un osservatore esterno. Come ACI Sport e come Scuola Federale, dove mi onoro di essere supervisore, ho seguito la sua crescita come quella di tanti altri. Posso solo dire che è un ragazzo particolare, speciale, con doti naturali che il buon Dio gli ha dato. È un grande lavoratore, ha i piedi per terra, mi auguro che li mantenga e certamente ci farà vedere cose ancora più importanti di quelle che ha fatto finora".

Il rischio più grande per Antonelli oggi è tecnico o psicologico?
"È chiaro che se non hai la macchina non vai da nessuna parte. Lo vedi con Verstappen oggi in difficoltà, lo hai visto con Hamilton lo scorso anno. Il pilota è una grossa componente del risultato, ma senza macchina non si va lontano. Quindi il problema più grande, in questo momento, è tecnico. Ma mi pare che la Mercedes lo stia superando brillantemente".
Dopo una vittoria così le gerarchie in Mercedes possono cambiare?
"Io non sono Toto Wolff, sono Gian Carlo Minardi, e guardo gara per gara. Certamente avranno le stesse opportunità uno e l'altro. È inutile cominciare adesso a dire che ci sarà guerra in casa. Lasciamolo lavorare, non inventiamoci polemiche per il gusto di farle".
Antonelli ha già qualcosa del futuro campione del mondo?
"Antonelli ha 19 anni. Credo sia stato il più giovane poleman in assoluto, e il secondo più giovane vincitore di un GP dietro solo a Verstappen, che comunque ha già vinto quattro titoli mondiali. Ha tutti i requisiti per fare bene. Adesso dipenderà da lui, dal team e dal suo modo di lavorare. Deve continuare a lavorare, perché certamente deve ancora conoscere tante cose. Lasciamolo in pace, non facciamo voli pindarici. Abbiamo la fortuna di avere un pilota italiano forte: lasciamolo lavorare, rompiamogli le scatole il meno possibile e speriamo di godere ancora come abbiamo goduto domenica in Cina".