Ophélie Claude-Boxberger, campionessa nazionale dei 1500 metri e dei 3000 siepi, è risultata positiva all’antidoping. Fin qui nulla di strano, se non fosse per il fatto che dietro quella positività all’Epo ci sarebbe una vera e propria macchinazione ordita dal patrigno dell’atleta francese. Alain Flaccus, compagno della madre di Ophélie, avrebbe studiato infatti un piano diabolico spinto dalla gelosia per la figliastra. L’uomo, ex allenatore era stato radiato dalla federazione una decina di anni fa dopo che Ophélie, allora ragazzina, l’aveva denunciato per aggressione sessuale. La stessa atleta aveva poi ritirato la denuncia per non stravolgere troppo l’equilibrio della famiglia, su richiesta della madre ha fatto rientrare il patrigno nel suo staff, nel ruolo di tuttofare. Ma Flaccus non avrebbe mai dimenticato. “Lo perdonai – ha spiegato l’atleta – perché me lo chiese mamma, ma la ferita non si era cicatrizzata”. Arrestato, ai gendarmi Flaccus ha dichiarato di aver iniettato Epo a Ophélie durante un massaggio dopo averla rilassata fino ad addormentarla. Il movente? Gelosia per la relazione tra la sua pupilla e il medico federale Jean Michel Serra. A casa di Flaccus i poliziotti hanno trovato dell’altra Epo che l’ex allenatore dice di essersi procurato (classico) in un parcheggio da uno sconosciuto “che parlava con un forte accento dell’est”.

Una storia che sembra uscita da un film quella di Ophelie Claude-Boxberger. Lei stessa qualche giorno fa aveva paragonato la sua vicenda all’affaire Dreyfus, pubblicando un messaggio sui social media, accompagnato dal poster del film di Roman Polanski (in questi giorni al cinema) e dalla lettera di Emile Zola pubblicata nel 1898 sul quotidiano L’Aurore. “Ho perso sei chili (…) Sono trattata peggio di una criminale. Le persona mi guardano (…) La mia famiglia riceve chiamate. Le persone parlano per strada. Vorrei la verità sia fatta ma mi stanno tagliando la testa, non si rendono conto che stanno distruggendo una vita“, ha insistito sabato dalle colonne di L’Equipe , chiedendo all’opinione pubblica “attendere i risultati dell’indagine prima di giudicarla”.