McNulty ai Mondiali riaccende i sospetti di doping, Boyer sarcastico: “Vittoria davvero straordinaria”
Il successo di Brandon McNulty agli ultimi Mondiali di ciclismo ha sorpreso tutti, ritrovando in maglia iridata un corridore che nessuno si aspettava, il classico gregario capace di battere i campioni con una intuizione vincente a 30km dall'arrivo, conquistando la più bella vittoria in carriera. L'americano della UAE e compagno di Pogacar al quale ha "scippato" il titolo mondiale, è una delle più belle storie moderne del ciclismo ma non ha mancato di trovare i classici detrattori e polemiche su un tema puntualmente rilanciato alla ribalta: l'ombra del doping. E a scagliare il sassolino nello stagno ci ha pensato ancora una volta Eric Boyer, ex professionista e per anni direttore sportivo, col dente avvelenato di chi non rinuncia a sollevare i polveroni.
L'occasione è nata più che per la semplice, straordinaria, impresa di McNulty per la presenza al traguardo di Montreal di Mauro Gianetti. Il dirigente svizzero è stato tra i primi ad abbracciare l'americano 28enne appena laureatosi campione del mondo, apparendo in mondovisione, unendosi ai festeggiamenti del Team USA. Nulla di strano: Brandon McNulty corre per la UAE Emirates, il WorldTour di cui Gianetti è ds e che per la terza volta consecutiva ha conquistato attraverso un proprio corridore il titolo iridato nella prova in linea uomini. Dunque, comprensibile vederlo felice e congratularsi al traguardo, scena che purtroppo è tornata a pretesto per immediate insinuazioni sulla trasparenza della gara dell'americano.
"Una vittoria davvero straordinaria per Gianetti" ha commentato ironicamente Eric Boyer osservando il tutto, "Quest'uomo ha un potenziale incredibile… no? Non è forse questo che dicono l'UCI, l'AIGCP e David Lappartient? È questo il tipo di ciclismo che vi piace?". Domande sibilline che non hanno nascosto il malcelato sottinteso riferito proprio alla presenza a Montreal di Gianetti che lo stesso Boyer conosce benissimo essendo stato suo compagno di squadra e sul quale aveva già riversato antichi veleni, in occasione dei successi di Pogacar al Tour de France 2025.
Ma perché, tanto livore verso il direttore sportivo UAE e il continuo ritorno al discorso doping? Boyer nelle sue illazioni fa riferimento a tre precisi attori del ciclismo: UCI, l'Unione Ciclistica Internazionale, l'AIGP, il sindacato delle squadre professionistiche di cui è stato anche presidente e David Lappartient, capo UCI. Si rivolge a loro non a caso e il messaggio è chiaro: com'è possibile che le massime istituzioni ciclistiche possano ammettere presenze del genere, come quella di Gianetti, sapendo del suo passato?
Cattivi pensieri di Boyer che si riferiscono ovviamente alla storia sportiva del direttore svizzero con cui condivise anche parte della propria carriera, ai tempi del Team Polti nel 1995, e che ritornano ogni volta che un "suo" uomo vince. Durante la sua carriera da corridore professionista, Gianetti trascorse anche tre giorni in coma, a seguito di un malore durante il Tour de Romandie del 1998. Un episodio che spinse due medici a segnalare il caso all'antidoping, sospettando l'uso di sostanze proibite, con effetti simili all'EPO, come causa del collasso.
Ma non vi fu mai chiarezza definitiva: una volta ripresosi, Gianetti presentò ricorso e lo vinse, impedendo la violazione del segreto professionale. Non solo: anche nel suo percorso da direttore sportivo, il nome di Gianetti è stato affiancato a sospetti di doping, per i quali non è mai stato rinviato in giudizio né tantomeno condannato. Come nei due casi oramai noti, sulle positività di Riccardo Riccò e Leonardo Piepoli al Tour 2008 o di Juan José Cobo nel 2011 quando vinse la Vuelta. In cui Gianetti si costituì sempre parte lesa.
Oggi, il ritorno ai vecchi sospetti da parte di Eric Boyer, che rischia di macchiare anche la straordinaria impresa sportiva di Brendon McNulty che con il doping non ha nulla a che vedere. Ma nel quale è finito a sua volta, tra chi rimesta il torbido anche in acque cristalline. Le domande taglienti dell'ex dirigente Cofidis e oggi commentatore del ciclismo in TV hanno così riaperto il cassetto del sospetto, non ultimo anche sulla tinta dei capelli del povero Brandon con cui si è presentato al via: giallo paglierino. Che tra i complottisti ha richiamato la medesima scelta fatta dai corridori Festina, fermati in blocco per doping nello scandalo al Tour del '98: tutti biondi, con lo scopo preciso di ingannare i test per l'analisi del capello.