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Martinelli: “Ho fatto da padre a Marco Pantani. Quel giorno a Madonna di Campiglio distrussero tutto”

Giuseppe Martinelli, storico Direttore Sportivo di Marco Pantani alla Carrera Jeans e alla Mercatone Uno, ha ricordato il “Pirata” nell’anniversario della sua scomparsa. “Marco era semplicemente Marco… L’unica cosa che potevo fare era stargli vicino”.
A cura di Alessio Pediglieri
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Oggi è una giornata particolare per tutto il ciclismo e per lo sport in generale: il 14 febbraio 2004 ci lasciava Marco Pantani. A distanza di 22 anni da quella tragedia,  in una giornata grigia come il dolore che non svanisce, Giuseppe Martinelli si ferma un attimo. Ha lo sguardo intenso, il tono pacato di sempre, con cui cerca di nascondere le emozioni, tradite dalla stessa passione di sempre  e che ritornano al solo nome del Pirata.

Lui, che ha scoperto da ragazzo nel lontano 1991 un giovanissimo Marco Pantani che ha poi guidato nelle montagne più dure. Che lo ha visto vincere Giro e Tour nello stesso anno. Che lo ha accompagnato fuori dall’hotel di Madonna di Campiglio in quel giugno 1999 quando tutto è cambiato per sempre. Che lo ha seguito su e giù dalla bici, nella sua straordinaria avventura sportiva: "Marco era semplicemente Marco", ripete nell'intervista in esclusiva a Fanpage.it per la millesima volta un concetto tanto semplice e banale ma che ogni volta fa ancora male. "Sento di poter dire di essere stato un papà, sul piano sportivo, in ogni momento. Gli sono stato vicino sempre. Non potevo fare altro… solo stargli vicino. Era un ragazzo puro, leale, serio, intelligente e anche divertente lontano dalla bici. Ma quando saliva in sella tutti capivano che si era di fronte a qualcosa di unico, di incredibile". Per Martinelli, Marco non è mai andato via del tutto. Oggi, nel ciclismo moderno fatto di watt, telemetria, protocolli anti-doping ferrei, Martinelli sa anche guardare avanti con estrema serenità e realismo: "È cambiato tutto, e va bene così. Il ciclismo di oggi è comunque straordinario con i campioni che ci sono, con un Van der Poel che incarna il ciclista perfetto". Perfetto. Come Marco, ancora lì, come se pedalasse con tutti gli appassionati, in una eterna presenza che oggi, a 22 anni dalla sua scomparsa, è ancora più forte che mai.

Direttore, oggi 22 anni fa ci lasciava Marco Pantani: è riuscito a farsene una ragione col passare del tempo? Per lei è stata resa giustizia al Pirata?

No (e lo dice senza alcun tentennamento, per poi prendersi una pausa, ndr). Secondo me no, veramente. Io conosco bene Tonina (la mamma di Marco, ndr) anche se negli ultimi tempi ci siamo un po' allontanati per com'è il nostro pensiero su alcune cose. Ma mi sento di affermare ancora una volta di essere stato qualcuno che ha aiutato Marco, che gli ha fatto un po' da padre, ovviamente parlando del ciclismo. E se ripenso a tutto il male che è stato detto e pensato nei confronti di Marco dopo la sua morte tutto ciò veramente mi rattrista ancora adesso. E spero veramente che ci sia un giorno che qualcuno riesca a fare totale chiarezza, tirando una riga e che dica ciò che è veramente stato. Lo speriamo tutti, anche se ciò che più importa è quello che è rimasto di Marco e quello che rimarrà e nessuno mai potrà togliere.

Beppe Martinelli (a destra) con Marco Pantani e Felice Gimondi
Beppe Martinelli (a destra) con Marco Pantani e Felice Gimondi

E Lei che lo ha conosciuto nel profondo, cos'ha lasciato Marco ancora oggi?

Oltre a essere stato un grandissimo campione ha lasciato qualcosa che pochissimi corridori, e atleti in generale, possono vantare nel tempo. È stato un eroe, un mito che eh… (si ferma un istante, come a riprendere fiato, ndr) è andato via sicuramente troppo presto che poteva fare ancora moltissime cose. Ma ciò che accadde a Madonna di Campiglio ha frantumato tutto, anche se ha lasciato nella memoria di tutti la consapevolezza che gli venne strappato qualcosa, a lui ma anche al mondo dello sport.

Lei si è fatto una ragione di ciò che realmente accadde a Madonna di Campiglio? (il 5 giugno 1999, a Madonna di Campiglio, durante il Giro d’Italia, Marco Pantani in maglia rosa fu espulso dalla gara a seguito di un controllo ematologico a sorpresa in cui vennero trovati valori oltre la soglia consentita, ndr).

Ti confesso che quel giorno Marco e tutti noi eravamo sereni. Sapevamo che i controlli sarebbero stati fatti, dopotutto era in Maglia Rosa perciò il regolamento era quello. Eh… se ne sono dette tante e forse qualcosa anche di troppo (si ferma, in silenzio, riordinando i ricordi, ndr). Però… ti dico la verità: è difficile trovare un punto di incontro univoco per dire realmente cosa sia successo. Non te lo so dire… è veramente dura perché tante, tante volte mi hanno rivolto questa domanda e tutte le volte ripeto la stessa cosa.

La ripeta anche a noi, Martinelli: che idea si è fatto di quel giorno maledetto?

Purtroppo non sono un medico, e c'erano sicuramente percorsi diversi con cui si gestiva quel ciclismo… però, eh: con Marco qualcosa sicuramente è andato storto quel giorno. Sicuramente, sicuramente (continua a ripetere,  facendo ancora fatica a crederci a distanza di oltre 20 anni, ndr). Perché Marco era sereno, noi eravamo tutti sereni.

Pantani seguito dall’ammiraglia della Carrera Jeans con Martinelli che incita il Pirata
Pantani seguito dall’ammiraglia della Carrera Jeans con Martinelli che incita il Pirata

Un giorno in cui lei in qualità di Direttore Sportivo della Mercatone Uno, decise per un gesto forte quanto eclatante: vi ritiraste dal Giro. Fu un segnale di sostegno o di protesta?

Entrambe le cose. Ciò che ti posso dire veramente è che quella squadra, la Mercatone Uno, era compatta vicino a Marco, un gruppo che non ho mai più trovato nel mio cammino, dopo quegli anni. Era una squadra votata al 100% per quello che era Marco e Marco naturalmente ricambiava la fiducia che aveva e che aveva riposto nella squadra. Non ne era solo un capitano, era un leader conclamato da tutto e da tutti.

Cos'era in quegli anni Marco Pantani?

La sua figura era il ciclismo e in quella squadra, a partire dal più piccolo al più grande, si sapeva che erano tutti lì per lui. Quando si firmava un contratto alla Mercatone Uno, e ti assicuro che erano anni in cui non avevo alcun problema a trovare altri campioni pronti a unirsi a noi, si sapeva che si andava a lavorare per Marco Pantani. Tutti erano innamorati di un ragazzo che che si chiamava Marco.

È innegabile che tra lei e Marco si era anche instaurato un rapporto profondo sul piano personale, nato negli anni: è corretto ritenerla il padre putativo di Pantani a livello sportivo?

Io l'ho conosciuto ancora quando era nel settore giovanile, quando era ancora negli Junior. Anzi, (si corregge, prendendosi del tempo, ndr): forse, sì, ancora da allievo l'ho incontrato. Sapevo che c'era un corridore che si chiamava Marco Pantani e che andava forte in bicicletta e staccava tutti in salita anche nelle categorie minori. Perciò ho fatto di tutto per per convincere Boifava che era il mio il mio capo alla Carrera Jeans per prendere assolutamente questo ragazzo. E l'abbiamo fatto ed è riuscito con noi a fare grandi cose da subito, già nei primi anni. Perché nel '94 non dimentichiamo che vinse due tappe al Giro staccando fenomeni del momento come Berzin e Indurain (nella doppietta all'Aprica con due tappe al Giro 1994, consecutive, che lo fecero conoscere al mondo, ndr). Già nel 94 si era scoperto veramente quanto fosse forte questo corridore… con pochi capelli, ma dal grandissimo coraggio.

Un giovanissimo Marco Pantani, con la magia della Carrera Jeans con cui iniziò l’avventura tra i professionisti
Un giovanissimo Marco Pantani, con la magia della Carrera Jeans con cui iniziò l’avventura tra i professionisti

Ci racconta cosa accadde e come reagì il ragazzino Marco Pantani quando lo contattaste per portarlo nel mondo dei grandi?

A dire la verità c'erano tante squadre che stavano appresso a  lui perché aveva vinto il Giro. Ma con noi lui firmò ancora prima di vincere il Giro d'Italia nel '92 (tra i dilettanti, ndr) perché nel '93 sapevamo che avrebbe debuttato nel professionismo. E volevamo che avrebbe debuttato con noi. Non dimentichiamo che la Carrera di quei tempi era sicuramente una delle squadre più importanti del panorama mondiale, era un po' la squadra italiana più rappresentativa. Però,  ti dico che quel che fece nel '94 ha sorpreso anche noi.

Non ve l'aspettavate un'esplosione così improvvisa quanto straordinaria?

Fece secondo al Giro d'Italia e terzo al Tour… non lo so… Tanta roba (sorride, ndr). Se chiudo gli occhi un attimo e ripenso ad un ragazzo che a soli 24 anni arriva secondo al Giro e terzo al Tour mi vien da pensare che oggigiorno lo dipingeremmo come un extraterrestre, neanche un semplice campione ma un fenomeno unico.

A quel tempo, invece come fu accolto Marco nel mondo del ciclismo?

È stato accolto un po' come un ragazzino interessante, in mezzo a tantissimi campioni affermati. È stato accolto con interesse anche perché tutti sapevamo che prima o dopo sarebbe sbocciato. E noi l'abbiamo capito subito, gettandolo in pasto ai leoni…

Vale a dire?

Mi ricordo che insieme a tutta la Carrera Jeans eravamo in ritiro sul Lago di Garda. D'accordo con Boifava abbiamo preso  Marco, appena arrivato, e l'abbiamo messo in camera con un certo Claudio Chiappucci… Cioè, hai capito? Non uno a caso… due personalità molto forti, gettandolo a fianco del Diablo, che era un po' il capitano anche carismatico della squadra. Lo abbiamo buttato al fronte, e lui ha reagito nel modo migliore.

Con Chiappucci si racconta non corresse sempre buon sangue però, conferma?

Andavano d'accordo una volta no e una volta sì, ma funzionava. Mi ricordo anche un ritiro in Francia quando eravamo andati sulla Costa Azzurra e anche lì si vedeva che Marco aveva la skill del campione, perché quando cominciavano le salite non guardava in faccia a nessuno, non si faceva intimorire da corridori sicuramente molto più importanti e affermati di lui.

Marco Pantani con la Mercatone Uno, con DS Beppe Martinelli con cui vinse Tour e Giro
Marco Pantani con la Mercatone Uno, con DS Beppe Martinelli con cui vinse Tour e Giro

Questo il Marco in gara, ma giù dalla sella, che ragazzo era?

Un ragazzo molto sincero, leale. Era molto amico nelle sue amicizie… magari poche ma vere. Difficilmente faceva capannello con tutti, però per lui l'amicizia era sicuramente una cosa molto importante e la coltivava in privato, dentro e fuori dal ciclismo. Era un ragazzo timido, ma forse più che timido era riservato. Faceva parte del suo carattere, l'essere un po' schivo. Però, quando si trovava nel suo ambito, nella sua cerchia di amicizie vere (sorride al ricordo, ndr) …diventava spavaldo, era uno che le sapeva tutte, ecco. È stato un ragazzo intelligente, con cui potevi spaziare su tutto, dal mondo del ciclismo ad altro. Con Marco potevi parlare di macchine, di vacanze, di luoghi dove andare a vedere qualcosa di interessante. Era sempre informato su tutto.

Ma è vero che è stato proprio Marco a darle il nome di "Maestro"?

Ma eh… (torna a sorridere, mal celando l'imbarazzo ma senza rispondere direttamente, ndr). Più che altro… io e Marco abbiamo sempre avuto un ottimo feeling, nel rispetto dei nostri ruoli, da direttore sportivo a corridore. Grande rispetto, stima, amicizia, ma poche volte io sono andato a mangiare con lui, coi suoi amici. Mi riteneva in primis il suo Direttore Sportivo e anche con la forza di questo bellissimo rapporto abbiamo fatto una bella carriera insieme e se sono diventato Martinelli Giuseppe, lo devo sicuramente a lui. Perché chi si ricorda di quello che ho vinto, non c'è persona che non si ricorda che io sono stato il Direttore Sportivo di Marco.

Diciamo che Pantani ha rappresentato per Lei, la punta dell'iceberg, perché non sarà proprio un caso se lei è uno dei DS italiani più vincenti e bravi di sempre…

Dopo Marco son venuti altri campioni… ma pochi si ricordano le altre vittorie…

Allora ci pensiamo noi, Direttore, a spiegare ai più giovani chi è Giuseppe Martinelli visto che siamo anche sotto Olimpiadi: un campione olimpico di ciclismo.

Sì corretto, un argento juniores a Montreal, nel lontano '76 sì, bella prova individuale (sorride, imbarazzato, ndr). Ma nessuno se lo ricorda oramai,  era un'altra vita.

Lo stesso Giuseppe Martinelli che da DS ha vinto più volte i Grandi Giri, le Classiche. Ovunque andasse erano successi: dalla Carrera alla Mercatone Uno, dalla Saeco all'Astana…

Diciamo che ho avuto la fortuna di avere veramente grandi campioni e con i campioni c'è la possibilità di vincere tanto. Ma la mia storia nel ciclismo nasce sicuramente con Marco. Poi è stato un susseguirsi di ritrovarsi al posto giusto nel momento giusto, riuscendo a vincere e a conquistare successi che non mi sarei mai aspettato neanch'io.

Ancora il DS Beppe Martinelli col "Pirata: il "Maestro", come lo chiamava Marco Pantani
Ancora il DS Beppe Martinelli col "Pirata: il "Maestro", come lo chiamava Marco Pantani

Lei ha vinto tantissime tappe e trionfato ai Grandi Giri ripetutamente. Era una sua specialità?

Sì, ai grandi Giri mi sentivo un po' più razionale, più tranquillo. Si poteva correre giorno per giorno senza avere fretta o ansia di vincere tutto in un solo giorno. Ho veramente avuto la fortuna di nascere in un ciclismo un po' più terra terra di quello attuale dove le logiche di gara ma anche di preparazione sono del tutto differenti.

Si riferisce all'assenza dell'attuale tecnologia o supporti che oggi facilitano corridori e direttori di squadra?

Sì, perché io prima di una tappa mi dovevo studiare la cartina, mi dovevo guardare il meteo, studiare il vento da che parte avrebbe tirato e soprattutto la strada in che direzione andava se col vento contrario o favorevole. Dovevo inventarmi una strategia, spesso dovevi inventarti anche qualcosa. E sicuramente i corridori li sentivi veramente tuoi…

In che senso Direttore, nascevano feeling particolari? 

Era tutto molto più diretto rispetto ad ora, il Direttore Sportivo aveva davvero maggior peso su come andavano le gare. Era proprio in prima linea: o ci credevi in ciò che facevi o no. E uno o era bravo o era scarso, non c'erano vie di mezzo, nessuna scappatoia. Molte volte si vinceva anche per merito del direttore sportivo, sentivi anche tua la vittoria, perché avevi inventato qualcosa e avevi spinto i corridori alla vittoria. Quel gruppo della Mercatone Uno è stato straordinario: non si doveva nemmeno parlare molto, tutti sapevano sempre cosa fare. Bastava un cenno, un suono di clacson, uno sguardo e tac: si prendevano le salite davanti. Noi eravamo un po' tutto: Direttori Sportivi, preparatori, allenatori, ancora oggi qualche mio vecchio ciclista me lo ricorda.

Una delle tantissime dichiarazioni d’amore assoluto per Pantani dal mondo dello sport
Una delle tantissime dichiarazioni d’amore assoluto per Pantani dal mondo dello sport

E cosa le ricorda?

"Mi mandavi le tabelle d'allenamento", mi dicono. Ed è vero, certo. Facevamo tutto noi, in pochi. io preparavo anche le tabelle d'allenamento basandomi sulla mia esperienza. Prendevo il ciclista da parte e gli dicevo: "Ti ho visto, devi caricare un po' di più su questo aspetto, devi fare più salita, devi fare meno pianura perché altrimenti lavori  per nulla" e via dicendo. Oggi è diverso: il direttore sportivo salta in macchina e ha tutti gli strumenti utili per studiare la corsa, ma sono gli stessi degli altri. Perciò è difficile anche improvvisare o mettere nel sacco perché tutti sanno tutto.

Direttore, solo nostalgia canaglia o c'era davvero qualcosa di diverso in quel ciclismo?

Avevamo uno staff molto genuino, composto da persone che amavano il mondo dello sport, con una passione dentro straordinaria. Che facessi il massaggiatore, l'autista, l'assistente, anche se non guadagnavi ciò che si guadagna ora il sacrificio diventava passione. Facevi due giorni a casa e poi 200 giorni fuori prendendo molto meno di chi andava a lavorare. Però la tua passione era quella di vivere insieme ai tuoi corridori.

Sta dicendo che oggi non esistono più quelle professionalità? Che alla base del drammatico ridimensionamento del movimento italiano c'è anche la mancanza di dirigenti all'altezza?

Un po' sì e un po' no, perché nel mondo del ciclismo attuale ci sono molti direttori sportivi, tra i più bravi e più importanti che sono italiani. Certo, naturalmente lavorano all'estero perché non ci sono squadre italiane di livello WorldTour. Però lavorano bene. Penso a Guercilena (Luca Guercilena, attualmente Team manager della Lidl–Trek, ndr): lui  è uno dei manager migliori nel mondo del ciclismo, a livello mondiale. Ciò che manca oggi al ciclismo italiano più che i dirigenti è invece una squadra importante, di riferimento, trainata da un vero leader che faccia rinascere l'amore e la passione sulla bici. Come succede al tennis con Sinner.

Dunque per risalire la china dobbiamo attendere solo la nascita di un nuovo fuoriclasse italiano? Basta quello?

Sì, ma ci vorrebbe anche una squadra buona e importante con un'anima italiana ma oggi non c'è più chi investe sul ciclismo anche perché paghiamo ancora uno scotto di un ciclismo corrotto e fatto di doping. Anche se risale oramai a 30, 40 anni fa… Altrimenti non saprei veramente perché in Italia non possa nascere una squadra attorno ad un Ganna, ad un Consonni, un Milan, un Ciccone. È scomparsa la cultura dello sponsor, la realtà è questa.

E se dovesse succedere e la volessero coinvolgere? La risposta di Martinelli quale sarebbe?

Farei fatica a dire di no, mi piacerebbe ma restando un po' dietro le quinte. Mi piacerebbe studiare le tattiche, dimostrare di sapermi inventare ancora qualcosa, nel sogno di riuscire ad essere in grado di fare qualcosa di diverso da tutto ciò che è uguale oggi.

E chi le piacerebbe allenare tra i grandi campioni di questo ciclismo?

Ce ne sono tanti, da Van der Poel, a Evenepoel, Pogacar, Vingegaard… mi piacciono tutti questi, eh… ma se dovessi scegliere per me Van der Poel è la summa del ciclista completo, sa fare di tutto, dal cross alla strada, ha una forza e una qualità eccezionali. Ma ben vengano questi fenomeni, con loro ci guadagniamo tutti. E ci guadagna il ciclismo, sempre.

L’infinito amore per il "Pirata" sulle strade del ciclismo a più di 20 anni dalla sua scomparsa
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Roberto Reverberi (l'attuale General Manager e Sports Director del team Bardiani–CSF 7 Saber, ndr) in una recente intervista ha sostenuto che è molto più difficile fare il ciclista oggi rispetto ad una volta. Lei è d'accordo?

Sono poche volte d'accordo con Reverberi (ride, ndr), però questa volta devo dire che ha centrato l'obiettivo. Ha centrato l'obiettivo perché anche nel settore giovanile, da subito sono vittime di un sistema quasi opprimente, sono controllati sotto ogni punto di vista: nutrizionale, nell'allenamento, i watt, il GPS, la performance da subito… Tutti sono controllati e tutti controllano tutto in modo sistematico, robotico. Ma ti posso rivelare un'ultima cosa però, visto che fino all'altro ieri ero ancora in ammiraglia…

Qualcosa mi dice che ritorna a parlare di Pantani, da dove è iniziata tutta questa nostra chiacchierata…

Eh, sì. Oggi sarà pure tutto diverso, tutto analizzato, tutto studiato a tavolino. Ma sulla strada il ricordo di Marco è ancora qualcosa di straordinariamente vivo, soprattutto da parte della gente, dei tifosi. Un amore che tiene nel tempo e che è ancora più forte di quanto possa essere il tifo per Pogacar, Remco (Evenepoel, ndr) e Van der Poel tutti messi insieme.

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