Iserbyt dalle lacrime per il ritiro alla cruda consapevolezza: “La mia arteria è una zona di guerra”

Nei primi giorni di gennaio 2026, Eli Iserbyt ha scosso il mondo del ciclismo con un annuncio shock, dichiarando di doversi ritirare per gravi problemi di salute. Un emozionante videomessaggio via social in cui il 28enne ciclista belga di ciclocross aveva raccontato la propria storia, poi ribadita in una conferenza stampa ufficiale. Fino al nuovo sfogo personale, in cui Iserbyt ha voluto rimarcare il suo lato più vulnerabile, profondamente umano, nel coltivare una speranza, tanto labile quanto folle, di poter un giorno ritornare sui propri passi malgrado tutto, sfidando un'ultima volta l'inesorabile destino: "Ma i paraocchi sono tolti, il cavallo oramai è nella stalla. Sono fiero, però di quell'atleta che vorrebbe tornare. E grazie, grazie a tutto il ‘Team Eli', tutti voi senza i quali non avrei la forza di trovare speranza per il mio futuro".
Il dramma di Iserbyt, il ritiro tra le lacrime per i problemi di salute
L'annuncio del ritiro, avvenuto senza alcun preavviso, via social e con le lacrime agli occhi e la voce rotta dall'emozione, Eli Inserbyt è voluto ritornare sulla propria situazione, una dicotomia che lo consuma tra lo spirito dell'indomito corridore e la parte umana, più razionale. E lo ha fatto ancora una volta utilizzando il web come cassa di risonanza totale, provando a non darsi per vinto, lottando come ha sempre fatto in carriera, fino alla linea del traguardo: "In un vano momento di speranza, aspetti di vedere quale sarà il risultato di un altro studio, il decimo in altrettanti mesi. Stanchezza, combattività, frustrazione e disperazione si alternano. Ogni giorno oscilli da un estremo all'altro. Ma una cosa mi ha sempre spinto avanti: la speranza… Perché la speranza dà vita".

Il racconto di Iserbyt: "Ci ho creduto, ma la mia arteria è una zona di guerra…"
Così Iserbyt è tornato a svelare le proprie emozioni, via LinkedIn, senza filtri: "La mia arteria inguinale sinistra sembra più una zona di guerra che un'arteria. La piccola speranza rimasta, così svanisce. Il terreno affonda sotto i miei piedi. E poi sorge la domanda: e adesso? Da quel momento vivo in uno stato di trance. Un processo di accettazione, anche se a volte c'era ancora quel piccolo barlume di speranza." L'istinto che lo devasta è provarci ancora una volta, non darsi per perduto, elevarsi al di sopra dei pareri dei medici: "Speranza… Perché la speranza dà vita. Il lavoro della mia vita è sparito, in meno di dieci mesi…"
Una carriera svanita in un attimo: "Negli ultimi 15 anni ho pensato solo a quello"
Il problema all'arteria, la diagnosi e i verdetto medico ineluttabili, l'obbligo di fermarsi per salvaguardare la propria salute. Un incubo che ha catapultato Iserbyt in uno ancora più grande, esistenziale: "Negli ultimi quindici anni, il mio lavoro è consistito nel costruire il mio corpo nella migliore versione di me stesso giorno dopo giorno. Non c'era sensazione migliore del duro lavoro dietro le quinte, la configurazione della bici, le gambe, la testa: tutto giusto. Ma senza dimenticare la mia squadra, senza quel Team, Eli non sarebbe stato nulla".
L'ultimo saluto di Iserbyt: "Oggi mi fermo, ma speranza che ho ancora è grazie a tutti voi"
Una squadra che va oltre i compagni e i colori, i tifosi, gli sponsor, e che tocca la sfera personale, i familiari, gli affetti che Iserbyt rigorosamente elenca, per cercarvi un'ancora, un'isola felice dove approdare e poter ripartire trovando la forza di affrontare la cruda realtà: "Oggi un atleta di alto livello vuole andare avanti, ma mi fermo un attimo. I segnali sono spenti. Il cavallo è nella stalla. Il sostegno e il calore che ho provato negli ultimi giorni sono enormi e grazie a loro ora sento di nuovo speranza. Per il futuro. E devo questa speranza a ciascuno di voi"