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Cos’è la “bottiglia finale”, l’accusa che spacca il ciclismo dopo la caduta al Giro dei Paesi Baschi

Dopo l’incidente nella tappa del Giro dei Paesi Baschi, fa discutere una riflessione condivisa sui social dal ciclista Lilian Calmejane. Cosa bevono i corridori e perché costituirebbe un pericolo per la sicurezza?
A cura di Maurizio De Santis
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"E poi c'è la bottiglia finale". È bastata questa espressione utilizzata dal francese Lilian Calmejane della Intermarché-Wanty per far sorgere sospetti, alimentare deduzioni affrettate e dubbi sugli integratori somministrati ai ciclisti a margine di una gara. C'è anche questo tra le pieghe delle polemiche sulla sicurezza sollevate legate all'incidente avvenuto durante la quarta tappa del Giro dei Paesi Baschi.

Ma cosa c'entra con la caduta che ha coinvolto diversi corridori, alcuni dei quali rimasti feriti anche in maniera abbastanza seria? Il tweet del ciclista transalpino offre spunti di riflessione che vanno oltre le eventuali responsabilità degli organizzatori su mancate precauzioni e una segnaletica insufficiente per avvertire i concorrenti dei rischi in determinati punti del percorso. "Tutti cercano spiegazioni – dice Calmejane – ma quanto accaduto ci suggerisce che è forse finalmente arrivato il momento di fare qualcosa di concreto".

Calmejane indica dettagli tecnici (come la misura dei manubri), l'opportunità del contatto radio, la necessità di infliggere finalmente sanzioni (che siano pecuniarie oppure comportino sospensioni) per comportamenti scorretti.

A chi gli fa notare come forse l'eccessiva velocità a cui tendono i concorrenti sia un elemento di discussione replica in maniera netta: "È come dire a un maratoneta di rallentare o correre senza scarpe in carbonio! Lo sport di alto livello è sempre più competitivo e veloce! Altrimenti andiamo a fare un'escursione".

Poi c'è il riferimento alla "famosa bottiglia finale che si prende all'80%" corredato dal simbolo di una provetta che ha destato curiosità oltre che le più disparate supposizioni. Cosa c'è in quel liquido che i ciclisti assumono? Un concentrato di zuccheri e caffeina che aiuterebbe i corridori costretti a sforzi lunghi e intensi, alle sollecitazioni durante i percorsi più duri: è questa la spiegazione più ricorrente ma che non sembra essere abbastanza soddisfacente per gli utenti.

Alcuni, infatti, ritengono che in realtà vi sia dell'altro in quella bevanda. E fanno riferimento a un articolo che risale addirittura al 2012 nel quale l'ex ciclista Taylor Finney dice in maniera esplicita che è necessario liberare lo sport dalla cultura della pillola di caffeina e antidolorifici. Un concentrato che non è una trasgressione rispetto al codice della Wada né può essere associato al doping ma che, a suo parere, è una pratica pericolosa che può contribuire al rischio di incidenti.

"Alcune persone trovano sorprendente che siano assunti antidolorifici o pillole di caffeina durante le gare, ma in realtà è davvero molto comune. Io mi sentivo a disagio all'idea di ingannare il mio corpo facendogli sentire qualcosa che non avrebbe dovuto sentire".

Le preoccupazioni espresse dall'americano partivano da quattro concetti essenziali: sicurezza, lealtà sportiva, dipendenza psicologica e, come ultimo stadio, l'assuefazione che porta con sé anche l'insoddisfazione e la voglia di provare qualcosa di diverso e più forte.

"Quella roba può renderti piuttosto eccitato – aggiunse -, ed è per questo che non l'ho mai provata. La ritengo pericolosa. Bisognerebbe chiedersi: perché stai prendendo un antidolorifico? Lo stai facendo per mascherare gli effetti che andare in bicicletta avrà sul tuo corpo… essenzialmente, stai prendendo un antidolorifico per migliorare le tue prestazioni".

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