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Zé Maria: “Rifiutai il Real Madrid per stare a Parma, la Serie A era incredibile. Gaucci era folle”

Zé Maria si racconta a Fanpage.it tra presente e passato: dai km fatti sulla fascia destra alle scelte da allenatore, dal Brasile alla voglia di giocare in Italia e rifiutare il Real Madrid, dall’era d’oro del Perugia al passaggio all’Inter. Tutto d’un fiato.
A cura di Vito Lamorte
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C’è un filo rosso che attraversa tutta la carriera di Zé Maria: il movimento. Sulla fascia destra, quando correva fino al fondo per mettere un pallone teso in mezzo, e fuori dal campo, in un percorso che lo ha portato dal Brasile all’Italia, dalla Serie A ai campionati di mezzo mondo. Terzino moderno prima che il calcio diventasse davvero ‘moderno' con la maglia dell’Inter, della Seleçao e simbolo di un Perugia capace di sorprendere l’Europa: oggi Zé Maria osserva il calcio con lo sguardo di chi lo ha vissuto in tutte le sue forme.

È uomo di campo, che non ha mai smesso di studiare il gioco e le sue evoluzioni. José Marcelo Ferreira, noto come Zé Maria, ripercorre le tappe della sua carriera, analizza il calcio di oggi e racconta a Fanpage.it cosa significa restare fedeli alla propria identità, anche quando il pallone smette di rotolare.

Zé Maria, cosa fa oggi?
"In questo momento sto aspettando. Ci sono state alcune chiacchierate, ma nulla che mi abbia davvero entusiasmato. Preferisco restare fermo piuttosto che accettare qualcosa che non sento fino in fondo".

Ha lavorato molto con i giovani nel suo percorso da allenatore: cosa è cambiato rispetto alla sua generazione?
"Le differenze sono tante. Prima si lavorava molto di più sulla tecnica di base. Oggi il calcio moderno punta su intensità, spazi ridotti e possesso palla però abbiamo perso per strada cose importanti: la corsa lunga, il cross, il tiro da fuori e il colpo di testa. Tutti elementi che restano fondamentali nel calcio anche se ne discutiamo poco e li diamo per scontati".

Zé Maria, oggi.
Zé Maria, oggi.

È stato uno dei laterali più offensivi della Serie A dei primi anni 2000 e aveva un modo di intendere il calcio molto vicino a quello attuale: in che squadra si vedrebbe bene oggi?
"Assolutamente sì. Nel sistema di gioco di Chivu mi troverei benissimo, così come in quello di Gasperini. Mi piaceva arrivare sul fondo, crossare e fare assist. Era una mia caratteristica e oggi quegli spazi stanno tornando".

A Perugia ha vissuto probabilmente il periodo più intenso della sua carriera: cosa ha reso speciale quell’esperienza, anche grazie al lavoro con Serse Cosmi?
"Un insieme di cose: Cosmi, l’ambiente e quel folle di Gaucci. C’era competenza, coraggio e un progetto chiaro. Era un calcio familiare, autentico. Ogni due settimane si cenava con i tifosi, si respirava fiducia. Quando un giocatore sente questo, dà il massimo".

In quegli anni al Grifo diverse big si erano interessate a lei ma le offerte vennero sempre rifiutate: perché?
"Perché stavo bene a Perugia. Arrivarono offerte da Lazio, Roma, Napoli, Juve, Fiorentina. Gaucci le rifiutò tutte. Solo nel 2004 mi lasciò andare, e fu giusto così: avevo 32 anni e l’Inter era un’occasione enorme".

Zé Maria mentre saluta il pubblico di Perugia dopo una vittoria.
Zé Maria mentre saluta il pubblico di Perugia dopo una vittoria.

A distanza di anni, che soddisfazione è stata vincere la Coppa Intertoto nel 2003 col Perugia?
"Una favola. Non avevamo pressioni, giocavamo per divertirci. Battere il Wolfsburg in finale fu incredibile. Andavamo ovunque a giocare a viso aperto, senza paura".

Poi passò all’Inter, dove si relazionò per la prima volta con una big. Lei faceva parte della rosa del 2005-2006 e nel suo palmares c'è il campionato di quell'anno: quello Scudetto lo sente suo?
"Assolutamente sì. La decisione non l’ho presa io, l’ha presa la giustizia sportiva. A noi lo hanno assegnato e io me lo sento mio".

Zé Maria in azione con l’Inter.
Zé Maria in azione con l’Inter.

Non tutti lo ricordano, ma lei arrivò in Italia grazie al Parma: quanto fu difficile l’impatto con l'Europa?
"Molto. Venivo dal Brasile, dove il lavoro tattico era minimo. Ma scelsi l’Italia perché era il campionato più forte al mondo. Era incredibile. Pensa che rifiutai il Real Madrid per questo: volevo sfidare i migliori e in quel momento erano tutti in Italia".

Quel Parma era pieno di campioni. Che squadra era?
"Giovanissima ma fortissima: Buffon, Thuram, Cannavaro, Crespo, Chiesa, Stanic… arrivammo secondi dietro la Juventus, pareggiando lo scontro diretto a tre giornate dalla fine dopo essere stati in vantaggio per quasi tutta la partita: eravamo a -2  e rimanemmo a -2. Un peccato. Con quella squadra giocammo l’unica Champions League della storia del Parma ma la rosa non venne rinforzata nel modo giusto e uscimmo subito, anche perché il livello era altissimo: quello era uno dei primi tornei aperti a prime e seconde. Erano tutte molto forti".

Zé Maria con la maglia del Parma.
Zé Maria con la maglia del Parma.

Zé Maria ha vestito la maglia della Seleção, vincendo Copa América e Confederations Cup: cosa significa per un calciatore brasiliano arrivare a quel livello?
"È il massimo. In Brasile siamo molto legati alla Seleçao e arrivare a quei livelli è sempre complicato. Riuscire a vincere anche dei trofei ed essere il cambio di uno del livello di Cafù è stato un onore enorme. Vuol dire essere tra i migliori al mondo".

Dopo il campo, la panchina. Come allenatore ha girato mezzo mondo: Romania, Kenya e Albania. Cosa le hanno dato queste esperienze?
"Tantissimo. Culturalmente e professionalmente. Ho vinto in due Paesi diversi, ho valorizzato giovani, ho imparato lingue e mentalità nuove. Mi hanno fatto crescere molto".

Zé Maria in campo con il Brasile.
Zé Maria in campo con il Brasile.

Guardando indietro, manca qualcosa nella sua carriera?
"Forse solo il Mondiale del 2002, saltato per infortunio. Ma per il resto sono soddisfatto: Nazionale, Inter, titoli, grandi stadi come il Maracanã… non posso chiedere di più".

Il futuro di Zé Maria? Sta aspettando la chiamata giusta?
"Spero di tornare presto ad allenare. Quando arriverà il progetto giusto, sarò pronto".

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