Samuele Longo: “Oggi vivo in Spagna, si sta meglio. Quella profezia di Gerry Scotti mi perseguita”

Samuele Longo, classe 1992, è stato uno dei prospetti più interessanti del nostro calcio. Nel 2012 la prestigiosa testata spagnola “Don Balon” lo aveva inserito nella lista dei migliori giovani nati dopo il 1991. Un onore, ma anche una responsabilità. Samuele ai tempi era di proprietà dell’Inter: dalla Primavera, e per nove anni da professionista, senza – però – vestire “seriamente” quella casacca nerazzurra. Tanti prestiti, tanti ritorni e altrettante ri-partenze con grandi speranze. Un girovagare che – forse – ha impedito le definitiva consacrazione: “Per un calciatore – ci racconta in Esclusiva per Fanpage.it – la stabilità è importante. A volte ho dovuto digerire situazioni che, oggi, con l’esperienza che ho, non accetterei più. Avrei dovuto essere più padrone del mio destino. Tornando indietro, certe decisioni le prenderei io, senza farmele imporre. Magari non sarebbe cambiato nulla, ma almeno adesso non avrei nessun rimpianto”.
Oggi, Longo è svincolato e in attesa di una chiamata, ha fatto uno stage con la federazione spagnola e vorrebbe rimanere in Spagna, dove ormai ha messo radici: “Qui – ci racconta con un evidente accento spagnolo – si vive bene, un po’ come in Italia, ma con ancora meno pressione. Io e la mia famiglia ci troviamo benissimo. Siamo rimasti in Andalusia dopo l’ultima esperienza all’Antequera (Primera Federacion, la nostra Serie C) e l’idea è quella di stabilirci qui in Spagna anche dopo aver attaccato le scarpette al chiodo. Si vive meglio il “dia a dia”, come dicono qui, è tutto più rallentato e a misura d’uomo”. Prima, però, c’è da chiudere una carriera che forse prometteva più di come non si sia effettivamente sviluppata, ma che ha ancora qualcosa da dire. In spagnolo, in italiano o anche in altre lingue (e campionati). Perché, se c’è una cosa che a Samuele non manca, è il coraggio di sperimentare…
Cominciamo da qui: hai fatto la Primavera nell’Inter con “escursioni” a Piacenza e Genova (sponda genoana), poi – pronti-via – subito all’estero all’Espanyol: non una cosa consueta ai tempi…
“Vero, ma l’Espanyol mi aveva seguito nel mio percorso, mi conoscevano bene e mi hanno prospettato un progetto serio, per cui quando è arrivata la chiamata, non ho avuto dubbi”.
E che esperienza è stata? Dura abituarsi da ventenne lontano da casa e in un altro paese?
“Guarda, l’unica cosa dura a cui mi son dovuto abituare, sono stati gli allenamenti di Mister Pochettino (sorride, n.d.r.). Tosti davvero, tanto che i “senatori” della squadra si lamentavano spesso. Per il resto, è stato tutto facile: loro mi hanno accolto benissimo, lo stile di vita è molto simile all’Italia con anche meno pressione. E, poi, loro sui giovani ci puntano davvero: sono arrivato alla terza giornata, ho cominciato ad allenarmi il mercoledì e la domenica ero titolare. Non lo avevo nemmeno sognato. Ma l’ho sempre vissuta con serenità: forse – oggi – ti direi con l’incoscienza di un giovane calciatore che pensava fosse tutto normale. Adesso, ripensandoci, mi rendo conto che tanto normale non era…”.
Già, come non era scontato allenarsi con l’Inter del Triplete e giocare con Campioni del Mondo come Luca Toni e così via…
“Adesso capisco quanto io sia stato fortunato, ma a quei tempi pensavo che fosse un percorso definito, diciamo così. Era la naturale evoluzione della carriera che mi immaginavo. Ero un giovane considerato forte, Primavera dell’Inter, nazionale Under 21 con Immobile, Bernardeschi, Berardi e tanti altri, pensavo che allenarsi con la prima squadra fosse “dovuto”. Oggi, invece, mi considero un privilegiato. Non sono tanti i giocatori che possono dire di essersi allenati con Eto’o, Sneijder, Milito, Toni ed esser stati allenati da Mourinho, Conte e Pochettino, solo per citarne alcuni…”.

Ecco, appunto: giocatore più forte?
“L’idolo assoluto è – e resterà – Ronaldo il Fenomeno, ma tra tutti quelli che ho incrociato, Eto’o era di categoria superiore. Un mostro. Tuttavia, c’è solo l’imbarazzo della scelta: Milito, Icardi, Cassano e tanti altri, posso dire di aver giocato con i migliori. La cosa che più mi è rimasta impressa, però, è la loro disponibilità e l’attitudine. Gente che aveva vinto tutto, ma con un’umiltà straordinaria. Palacio mi è rimasto nel cuore per la sua gentilezza. Toni era un fantastico uomo spogliatoio: un Campione del Mondo che scherzava con tutti, anche i più giovani, e che faceva gruppo come pochi. Di Icardi se ne sono dette tante, ma è un ragazzo di una disponibilità rara”.
Neanche ad allenatori sei messo male…
“Mourinho l’ho vissuto solo in qualche allenamento, non ho mai fatto un ritiro vero con lui. Ci chiamava soprattutto quando c’era la sosta per le nazionali per allenarci con gli elementi della prima squadra che rimanevano ad Appiano, però è vero che eravamo i suoi “bambini” come ci chiamava lui. L’atteggiamento era quello paternalistico, ma in quelle occasioni era piuttosto “distaccato”, nel senso che lasciava dirigere ai suoi collaboratori e lui guardava da lontano, prendendo appunti. Tuttavia, aveva una personalità e un’aura che percepivi da chilometri, una di quelle persone che, anche se sei girato di spalle, “senti” che è entrato nella stanza”.
Qualche signore della panchina che ti ha davvero impressionato?
“Beh, si dice che Conte sia un “martello” e questo lo posso confermare (sorride, n.d.r). Spesso si usa questo termine in senso negativo, mentre io la considero una dote, perché il suo atteggiamento era sempre positivo. Mi ricordo che abbiamo iniziato il ritiro (stagione 2019/2020 n.d.r.) e ognuno di noi, dal ragazzino al campione, dopo due settimane sapeva esattamente quali fossero i movimenti da fare in ogni situazione. Le sessioni di allenamento erano infinite ed estenuanti, e anche questo posso confermarlo, ma non solo dal punto di vista fisico. Sul campo si lavorava tantissimo, se una cosa non riusciva come l’aveva in mente, fermava tutto e te la rispiegava anche dieci volte per fartela capire, ma alla fine avevi la sensazione di giocare con il pilota automatico. Mai più provato nulla di simile!”.
A Cagliari hai incrociato anche Zeman: sei uno di quelli che si sogna i gradoni di notte?
“I gradoni non erano neanche la cosa più pesante. Quella è più una leggenda, ma quando si facevano i gradoni era il giorno fortunato, il problema era quello che succedeva negli altri giorni (sorride, n.d.r.). Gli allenamenti erano davvero tosti e, poi, c’era sempre lui con quella sua espressione impassibile che ti scrutava. Poi, però, ogni tanto, quando meno te lo aspettavi, faceva la battuta. Al di là della sua immagine esterna, Mister Zeman è una delle persone più simpatiche e ironiche che abbia mai conosciuto. Permettimi, però, di ricordare un altro signore del calcio come Zola, che ho incontrato sempre quell’anno a Cagliari: un uomo eccezionale, di una classe straordinaria, dentro e fuori dal campo, come giocatore ma anche come allenatore. Una di quelle persone di cui il nostro calcio avrebbe tanto bisogno”.

Hai una spiegazione del motivo per il quale figure di questa levatura non trovino spazio nel nostro calcio?
“Domanda difficile. Io credo che, a volte, siano anche loro che non vogliano avere un ruolo in un mondo in cui non si riconoscono e nel quale, semplicemente, non si trovano a loro agio. Il calcio, ormai, è un’industria, in cui le decisioni hanno spesso una logica economica. Non tutti l’accettano”.
E, tu, l’hai accettata questa situazione?
“Da giovane, anche inconsapevolmente, ti direi di sì. E’ un po’ quello che ti dicevo prima: ti ritrovi in un vortice nel quale c’è qualcuno che decide per te. La società fa i suoi interessi, poi c’è il procuratore che fa filtro e tu, spesso, scopri il tuo destino a cose fatte. E, invece, dovresti avere voce in capitolo, perché è la tua vita e devi poter decidere il tuo futuro”.
E come si vive da “svincolato”? Pensieri brutti?
“Devo dirti la verità, ho raggiunto il mio equilibrio. Magari in passato me la prendevo di più, rimuginavo sulle opportunità sfuggite e sulle occasioni non sfruttate, ma adesso mi considero un ragazzo fortunato per la carriera che ho vissuto. Ho giocato in A, in Liga e vestito la maglia della Nazionale, anche se fino in Under 21, coronando il sogno di bambino, in quanti possono dire di esserci riusciti?”.
A proposito di questo, tu hai anche vinto campionato Primavera e le NextGen Series (la “Champions League delle giovanili”) con Stramaccioni allenatore, che poi ti ha fatto esordire anche in A: attualmente, però, di quella squadra in A gioca solo Bianchetti nella Cremonese: ti sei dato una spiegazione?
“E’ difficile. Ad onor del vero, diversi giocatori di quella squadra hanno fatto anni di A, come me, Bessa, Livaja, Duncan, Mbaye, Crisetig, però – sì – devo ammettere che era lecito attendersi qualcosa di più. Non nascondo che, anche per quanto riguarda me, credevo di poter fare meglio. Ci è capitato di confrontarci tra di noi e quello che ci siamo detti è che, dopo quella vittoria, nessuno di noi ha giocato un solo minuto in prima squadra, siamo andati tutti in prestito. In finale, abbiamo battuto l’Ajax e sette-otto di loro l’anno dopo giocavano regolarmente in campionato e coppe. Non è una critica all’Inter, intendiamoci, in qualsiasi altra grande squadra sarebbe successo lo stesso, perché da noi si fa fatica a dare fiducia ad un giovane del vivaio. Si punta sul giocatore finito. Tuttavia, se ad un giovane non gli viene data l’opportunità di giocare (e sbagliare) a certi livelli, non maturerà mai…”.

Dalla tua Inter a quella di Pio Esposito, cos’è cambiato?
“Premesso che Pio Esposito per me è fortissimo e sarà uno dei giocatori più importanti del calcio italiano per tanti anni, posso dire che i ragazzi di oggi sono più “fortunati”. Ai nostri tempi, i club italiani avevano maggior disponibilità economica, per cui si potevano permettere di fare campagne acquisti importanti. Oggi, invece, devono fare di necessità-virtù e quindi per i giovani ci sono più occasioni…”.
Tornando ai tuoi tempi: ci sono compagni o avversari sui quali avresti scommesso e che, invece, non hanno fatto la carriera che ti aspettavi?
“Come dicevo in precedenza, ero convinto – e speravo – che tutti noi della Primavera dell’Inter potessimo fare una grande carriera. Qualcuno ha avuto un buon percorso, qualcuno meno, ma forse nessuno è riuscito ad arrivare ai livelli che ci si aspettava. Come avversari, invece, ricordo Fischer dell’Ajax, che nella finale di NextGen mi aveva fatto una grandissima impressione, ma poi l’ho perso di vista…”.
Si è ritirato a 29 anni…
“Eh niente, non avrò una grande carriera neanche da Direttore Sportivo (ride, n.d.r.)”.
Uno che, invece, hai visto e ti sei detto: “Questo andrà lontano”?
“A Cagliari si allenava con noi Barella. Era ancora in Primavera, forse un po’ “leggero”, ma si vedeva che aveva doti fuori dall’ordinario e una grandissima personalità. Anche se, quando si è così giovani, o sei davvero un fenomeno come ad esempio Balotelli, oppure fai fatica a capire quanto uno sia forte. Tuttavia, non basta avere qualità, ci sono tante situazioni che possono condizionare una carriera: a volte ci vuole anche un pizzico di fortuna. E io ne so qualcosa. Lui è stato molto bravo a gestirsi e a scegliere la strada giusta”.
Camarda, ad esempio, è stato prestato a Lecce, dove ha giocato poco. Ora probabilmente tornerà alla base e c’è la possibilità che, poi, venga dirottato altrove. Lui, come altri potenziali prospetti. Sulla base della tua esperienza, cosa ti sentiresti di consigliare a questi ragazzi?
“Di trovare un posto nel quale gli consentano di giocare, fare esperienza e anche sbagliare. E, se lo trovano, di fare di tutto per restarci. Ricordo, ad esempio, la mia stagione più bella: 2016/2017 al Girona in Serie B spagnola, al termine della quale abbiamo conquistato la prima storica promozione in Liga. Una gioia incredibile, una festa che ricorderò per sempre. Poi, però, non sono riuscito a giocare il campionato successivo in Primera Division. E non per scelta mia, ovviamente. Ecco, potessi tornare indietro, sono queste le situazioni che cambierei”.
Poi ci sono le pressioni che un giovane deve gestire, aspettative, paragoni ingombranti: ad esempio, se citiamo Gerry Scotti, cosa ti viene in mente? (Scoppia a ridere, n.d.r.)
“Questa cosa mi perseguita, tutti i miei amici non perdono occasione per rinfacciarmela. In un Cagliari-Modena di Coppa Italia (stagione 2014/2015 n.d.r.) ho segnato una doppietta. Gerry Scotti, dal nulla, twittò: “Il Cagliari ha un nuovo Rombo di Tuono (il soprannome di Gigi Riva, n.d.r.): si chiama Samuele Longo, ha 22 anni. Segnatevelo, buonasera”. Da quel momento in avanti tutti me lo ricordano. Io sinceramente non l’ho preso sul serio, anche perché Gigi Riva era qualcosa di inarrivabile per chiunque, ma è stato curioso. Per altro, non ho mai conosciuto Gerry, né avuto modo di confrontarmi con lui, evidentemente era rimasto impressionato dalla prestazione e dai gol. Fa comunque piacere, dai, anche se per anni quel tweet è diventato un’occasione per i miei amici per prendermi in giro”.
Chiudiamo così: ci sono ancora sogni da realizzare?
“Guarda, non lo chiamerei sogno, ma mi piacerebbe chiudere la carriera giocando ancora qualche anno e, possibilmente, in un posto in cui trovare stabilità per me e la mia famiglia. Mi sento bene e credo di poter dare ancora qualcosa. Spero di avere l’opportunità di dimostrarlo. In Estate ci sono state alcune proposte dalla Serie C italiana e dalla Spagna, che ho rifiutato perché speravo di poter alzare il livello. Purtroppo, poi, con il passare dei giorni, non è stato più possibile trovare squadra, perché – soprattutto in Spagna – ci sono limiti stringenti al numero di giocatori tesserati. Non ti nascondo che, tra settembre e ottobre, quando un giorno sembrava tutto fatto, e quello dopo saltava tutto, non l’ho vissuta bene. Era la prima volta che restavo senza squadra, ma con il passare dei giorni ho trovato serenità. Ho avuto l’opportunità di godermi la famiglia, che in questi anni avevo inevitabilmente trascurato, abbiamo viaggiato molto e passato bei momenti insieme. Ovviamente, mi sono sempre tenuto in forma: mi sono allenato da solo per farmi trovare pronto in questa sessione di mercato. Sto valutando delle proposte e spero di tornare presto in campo”.