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Manuel Pucciarelli: “In Arabia vedevo 18enni girare con macchinoni, poi mi sono ritrovato svincolato”

Intervista a Manuel Pucciarelli, oggi alla Vis Pesaro dopo una carriera che l’ha portato dall’Empoli all’Australia, con una tappa in Arabia Saudita. Gli inizi con Sarri, gli aneddoti sulle esperienze più esotiche e i retroscena di una carriera che ha ancora qualche sogno da esaudire.
A cura di Sergio Stanco
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Essere un calciatore è sicuramente un privilegio, ma diventarlo (e restarci ad alti livelli) è anche una storia di resilienza. Quante volte nelle nostre interviste abbiamo parlato di sliding doors? Di occasioni che sfumano, di decisioni sbagliate, di infortuni intempestivi. La carriera è fatta anche di episodi, proprio come una partita di calcio. Quella di Manuel Pucciarelli, oggi colonna della Vis Pesaro in Serie C, ma un passato – tra le altre – all’Empoli e al Chievo in Serie A con esperienze da “Globetrotter” in Arabia e in Australia, sembra proprio l’esempio perfetto in questo senso: “Da ragazzino ero considerato una sorta di predestinato nella mia zona – ci racconta in Esclusiva per Fanpage.it – Non che fossi il nuovo Messi eh, parliamo pur sempre della provincia toscana (in particolare Prato, n.d.r.), però quando ero ragazzino rubavo l’occhio, mettiamola così. Giocavo in una società affiliata alla Fiorentina, che però apriva ai ragazzi solo dai dieci anni in su. A nove anni, mi ha notato l’Empoli e ho deciso di accettare. Beh, da quel momento la Fiorentina ha tolto l’affiliazione alla società del mio paese (sorride, n.d.r.). L’Empoli, però, è stata la mia salvezza, sia perché ha un settore giovanile molto professionale e, poi, perché ti accudiscono. Senza questa attenzione non sarei mai arrivato in Serie A…”.

Allora partiamo proprio da qui, Manuel: cos’è successo nelle giovanili dell’Empoli e perché sei così grato alla società?
“Come dicevo prima, da ragazzino ero molto “quotato”, ma quando sono arrivato all’Empoli ho avuto problemi di crescita. Sono dovuto stare fermo un anno e mezzo, senza poter giocare. Quella è un’età nella quale i valori si livellano, nel senso che magari uno può maturare un po’ prima e qualcuno un po’ dopo, ma a meno che tu non sia Messi, appunto, è proprio verso gli undici-dodici anni che cominci a svilupparti fisicamente e tecnicamente. Io in quel momento ero fermo, con tutte le preoccupazioni del caso: sai, ero comunque un ragazzino che sognava di diventare calciatore e che, fino a quel momento, sperava di vedere il suo sogno avverarsi. Non è stato facile”.

E, poi, cos’è successo?
“Contrariamente a quello che probabilmente tutte le altre società avrebbero fatto, l’Empoli mi ha semplicemente aspettato, curato e – se vogliamo – anche coccolato. Sarebbe stato più facile svincolarmi e lasciarmi a casa, invece non lo hanno fatto. E per questo, per me, Empoli rimarrà sempre casa. Aver lasciato dopo la retrocessione (stagione 2016/2017, n.d.r.) è una ferita  aperta che mi fa ancora soffrire…”.

Andiamo con ordine: tutto il settore giovanile, poi l’esordio in prima squadra a maggio 2011. È però con l’Empoli di Sarri che comincia l’avventura… Che cavalcata è stata?
“Un’esperienza meravigliosa. Non è stato semplice assorbire e digerire l’idea del mister, tanto che all’inizio del campionato 2012/2013 eravamo ultimi in classifica in B. Ma anche qui si vede la lungimiranza della società, che gli ha dato fiducia. Ampiamente ripagata, per altro, perché il primo anno siamo arrivati quarti, ma nel secondo siamo stati promossi in A”.

Pucciarelli esulta dopo un gol con l’Empoli.
Pucciarelli esulta dopo un gol con l’Empoli.

Avevi capito subito che Mister Sarri aveva le stigmate del grande allenatore?
“Non è così semplice prevedere la carriera di un allenatore, e neanche quella di un giocatore, ma certo si vedeva che aveva grandi idee, molto innovative e che, se applicate, portavano risultati. Ero convinto che avrebbe fatto grandi cose, anche se non immaginavo – a quei tempi – che potesse arrivare a vincere Europa League e Scudetto”.

In cosa era già rivoluzionario ai tempi?
“Ricordo la sua attenzione maniacale per la fase difensiva. Era tutto “automatizzato”, movimenti sincronizzati e sedute tattiche infinite. A noi davanti, invece,  lasciava grande libertà di esprimerci. In quella rosa c’erano attaccanti di grande livello come Tavano, Maccarone e Verdi, probabilmente aveva capito che ingabbiarli non avrebbe avuto senso”.

È strano perché, oggi, le squadre di Sarri sembrano tutte “codificate”…
“Sì, però anche oggi noto una fase difensiva riconoscibile, mentre la fase offensiva è schematica, ma si adatta comunque alla tipologia dei giocatori a disposizione e al loro estro. Gli attaccanti sono sempre liberi di esprimersi secondo le loro caratteristiche”.

Torniamo a quell’Empoli: nel 2016/2017, dopo tante stagioni piene di soddisfazioni, arriva la retrocessione e l’addio: come l’hai vissuto?
“Tutto molto male, perché per me Empoli era “famiglia”. Ti direi quasi come un lutto, quella retrocessione mi toglie ancora il sonno. È stato un po’ un fulmine a ciel sereno, perché in precedenza avevamo fatto stagioni importanti. Alla fine di quella precedente avevo ricevuto offerte interessanti, dal Sassuolo e dalla Sampdoria, ma avevo deciso di restare a “casa”. Per cui la delusione è stata doppia”.

In quella precedente, con Giampaolo in panchina, eravate finiti addirittura decimi in A…
“Il mister è sicuramente un “divisivo”: dà la sensazione di essere duro, ma se lo capisci s’instaura un’alchimia particolare. Con me è successo questo e, visti i risultati, probabilmente con la maggior parte di noi quell’anno. Personalmente, in quella stagione ho avuto qualche problema, lui mi ha seguito e consigliato e s’è instaurato un ottimo rapporto. Ci stimavamo, tanto che a fine stagione lui, che era andato alla Sampdoria, avrebbe voluto portarmi a Genova, ma non me la sono sentita di lasciare Empoli”.

Pucciarelli in campo durante l’esperienza al Chievo.
Pucciarelli in campo durante l’esperienza al Chievo.

È una scelta che rifaresti?
“Sì, assolutamente, la rifarei sempre per l’affetto che mi lega alla piazza. Non ho rimorsi, ma certamente dal punto di vista della mia carriera non si è rivelata azzeccata, anche perché, al termine di quella stagione, sono finito al Chievo, dove le cose non sono andate per il verso giusto. Non incolpo nessuno, semplicemente non ci siamo “trovati”, diciamo così. Ho avuto poco spazio e la società ha cominciato ad avere problemi finanziari. Ho passato un brutto periodo, perché quando non riesci a fare quello che sogni da bambino, ci sono momenti di sconforto”.

Ultimamente, sono sempre di più i giocatori che parlano delle proprie difficoltà, arrivando anche a definirla depressione: tu hai vissuto – direttamente o indirettamente – episodi del genere?
“È  come se non fossimo autorizzati ad averne, ma siamo “umani”. A volte ti sembra di essere in un frullatore: non puoi nemmeno fermarti a pensare a come stai o a quello che stai vivendo in quel momento, perché devi già pensare alla partita successiva e mostrarti pronto. Non dico che non siamo privilegiati, attenzione, sappiamo di fare il mestiere più bello del mondo, dico solo che – anche se da fuori è difficile da comprendere – a volte capita di attraversare momenti difficili. Nel mio caso specifico, non posso definirla depressione, ma spesso ho avuto la sensazione che alcuni miei compagni stessero attraversando un brutto periodo. Il fatto è che in un ambiente come il nostro, non è neanche facile essere di supporto, perché non ci si può mostrare deboli. Nel calcio in generale, la depressione esiste, ma è come se fosse un male invisibile. E non c’entra nulla che giochi in A o in B, né dipende da quanto guadagni…”.

Tu come hai superato quel momento di difficoltà?
“Come dicevo prima, al Chievo non avevo molto spazio e si vociferava già di qualche problema economico. L’estero mi aveva sempre affascinato, così quando ho ricevuto la proposta del Dibba Al-Fujairah, l’ho colta al volo. Avevo proprio il bisogno di cambiare aria ed è stato bello respirare un’altra cultura, vedere un ambiente nuovo e confrontarsi con un altro calcio. Anche se è durato solo qualche mese, mi ha fatto davvero bene”.

Qual è la cosa più strana a cui ti sei dovuto abituare?
“Alle cene di squadra, perché magari si arrivava a fine allenamento, si stendevano delle coperte o dei tappeti e si mangiava per terra tutti insieme. E con le mani. Una cosa a cui effettivamente non ero abituato, ma con il passare dei giorni è diventato normale”.

Pucciarelli al Melbourne City nella tappa in Australia.
Pucciarelli al Melbourne City nella tappa in Australia.

È così opulenta la vita da quelle parti?
“Diciamo che i locali vivono veramente bene, a loro non manca nulla. Faceva impressione vedere arrivare all’allenamento i ragazzi di 18 anni con “macchinoni” che noi, in Italia, ci sognavamo alla loro età”.

Come te la sei cavata con il clima e le usanze locali?
“Tutto sommato bene, ci si allenava nelle ore meno calde della giornata. La cosa curiosa è che, quando era il momento della preghiera, si inginocchiavano in campo e io e i brasiliani aspettavamo che finissero, dopodiché riprendevamo l’allenamento normalmente”.

A fine stagione fai ritorno al Chievo, ma dura poco…
“Eh sì, perché i problemi societari si erano acuiti e il club è fallito. Da un momento all’altro mi sono ritrovato dal giocare in Arabia a essere svincolato. Solo che lo svincolo è arrivato tardi ed eravamo in tanti nelle stesse condizioni. Il fatto di essere uscito un po’ dai radar, poi, non mi ha agevolato. Non è stato un periodo facile, perché comunque ti passano per la testa mille pensieri. La carriera di un giocatore è breve e se perdi qualche anno, poi fai fatica a rientrare nel giro. Poi, quando hai famiglia, queste cose ti pesano”.

Mai avuto paura di rimanere senza squadra e, nel caso, sarebbe stato un problema anche economico?
“Il timore c’è sempre in quelle situazioni, perché hai investito tanto in termini personali. Alla fine dedichi la tua vita al calcio e praticamente sai fare solo quello. Restare senza squadra è come vivere un fallimento. Può esserlo anche dal punto di vista economico, anche se io  – fortunatamente – sono sempre stato molto accorto in questo senso. Non ho mai fatto “pazzie” e ho sempre cercato di investire coscienziosamente. Ho avuto la fortuna di avere un amico che mi ha assistito in alcune operazioni immobiliari e, quindi, fosse andata male, probabilmente mi sarei dedicato a quello…”.

Alla fine non ce n’è stato bisogno…
“No, perché ho avuto la fortuna di essere contattato dal mio ex compagno di Empoli, Maccarone, che nel frattempo si era trasferito in Australia. Mi ha prospettato questa opportunità e ho deciso di fare anche quest’altra esperienza fuori dall’Italia (al Melbourne City, n.d.r.). Devo dire che non è stato facile, perché lì era ancora pieno periodo Covid. Mentre nel resto del Mondo l’effetto stava svanendo, lì le regole erano ancora molto restrittive. E, poi, era un calcio molto fisico, che si adattava poco al mio stile di gioco. A fine stagione, anche per ragioni famigliari, abbiamo deciso di rientrare”.

Pucciarelli oggi è alla Vis Pesaro.
Pucciarelli oggi è alla Vis Pesaro.

Ecco, arriviamo ai nostri giorni: come ti ha convinto la Vis Pesaro e che obiettivi ti eri posto quando hai deciso di accettare?
“Principalmente mi ha convinto l’entusiasmo del Direttore (Michele Menga, n.d.r.). È giovane e ha una grande visione. Mi ha prospettato una collaborazione a lungo termine, che era un po’ quello di cui avevo bisogno dopo un periodo come quello che avevamo attraversato io e la mia famiglia. Avevamo bisogno di certezze e, in qualche modo, questa opzione ci ha rassicurati”.

Dunque, dobbiamo aspettarci ancora qualche anno in campo e, poi, diventerai Mister Pucciarelli?
“Non voglio precorrere i tempi, anche perché voglio giocare ancora qualche anno. Poi, nel calcio, non si sa mai. Però, sì, in futuro vorrei rimanere in questo mondo e quella dell’allenatore è sicuramente una possibilità che valuterei”.

A che allenatore ti ispireresti?
“Ne ho avuti tanti e tutti – o quasi (sorride, n.d.r.) – molto bravi, alcuni dei quali li abbiamo già citati. Sicuramente Sarri mi ha trasmesso tanto a livello tattico, mentre ho apprezzato tanto Giampaolo per la gestione dello spogliatoio e per come interagiva con il gruppo”.

Passando ai tuoi compagni: quello che, appena l’hai visto, hai detto “questo è forte forte”?
“Non appena l’ho visto, perché il primo anno era forse un po’ timido, ma quando ha preso confidenza, Zielinski mi ha impressionato. Ero sicurissimo che avrebbe fatto una carriera importante, si vedeva che aveva qualità da top”.

Quello che, invece, ti ha sorpreso di più?
“Posso dire Dimarco, perché era chiaro che fosse forte, ma da qui a diventare uno dei migliori laterali al Mondo, era difficile da immaginare. Anzi, forse in questo momento è il migliore in assoluto. Anche il fatto di giocare nella squadra per cui ha sempre fatto il tifo, credo lo abbia aiutato a tirar fuori il meglio. Ha sempre sognato di tornare all’Inter e riuscirci, probabilmente, lo ha spinto oltre i suoi limiti”.

C’è qualcuno che, invece, avrebbe meritato una carriera migliore?
“Sempre all’Empoli ho giocato con Levan Mchedlidze, un attaccante molto forte (georgiano classe 1990, n.d.r.). Ha fatto tanti anni all’Empoli, alcune buone stagioni ma senza riuscire a “esplodere” definitivamente. Ha finito in Georgia, ma ero convinto potesse fare di più. Era un po’ “fuori”, ma nel senso buono…”.

Pucciarelli con Zielinski ai tempi dell’Empoli.
Pucciarelli con Zielinski ai tempi dell’Empoli.

Ecco, appunto, hai anticipato la domanda: è lui il più pazzo?
“Diciamo che lui e Tonelli (ex capitano dell’Empoli 2010-2017, poi anche Napoli e Sampdoria, n.d.r) se la giocavano alla pari. In coppia erano devastanti (sorride, n.d.r.). Ogni giorno ne combinavano una, non ci annoiava mai in quello spogliatoio e anche questa era la forza di quella squadra…”.

Parliamo del Tonelli oggi allenatore delle giovanili dell’Empoli? Come si conciliano queste due cose?
“Guarda, in quegli anni eravamo capaci di scherzare fino ad un minuto dal fischio di inizio e, poi, cambiare completamente registro e concentrarci su quello che dovevamo fare. Sono cose “normali” quando hai a che fare con giocatori di grande personalità ”.

Il ricordo più bello?
“Ne ho due: l’esordio con l’Empoli perché dopo aver fatto tutto il settore giovanile, con tutti i problemi che avevo avuto, è stata praticamente una “consacrazione”. E, poi, il primo gol in A, per altro al Milan (23 settembre 2014, Empoli-Milan 2-2, n.d.r.). Una sensazione particolare per me, perché io sono milanista. In panchina c’era Pippo Inzaghi, che mi aveva fatto esultare come un matto negli anni da calciatore. In campo, poi, c’era Fernando Torres, che era uno  dei miei idoli da ragazzo”.

E il gol alla Juve che hai segnato di recente?
“Lo metto tra i più importanti. Basta non dire che era la Juve Next Gen (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, la Juve e la Roma sono due delle big alle quali non sono riuscito a segnare, con il gol di qualche settimana fa, ho parzialmente colmato una lacuna”.

A 35 anni, e dopo la carriera che abbiamo raccontato, quale può essere il prossimo obiettivo?
“Finire la stagione nel migliore dei modi, conquistare i play-off e, poi, giocarcela. I sogni non hanno età”.

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