Lo scempio di Roma-Slovan Bratislava, ovvero l’inizio della fine per Luis Enrique in Italia

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Luis Enrique in panchina durante Roma-Slovan e il cambio Totti-Okaka sullo sfondo.
Il 25 agosto 2011 la Roma americana si presentò all’Olimpico con grandi ambizioni, ma l’eliminazione dall’Europa League contro lo Slovan Bratislava trasformò l’entusiasmo in contestazione. Tra la sostituzione di Totti, l’ingresso di Verre e una squadra ancora incompleta, quella notte segnò il primo grande strappo tra Luis Enrique e la piazza giallorossa.

“Ventisei euro pe’ vede’ Verre”. In una sola frase c’era tutta la rabbia di una tifoseria che si aspettava una qualificazione europea e si ritrovò, invece, a fare i conti con una delle serate più amare dell’inizio della nuova Roma e della sua storia. Il 25 agosto 2011, allo stadio Olimpico, lo Slovan Bratislava eliminò i giallorossi dai playoff di Europa League, trasformando il debutto internazionale dell’era americana in una contestazione.

Le aspettative erano altissime: dopo il passaggio di proprietà dalla famiglia Sensi al gruppo statunitense guidato da Thomas DiBenedetto, la Roma voleva aprire una nuova stagione, affidandosi a un progetto giovane e a una filosofia calcistica diversa con Walter Sabatini direttore sportivo, Claudio Fenucci che si occupava della gestione societaria e Franco Baldini a definire le strategie del club. In panchina era arrivato Luis Enrique, reduce dall’esperienza con il Barcellona B e chiamato a costruire una squadra capace di proporre un calcio offensivo e moderno.

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La formazione iniziale della Roma scelta per la partita con lo Slovan il 25 agosto 2011.

L’idea era quella di voltare pagina, ma la piazza chiedeva anche risultati immediati. E il primo ostacolo europeo, almeno sulla carta, sembrava tutt’altro che insormontabile.

Dalla sconfitta in Slovacchia alla beffa dell’Olimpico

La gara d’andata si era conclusa con il successo per 1-0 dello Slovan Bratislava. Un risultato che lasciava alla Roma la possibilità di ribaltare il confronto davanti ai propri tifosi e la squadra giallorossa arrivò alla partita decisiva con una rosa ancora incompleta: Miralem Pjanic, Fernando Gago e Fabio Borini sarebbero arrivati soltanto nelle fasi finali del mercato, a eliminazione ormai avvenuta, e la trasferta slovacca aveva alimentato le discussioni.

A far parlare era stato l’impiego di Marco Borriello per pochi minuti nel finale, una scelta che attirò l’attenzione anche per alcune indiscrezioni su un premio contrattuale legato alle presenze dell’attaccante, quantificato all’epoca in circa 300mila euro.

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Totti esce sconsolato e infastidito dal campo.

Il ritorno doveva cancellare i dubbi. La Roma aveva bisogno di vincere e riuscì a sbloccare il risultato con Simone Perrotta, riportando momentaneamente la qualificazione in equilibrio, ma il raddoppio non arrivò e la partita entrò in una fase sempre più delicata. A rendere indimenticabile quella serata fu soprattutto una scelta di Luis Enrique di sostituire Francesco Totti con Stefano Okaka al minuto 74. Il capitano lasciò il campo visibilmente contrariato e la decisione scatenò polemiche immediate, perché togliere il simbolo della squadra in un momento in cui serviva un gol per evitare l’eliminazione apparve a molti come una scelta incomprensibile.

Per Luis Enrique, però, nessuno doveva essere considerato intoccabile: un principio coerente con la sua idea di calcio, ma difficile da far accettare in una piazza legata profondamente al proprio capitano.

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La festa dello Slovan allo stadio Olimpico per la qualificazione.

Poco dopo arrivò la beffa definitiva. Štepanovský trovò il pareggio per lo Slovan Bratislava, fissando il risultato sull’1-1: grazie alla vittoria dell’andata, gli slovacchi conquistarono la qualificazione e la Roma fu eliminata dall’Europa League ancora prima di iniziare davvero il proprio percorso europeo.

"Ventisei euro pe' vede' Verre": la sfogo che diventò virale

Tra i simboli di quella notte rimase anche l’ingresso in campo di Valerio Verre, giovanissimo centrocampista del vivaio giallorosso: il ragazzo, che Luis Enrique aveva già pensato di schierare dall’inizio nella gara d’andata prima che una febbre ne impedisse l’utilizzo, fece il suo debutto all’Olimpico in una situazione estremamente complicata.

La sua presenza diventò il bersaglio involontario della delusione dei tifosi. Da qui la frase “Ventisei euro pe’ vede’ Verre”, destinata a circolare ben oltre lo stadio: non era tanto una critica al giovane calciatore, quanto l’espressione di una rabbia indirizzata alle scelte tecniche e a una squadra incapace di superare un avversario considerato alla portata.

Lo stesso Verre avrebbe ricordato che, il giorno successivo, Daniele De Rossi lo chiamò nello spogliatoio per fargli ascoltare l’audio diventato virale. Un episodio che restituisce la dimensione raggiunta dalla contestazione: il debutto di un ragazzo della Primavera era finito al centro della discussione pubblica, mentre la nuova Roma si ritrovava a fare i conti con il primo grande fallimento della propria stagione.

Il progetto sotto esame: l'inizio della fine per Luis Enrique in Italia

L’eliminazione costrinse anche la dirigenza a interrogarsi sulla costruzione della rosa. Sabatini riconobbe i ritardi nella composizione della squadra, difendendo al tempo stesso la scelta di puntare sui giovani. Il progetto richiedeva tempo, ma la sconfitta aveva già minato la fiducia di una parte dell’ambiente.

Il problema non era soltanto il risultato. La sostituzione di Totti, le difficoltà nel concretizzare il gioco e l’impiego dei giovani in una partita decisiva alimentarono i dubbi sulla capacità di Luis Enrique di adattare le proprie idee alle esigenze della Roma. Il tecnico voleva introdurre una nuova mentalità, ma doveva fare i conti con una tifoseria che non era disposta ad accettare facilmente un cambiamento accompagnato da risultati deludenti.

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Gian Piero Gasperini in panchina durante Inter–Roma del 17 settembre 2011.

Poche settimane dopo, il 17 settembre 2011, la Roma pareggiò 0-0 contro l’Inter di Gian Piero Gasperini e quattro giorni più tardi il tecnico nerazzurro venne esonerato, mentre Luis Enrique continuò a godere del sostegno della società fino alla fine della stagione.

La dirigenza portò avanti il progetto, nonostante le difficoltà iniziali, e si arrivò fino al traguardo con evidenti tensioni. La Roma doveva ancora trovare continuità, equilibrio e un’identità precisa, ma il rapporto tra l’allenatore e l’ambiente era già diventato complicato: la sconfitta contro lo Slovan Bratislava non segnò da sola la fine dell’esperienza italiana di Luis Enrique ma rappresentò una prima, profonda, frattura perché fu la notte in cui le ambizioni della nuova proprietà si scontrarono con la realtà del campo e con le aspettative di una piazza abituata a chiedere vittorie.

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Luis Enrique in panchina durante Inter–Roma del 17 settembre 2011.

Il progetto americano prometteva una Roma giovane e moderna, ma all’Olimpico emerse una contraddizione difficile da ignorare: costruire il futuro richiede pazienza, mentre il calcio impone spesso di vincere subito. Quella sera, tra il pareggio di Štepanovský e la sostituzione di Totti, la distanza tra queste due esigenze apparve enorme.

E così, mentre il nome di Verre finiva dentro una battuta destinata a restare nella memoria romanista, cominciava la stagione più difficile per Luis Enrique: fu il primo segnale che la rivoluzione giallorossa tanto attesa sarebbe stata una "revolucion complicata", così definita da Diego Bianchi e Simone Conte, e avrebbe incontrato ostacoli molto più grandi di quanto immaginato.

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