Nel corso della loro lunga storia, Inter e Milan si sono spesso ‘scambiati' giocatori. Da Meazza fino a Ibrahimovic, molto campioni si sono infatti tolti molte soddisfazioni con entrambe le maglie delle due squadre di Milano. Tra di loro anche il fenomeno Ronaldo: probabilmente il giocatore che più ha scioccato le due tifoserie con il suo personale salto della sponda del Naviglio milanese.

Il tradimento dell'Inter

A distanza di anni da quel 30 gennaio 2007 e da quella stretta di mano con Adriano Galliani nel centro sportivo di Milanello, l'ex Pallone d'Oro brasiliano è tornato a parlare di quel clamoroso passaggio al Milan dopo le precedenti cinque stagioni all'Inter: "Sembra comodo dirlo dopo, ma è solo e soltanto la verità: io volevo tornare all'Inter. Di più: ho fatto di tutto per tornare all'Inter. Ho aspettato tutto il tempo possibile per dare all'Inter il tempo di dirmi sì o no: quando non arriva né un sì né un no, vuol dire che è no. Per il Milan era sì e io in quel momento, più che traditore, mi sentivo un po' tradito per essere stato rifiutato: era una scelta impopolare, ma nella mia vita non ho mai avuto paura di farne".

Il rapporto con Berlusconi e Galliani

"Oggi per me non ha nessun senso chiedermi se lo rifarei – ha aggiunto Ronaldo ai microfoni di Sportweek – Se l'ho fatto è perché in quello momento sentivo era la cosa da fare: né giusta né sbagliata, ce l'avevo in testa e c'era un perché. Berlusconi e soprattutto Galliani mi volevano bene, molto: il rapporto con loro è un ricordo che mi fa sorridere ancora oggi. Il legame si è interrotto ma la stima è rimasta". Nella lunga intervista concessa al magazine della ‘Gazzetta dello Sport', il brasiliano ha poi riavvolto il nastro soffermandosi su una delle pagine più tristi della storia del club nerazzurro e sul suo addio per volare a Madrid.

Il 5 maggio e i problemi con Cuper

"Il 5 maggio fu una colpa: quando il destino ce l'hai in mano, se ti scappa via non puoi prendertela con nessuno. Non eravamo noi e non ci siamo mai spiegati davvero perché. Per quello piangevo. Quello scudetto era il regalo minimo che dovevamo fare ai nostri tifosi. Cuper? Con lui non c'era rapporto, l'ho detto decine di volte e l'avevo detto anche al presidente, e non ci sarebbe potuto essere. Non c'era neanche un compromesso possibile: perciò quando io e Moratti, diverso tempo dopo l'addio, ne abbiamo riparlato, ci siamo ‘perdonati' senza darci colpe. In quel momento davvero forse nessuno dei due avrebbe potuto fare altro".