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Guardiola: “Palestina, Ucraina, Minneapolis: in questo momento ci uccidiamo a vicenda per cosa?”

In conferenza stampa Pep Guardiola va oltre il pallone e denuncia guerre e violenze globali, dalla Palestina all’Ucraina fino agli omicidi di Minneapolis. Un intervento emotivo e diretto, in cui il tecnico del City rivendica il dovere morale di parlare davanti alla sofferenza degli innocenti.
A cura di Vito Lamorte
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Pep Guardiola ha ribadito ancora una volta quanto il suo impegno civile e politico sia parte integrante della sua figura pubblica, trasformando una normale conferenza stampa pre-partita del Manchester City in un intervento di forte impatto internazionale. Alla vigilia della semifinale di Coppa di Lega contro il Newcastle, il tecnico catalano ha allargato il discorso ben oltre il calcio, collegando un episodio arbitrale discusso alle immagini di guerra e violenza che quotidianamente scorrono nei notiziari.

"In questo momento ci uccidiamo a vicenda per cosa? Per cosa?", ha detto Guardiola, spiegando come quelle immagini gli provochino un dolore personale profondo. Il punto centrale del suo intervento è stato il riferimento diretto ai conflitti globali, in particolare alla situazione in Palestina, alla guerra tra Ucraina e Russia e ad altre crisi dimenticate.

Guardiola ha sottolineato come oggi l’umanità abbia accesso a informazioni e immagini più chiare che mai, eppure scelga spesso di voltarsi dall’altra parte: "Il genocidio in Palestina, quello che è successo in Ucraina, quello che è successo in Russia, quello che è successo in tutto il mondo, in Sudan e ovunque, quello che è successo davanti ai nostri occhi. Se non volete vederlo, è un problema nostro, come esseri umani".

Guardiola non vuole ignorare le guerre e le violenze nel mondo: "Se non volete vederlo, è un problema nostro, come esseri umani"

Il tecnico dei Citizens ha poi collegato questi conflitti a episodi di violenza interna, citando quanto accaduto a Minneapolis, dove Renee Good e Alex Pretti sono stati uccisi durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) statunitense. Guardiola ha parlato esplicitamente di giustizia e responsabilità morale: "Bisogna parlare… Sono stati uccisi, uno era un'infermiera… Dimmi come puoi difenderti?". Per lui il silenzio equivale a complicità.

Alla base delle sue parole non c’è, secondo Guardiola, una presa di posizione ideologica, ma una reazione umana: "Qui non è una questione di giusto o sbagliato. Mi fa male… Uccidere completamente migliaia di persone innocenti, mi fa male. Non è più complicato di così". Un dolore che, come ha spiegato, lo spinge a usare ogni spazio pubblico possibile per provare a contribuire a una società migliore, anche sapendo di non poter cambiare da solo le cose.

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Le dichiarazioni si inseriscono in un percorso coerente perché Guardiola aveva già partecipato a eventi a sostegno della causa palestinese, affermando apertamente "Non sono neutrale. Sono palestinese", attirando però anche forti critiche e accuse di alimentare tensioni. Nonostante questo, il tecnico catalano continua a difendere il diritto – e il dovere – di esporsi.

L'impegno politico di Guardiola non nasce oggi

Il suo coinvolgimento politico affonda le radici lontano nel tempo. A 22 anni, Guardiola richiamava le parole di Josep Tarradellas al ritorno dall’esilio nel 1977: “Cittadini della Catalogna, finalmente sono qui!". Dopo la vittoria della prima Champions League del Barcellona con la bandiera catalana al collo dal balcone della Generalitat disse: "Cittadini della Catalogna, avete qui la coppa".

La sua vicinanza alla causa indipendentista catalana è sempre stata esplicita e sostenne pubblicamente Puigdemont, aderendo alla campagna promossa dall’allora presidente Artur Mas. Le sue prese di posizione provocarono reazioni dure da parte del governo spagnolo e il tecnico ha spesso indossato il nastro giallo in solidarietà con i politici catalani incarcerati nel 2017.

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Negli anni ha anche sostenuto Open Arms, l’organizzazione impegnata nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo. Laura Lanuza, responsabile comunicazione del gruppo, raccontò: “È stato toccato dall’emergenza umanitaria nell’Egeo e nel Mediterraneo, dove negli ultimi cinque anni più di 20.000 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa. Credeva che i nostri valori coincidessero con i suoi".

Le posizioni di Guardiola non sempre coincidono con il profilo politico dei proprietari del Manchester City e con il ruolo degli Emirati Arabi Uniti, spesso criticati dalle organizzazioni per i diritti umani. In passato, rispondendo alle domande sul tema, il tecnico aveva detto: "Ogni Paese decide come vuole vivere. Se decide di vivere in quel Paese, è quello che è. Io vivo in un Paese in cui la democrazia è in vigore da anni e cerco di proteggere questa situazione".

Il messaggio finale resta chiaro: nessuna società è perfetta, ma ignorare la sofferenza, da Gaza a Kiev fino a Minneapolis, significa rinunciare a migliorare il mondo. Pep Guardiola rivendica il diritto di parlare proprio perché, come uomo prima che come allenatore, sente il peso di quelle immagini e di quelle vite spezzate.

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