Il calcio ai tempi del Coronavirus. L'abbiamo letto ovunque e in tutte le salse ma in più di una situazione il sistema italiano non si è dimostrato all'altezza nella gestione dell'emergenza Covid-9 che si stava abbattendo sull'Italia. La prima lega a decidere di rinviare le partite senza troppi giri di parole e ripensamenti è stata la Serie C: ai microfoni di Fanpage.it il presidente Francesco Ghirelli ha affrontato diverse tematiche che riguardano il momento che sta attraversando il paese, il presente e il futuro del calcio e le basi da cui ripartire.

Presidente Ghirelli, la Lega Pro è stata più decisa a fermarsi rispetto agli altri campionati. Perché?
"Lo dico in punta di piedi, secondo me abbiamo le antenne più vicine alla gente normale. Per la le persone comuni il primo problema è la salute. Avendo di fronte questa situazione la prima partita rinviata il 21 febbraio fu Piacenza-Sambenedettese e nella notte telefonai a tutte le squadre per avvertirle di non muoversi perché Veneto e Lombardia si sarebbero fermate. Confesso che mi sarei voluto sbagliare, ma non è stato così. L'altro elemento che mi ha guidato è stato ripensare a cosa era successo con l'ebola e con la SARS, visto che i muri e i fili spinati non fermano il virus; e poi mi ha guidato il ricordo di un discorso di Bill Gates di qualche anno fa che ho molto impresso. Quindi è un misto di percezione del territorio, studio dei processi e della visione di un uomo che bisognava ascoltare".

Allo stato attuale: qual è l'ipotesi che ritiene più realistica per tornare a giocare senza rischi?
"Se uno mi chiede quando inizia il campionato io dico ‘Domani', sarebbe un messaggio di speranza di un paese che sta meglio e che può tornare a giocare a pallone. Decideranno le autorità scientifiche sanitarie perché la salute è al primo posto, ce l'abbiamo messa all'inizio e ancora a maggior ragione oggi; poi il governo, il CONI, la FIGC e noi. Queste componenti non devono dimenticarsi un convitato di pietra, che è quel virus subdolo e maledetto che si aggira in Italia e per il mondo. Fin quando non lo sconfiggeremo deciderà lui cosa succederà. Dobbiamo predisporci ad avere tutte le soluzioni possibili e dopo che le autorità scientifiche ci avranno dato l'ok, allora si potrà riprendere".

La Serie C ha da recuperare fino a 11 giornate, più playoff e playout. Sono possibili cambi al format del campionato?
"Il pensiero che mi guida è che il campionato finisca regolarmente. Se una qualsiasi delle società dovesse valicare la porta di un tribunale per difendere un qualunque interesse in un paese che sarà in difficoltà per tanti motivi, le persone ci daranno un calcio nel sedere e avranno ragione. Si romperebbe il rapporto tra il calcio e l'umore del paese: il legame che ha il più grande sport popolare che è esistito nell'Italia e nel mondo rischia di frantumarsi se non si capisce questo elemento. Il dramma psicologico della gente e il dubbio sulla prospettiva di futuro dovrebbe farci riflettere più di una volta e sulla base di questo dovremmo cercare di ripartire nelle migliori condizioni".

Quali sono i prossimi passi che farete come Lega Pro?
"Il prossimo passo riguarderà la definizione del piano dell'impatto economico. Noi più che un'azienda siamo un impianto sociale perché i presidenti mettono denari a fondo perduto per risanare i bilanci. Dobbiamo ragionare sul fatto che questo calcio può servire alla ripresa del paese, quindi dobbiamo dare una mano perché le risorse non sono tante, e dobbiamo studiare altre forme che rappresentino un'opportunità per ripartire. Inoltre dobbiamo studiare come non creare problemi tra calciatori e società".

Si può quantificare l'impatto economico dell'emergenza sanitaria sulla Serie C?
"Sarà molto pesante. Noi in questi mesi abbiamo fatto le regole che hanno dato una credibilità al campionato, abbiamo restituito una spettacolarità al torneo e il prossimo passo sarebbe stato la sostenibilità economica. Adesso potrebbero aprirsi i problemi della continuità aziendale, perché un imprenditore che sarà in difficoltà, come appare prevedibile per molti, per la sua prima casa non potrà più sostenere la famiglia calcistica come fatto finora".

In Serie A si parla di tagli degli ingaggi fino al 30%. È un modello applicabile anche in Serie C?
"Io ho parlato con Tommasi e Ulivieri e gli ho detto che non siamo ad una trattativa sindacale ma ad un post bellicum. Avevo proposto un accordo pilota perché, ad esempio, quelli al minimo salariale non puoi andare a toccarli, mentre i nostri imprenditori soffrono e probabilmente soffriranno più di quelli grandi: bisogna trovare una strada di pace e di ricostruzione. Questa crisi mette in discussione la vita. C'è bisogno che chi dirige abbia la responsabilità di andare ad un accordo di questo genere e bisogna lavorare affinché si ripartiscano i sacrifici che tutti dobbiamo fare, compresi i calciatori. Dopo la guerra mio padre, che era operaio, insieme a tanti altri si pose il problema di quali sacrifici bisognava fare per tornare piano piano alla normalità: il virus ha bombardato il nostro gioco, le nostre case e la nostra vita. Se non capiamo tutti il momento è difficile pensare che la casa possa essere rimessa in piedi. Io sono convinto che ne usciremo migliori da questo momento, ma bisogna capire che ci sono dei sacrifici da fare".

Proiettiamoci ad un mese da oggi: qual è la sua speranza?
"Tra un mese sarà il 25 aprile e spero che possa esserci un'altra liberazione come tanti anni fa".