Cosa sta succedendo alle giocatrici dell’Iran dopo la protesta: “Hanno cantato per restare vive”

Il gesto di ribellione della nazionale iraniana femminile è diventato un caso seguito in tutto il mondo, ma ora che la squadra è stata eliminata dalla Coppa d'Asia dovrà fare ritorno a casa dove l'aspettano conseguenze devastanti. Le calciatrici si sono rifiutate di cantare l'inno nazionale come gesto di protesta contro il regime, un atto di disobbedienza che ha scaraventato su di loro una pressione enorme. Nelle due partite successive del girone hanno cantato l'inno facendo il saluto militare e nel frattempo in Iran sono state definite "traditrici della patria" dalla televisione di stato che chiede per loro pene molto severe.
È uno scenario complesso in cui le atlete rischiano sanzioni e vessazioni che coinvolgono loro e le famiglie. Le autorità australiane stanno tenendo colloqui urgenti con la Confederazione calcistica asiatica e la FIFA per capire se sia possibile prolungare la permanenza in Australia delle calciatrici iraniane per motivi di sicurezza. Dopo l'ultima partita i tifosi iraniani presenti allo stadio hanno invocato l'aiuto del governo e dal bus alcune calciatrici hanno fatto il segnale internazionale di aiuto per essere portate in salvo prima che sia troppo tardi. Pegah Moshir Pour, scrittrice e attivista per i diritti umani, ha raccontato a Fanpage.it cosa si nasconde dietro al gesto delle atlete, cosa significa un atto di ribellione così grande verso il regime e che cosa potrebbe succedere al ritorno in Iran.
Nel contesto iraniano attuale cosa comunica la scelta della squadra di non cantare l'inno nazionale?
"Significa rifiutare che il proprio paese, l'orgoglio di non volerlo rappresentare. È la disobbedienza più grave, perché hanno scelto di non cantare l'inno per il rifiuto di portare avanti il nome della Repubblica Islamica al di fuori del confine e questo è un fatto molto grave. Infatti dalla TV di Stato è stato anche richiesto che vengano punite per quello che le calciatrici hanno fatto e sicuramente lo faranno".
Che punizioni potrebbero infliggere?
"Guardando cosa è successo storicamente alle altre atlete, come la climber Nasim Eshqi, potrebbero distruggere le loro case, umiliarle pubblicamente, chiudere i conti corrente. Ci sono varie dinamiche che il regime mette in atto per spaventare o punire le atlete. Però dipende dai casi, potrebbero anche essere squalificate e non lavorare più. Il regime deve sottolineare il suo orgoglio, lo deve portare avanti e per questo può accadere qualsiasi cosa, anche l'arresto".
La squadra femminile non ha ancora un volo prenotato per l'Iran, cosa vuol dire?
"Da una parte è una fortuna perché i bombardamenti non permettono voli però possono trovare qualsiasi altro metodo per farle uscire dall'Australia e noi siamo chiedendo che questo non avvenga"
Ai Mondiali 2022 era successa la stessa situazione anche con la squadra maschile.
"Anche in quel caso era un gesto di solidarietà alle donne del movimento ‘Donna, Vita, Libertà' e anche agli uomini che erano stati arrestati durante le proteste. Gli atleti iraniani sanno bene a cosa vanno incontro. In quel caso qualche calciatore è stato ripreso, a qualcuno è stato chiesto il pagamento di una multa. Se ne inventano di ogni, però la repressione non ricade solo sugli atleti ma anche sulle loro famiglie. È una situazione molto complessa perché non sappiamo cosa faranno, ma sappiamo che qualcosa la faranno sicuramente".
Il fatto che l'atto di ribellione sia stato portato avanti dalle donne lo rende ancora più grave?
"Diciamo che qualsiasi persona in Iran disobbedisca o tradisca l'ideologia del regime ne paga le conseguenze, che siano donne o che siano uomini. Ma è ovvio che essendo una società misogina, come ha più volte dimostrato, potrebbe reprimere maggiormente la popolazione femminile perché può farlo: davanti alla legge la donna vale la metà dell'uomo, le sue testimonianze valgono la metà, la sua parola vale la metà. Quindi potrebbe essere così".

Abbiamo visto le calciatrici passare dal silenzio totale al canto con saluto militare nelle partite successive. Come interpreti questo cambiamento?
"Ovviamente sono subito arrivate le minacce. Quando sai che sei scortata e non puoi trovare una via d'uscita lì capisci che forse devi un pochino muovere le labbra durante l'inno per essere lasciata viva e fare in modo che la tua famiglia venga lasciata in pace. Questi sono ricatti che purtroppo spaventano e sono i ricatti che noi denunciamo, dei quali la comunità internazionale deve prendersi cura".
In Australia le calciatrici iraniane sono state sorvegliate tutto il giorno da funzionari di sicurezza.
"Era successo anche alla campionessa di scacchi iraniana Sara Khadim al-Sharia nel 2022, chiese asilo politico in Spagna e restò lì. Il regime non vuole che questo possa accadere di nuovo e quindi hanno alzato la protezione e il controllo per non far scappare le ragazze, quindi sono praticamente in prigione".
Ti stai battendo per fa arrivare a tutti la loro voce, anche attraverso una petizione. Cosa chiedete?
"L'allarme è scattato proprio nel momento in cui le ragazze facevano il simbolo della richiesta d'aiuto internazionale (il gesto consiste nel piegare verso il palmo della mano il pollice, tenendo le altro quattro dita in alto, per poi chiuderle a pugno coprendo il pollice, ndr). Da quel momento è stata creata la petizione per chiedere l'attenzione delle autorità australiane per la situazione delle calciatrici. Nasce da una volontà popolare di chiedere al governo australiano di trattenere le ragazze e di poter dar loro un asilo politico, per non farle rientrare in Iran".
Secondo te quale deve essere il ruolo delle istituzioni calcistiche internazionali?
"Devono agire in maniera ferma e non farsi intimidire dal regime e dalle possibili conseguenze. Il regime si sta aggrappando a ogni possibilità di sopravvivenza per salvare la propria immagine e non può far prevalere le atlete e il loro simbolo di disobbedienza. Immaginate la pressione che c'è su di loro, ma anche la pressione che hanno tutte le persone negli ultimi 47 anni con questo regime. È importante che venga condannato e che l'Iran venga escluso dalle competizioni. Per gli atleti sarebbe una sconfitta perché lavorano tanto per potersi preparare a questi momenti che poi vengono negati, ma allo stesso tempo non possiamo pensare che il regime possa farla franca e su questo deve esserci una condanna. In questa petizione chiediamo di trovare un modo per poter liberare le ragazze, che possano essere ascoltate dalle autorità, ma che vengano messe al sicuro e che possano parlare senza avere ritorsioni da parte del regime che sicuramente ci saranno".
Le calciatrici riusciranno a essere messe in salvo?
"Purtroppo, come abbiamo visto, il regime ha sempre portato a termine la sua linea dura. Però confidiamo che in qualche modo non si commettano gli stessi errori, perché noi sappiamo quello che sta accadendo davvero e abbiamo la forza e gli strumenti per fermarlo. Dobbiamo mettere in pratica tutto il possibile per far accadere le cose, non possiamo far finta di niente e dire ‘Vabbè, cosa ci possiamo fare?'. Invece noi possiamo fare pressione".