Claudio Gentile: “Mi hanno fatto fuori dalla FIGC in 3 giorni. Come Baggio, volevano un burattino”

Tre Mondiali consecutivi guardati dal divano. Per l'Italia del calcio è una ferita aperta. Eppure i talenti non mancano: le Nazionali giovanili vincono, ma in Serie A trovano sempre meno spazio. Nell'intervista a Fanpage.it, l'ex ct Claudio Gentile racconta cosa non funziona davvero nel sistema italiano: dalle pressioni sulle convocazioni agli stranieri nei club, fino al giorno in cui fu improvvisamente estromesso dalla Federazione. Con l'Under 21 ha vinto gli Europei e conquistato un bronzo olimpico ma è stato messo da parte. "C'è stato qualcuno che da un giorno all'altro è intervenuto dicendo che Gentile non doveva esserci più. Eppure sei, sette ragazzi che erano con me (tra cui De Rossi e Barzagli, ndr) due anni dopo gli Europei hanno vinto i Mondiali con la Nazionale maggiore".
La Nazionale maggiore non ce l'ha fatta a qualificarsi. Guarderemo per la terza volta i Mondiali dal divano mentre le nostre Under ottengono ottimi risultati. Che succede?
"Ognuno ha le proprie idee, fa le proprie scelte. Questo è il calcio italiano in questo momento, il nostro ultimo Mondiale risale al 2014 in Brasile. E da tre non ci andiamo più… per un paese, una nazione come l'Italia che ha vinto quattro mondiali fa veramente male. Ci delude, non riusciamo a venire fuori da questa situazione".
È più un problema di talento che manca oppure di meritocrazia?
"Un allenatore deve avere il coraggio di scegliere chi merita davvero. Ricevevo continue telefonate che mi suggerivano di chiamare Tizio o Caio, ma rispondevo che erano tutti sotto osservazione e sceglievo solo chi meritava".
Come si fa a plasmare un gruppo, resistendo a pressioni e condizionamenti?
"Ci sono componenti molto importanti quali saper creare un gruppo, saper scegliere il gioco e quelli più adatti al tipo di gioco. Avevo anche uno che rompeva le palle, e non faccio nomi, e l'ho lasciato fuori perché disturbava tutti… anzitutto in questo senso bisogna saper fare le scelte giuste. Da quel che ho visto e dalle partite che vedo ci sono anche già dei giovani che potrebbero crescere nei prossimi anni ma è importante scegliere non per raccomandazione ma meritocrazia. Se lasciato libero di agire così un allenatore si sente pienamente sostenuto".
Le nostre Under vincono trofei internazionali, ma i club di Serie A preferiscono stranieri a costo zero. È miopia tecnica o puro calcolo economico che sta uccidendo il nostro futuro?
"Il fattore economico pesa molto, i giocatori stranieri spesso costano meno degli italiani. Sia chiaro, non sono contrario ad avere calciatori che vengono da altri Paesi ma almeno fissiamo un numero limite. Io vivo a Como e qui c'è la squadra di Serie A composta da quasi tutti stranieri. Questa cosa mi preoccupa e mi dico: Ma dove andiamo a finire? Se arrivano tutti questi stranieri, come facciamo a creare le nazionali del futuro? Questi ragazzi non trovano spazio e questo sta condizionando il nostro calcio e la nostra Nazionale".

Si parla tanto di ‘progetti' per far crescere il talento. Argomento che torna di stretta attualità oggi, dopo l'ennesimo fallimento dell'Italia. Poi capita che i giovani giochino solo se c'è un'emergenza infortuni.
"Non c'è più tempo da perdere. E chi di dovere mi auguro agisca quanto prima possibile per cambiare questa situazione. Ci sono tante cose che dovranno essere modificate dall'alto. A cominciare dal fatto che ci sono sempre meno giocatori italiani a cui viene data fiducia, possibilità di esprimere il loro potenziale, e si lascia sempre più spazio agli stranieri allora è normale che succedano cose spiacevoli come non andare ai Mondiali".
Dopo l'eliminazione ai rigori dell'Italia, i vertici federali non si sono dimessi subito. Anzi, la frase del presidente, Gabriele Gravina, su calcio sport professionistico e altri sport ‘dilettantistici' ha fatto molto discutere. Cosa ha provato sentendo quelle parole?
"Mettiamola così: dimettersi non è obbligatorio, non c'è una regola specifica. La questione è un'altra… per come la vedo io, per etica, chi fallisce dovrebbe ammettere di non essere stato all'altezza e andarsene. Invece c'è chi non si ritiene responsabile. Poi sarà la gente che darà il vero giudizio a tutto questo. Le persone che mi fermano per strada dicono tutte la stessa cosa: ma come si fa? ma cosa siamo diventati? Com'è possibile che si giochi in questo modo? E gli sfoghi dei tifosi italiani sono un segnale chiaro".
Lei ha vinto un Europeo Under 21 e un bronzo olimpico, eppure è stato allontanato sul più bello. Cosa accadde davvero in quei giorni?
"È una cosa che non mi sono mai spiegato del tutto. Un giorno mi dissero che sarei diventato commissario tecnico della Nazionale maggiore. Il giorno dopo mi chiamarono per dirmi di restare all'Under 21 e io risposi: Va bene, non c'è problema. Il terzo giorno mi hanno cancellato da tutto. C'è stato qualcuno che è intervenuto dicendo che Gentile non doveva più far parte della Federazione".

Chi è stato a farla fuori?
"Un'idea me la sono fatta… diciamo che posso immaginare chi sia stato. Ma non faccio nomi perché, non avendo la certezza di quello che penso, potrei anche sbagliarmi. Ma spero che col tempo venga fuori chi ha voluto tutto questo. E se guardiamo ai risultati che non ci sono stati, non è mandandomi via abbiano fatto chissà cosa".
C'era una lobby, un sistema di potere al quale Gentile non piaceva?
"Può immaginare quante telefonate ricevevo… ma non ho mai accettato imposizioni di un certo tipo sul mio lavoro. E forse anche per questo mi sono ritrovato un sacco di nemici. Pur facendo risultati. La medaglia olimpica, la vittoria degli Europei e due anni dopo sei, sette ragazzi che erano con me in squadra diventano campioni del mondo… non voglio dire che è solo e tutto merito mio ma almeno un po' sì".
Si è parlato spesso di ostruzionismo nei suoi confronti. Quanto è difficile restare un uomo coerente in un sistema che preferisce gli yes-man?
"Moltissimo. Se hai sani principi, in situazioni del genere, non puoi fare altro che restare fuori. Oppure devi fare il burattino e lasciarti comandare".
È la stessa cosa che è capitata a Roberto Baggio? Lasciò l'incarico quando capì che non l'avrebbero mai ascoltato.
"Esatto".