Arbitri nel caos tra minacce, dimissioni e veleni: le carte dell’inchiesta, Zappi a rischio decadenza

Un’indagine da oltre 250 pagine sta scuotendo profondamente il mondo arbitrale italiano, già sotto pressione per le continue polemiche legate al VAR. Al centro della vicenda c’è il presidente dell’AIA, Antonio Zappi, accusato dalla Procura federale di aver spinto alle dimissioni alcuni dirigenti arbitrali con modalità ritenute aggressive e indebite. Un’accusa che potrebbe costargli la condanna e la decadenza dall’incarico nell’udienza del 12 gennaio davanti al Tribunale federale.
L’inchiesta nasce da un esposto arrivato alla Procura FIGC il 28 luglio 2025, formalmente firmato dall’arbitro 73enne Roberto Patrassi. Nel documento si denunciavano presunti comportamenti “reiterati, aggressivi e sistemici” attribuiti a Zappi e ad altri vertici AIA, finalizzati a liberare posti chiave per figure gradite, come gli ex arbitri Daniele Orsato e Stefano Braschi.

Tuttavia, poche settimane dopo, lo stesso Patrassi ha clamorosamente disconosciuto la paternità dell’esposto, negando ogni coinvolgimento e dimettendosi dall’AIA, annunciando anche una possibile querela per falso.
A riportare tutto questo, e molto altro, è l'AGI – Agenzia Giornalistica Italia, che ha potuto visionare le carte in esclusiva.
Accuse e dimissioni forzate nell’AIA: Zappi a rischio decadenza, il mondo arbitrale sotto inchiesta
Nonostante il colpo di scena, la Procura ha proseguito l’attività istruttoria, concentrandosi in particolare su due casi: Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, responsabili rispettivamente della Can C e della Can D. Entrambi, in una prima fase, hanno negato di aver subito pressioni o minacce, parlando di dimissioni maturate liberamente nell’ambito di un progetto condiviso.
In una seconda audizione, però, i loro racconti cambiano tono: emergono telefonate tese, stati di forte stress emotivo, crisi di pianto e il sospetto di dimissioni indotte per consentire nuove nomine.

Le carte raccontano anche di messaggi WhatsApp, versioni contrastanti e presunti tentativi di “ammorbidire” la forma delle dimissioni per evitare che apparissero come richieste dirette del presidente. Zappi, ascoltato dalla Procura, ha respinto ogni accusa di minacce, sostenendo che le scelte fossero legate a un progetto tecnico condiviso e che le dimissioni siano state autonome, pur ammettendo la delicatezza dei colloqui e le difficoltà personali dei dirigenti coinvolti.
Il contesto è reso ancora più incandescente dal progetto FIGC di creare una nuova élite arbitrale sul modello PGMOL, con una ventina di arbitri d’élite e l’esclusione dell’AIA dalla governance. Un’ipotesi alla quale Zappi si è opposto pubblicamente e che ha alimentato tensioni istituzionali, sfociate anche in due interrogazioni parlamentari bipartisan rivolte al ministro dello Sport Andrea Abodi.

Alla fine, il perimetro del procedimento si è ristretto ai soli casi Ciampi e Pizzi, ma il quadro che emerge è quello di una categoria attraversata da conflitti interni, lotte di potere e profonde spaccature.
Ora la parola passa al Tribunale federale: Zappi dovrà rispondere dell’accusa di violazione dei principi di lealtà, correttezza e probità, in un processo destinato a segnare il futuro della governance arbitrale italiana.