Andrea Zanchetta: “Quando allenavo Pio Esposito non era come oggi. Lui non gioca per fama e soldi”

Chiamatela, se volete, dinastia Zanchetta. Andrea è figlio di Lino, allenatore a livello dilettantistico molto noto nel Biellese. Da lui ha ereditato la passione, che poi ha trasmesso ai figli Federico, Mattia e Nicolò, tutti aspiranti calciatori. Ma tornando ad Andrea, dopo un’onestissima carriera da regista davanti alla difesa di (tra le altre) Chievo, Vicenza e Cremonese (dal 1994 al 2011), oggi è il Mister di un Novara che, dopo un inizio difficile, sembra aver definitivamente acceso l’interruttore giusto. Con Zanchetta, però, approfondiremo anche il tema del calcio giovanile, delle problematiche relative alla Nazionale, della penuria di opzioni a disposizione di Gattuso. Sfrutteremo la sua esperienza di allenatore di Primavera (e non solo) di club importanti come Inter e Juve. E la sua opinione in merito non è affatto banale: “Vedo troppo disfattismo. È vero che i tempi sono cambiati, ma anche il calcio è cambiato. Noi forse non siamo più l’Italia di vent’anni fa, ma neanche la Norvegia lo è: oggi la nazionale norvegese sarebbe un avversario tosto per chiunque, perché hanno una fisicità devastante e sanno anche giocare a calcio. Ormai non s’inventa nulla e – soprattutto a livello di nazionali – il livello si è alzato parecchio…”.
Partiamo proprio da questo Mister: è vero che non ci sono più i giovani di una volta e, quelli che ci sono, non hanno più la stessa qualità?
“Io personalmente non sono d’accordo. Secondo me i giovani di qualità ci sono, ci sono sempre stati e ci saranno anche in futuro. Io credo che ci siano due fattori particolari in questo momento, uno generazionale e uno culturale. Al momento sforniamo pochi attaccanti e il ruolo non è un dettaglio. Sempre più spesso le partite sono decise dalle punte. Averne poche, non aiuta, soprattutto in un’epoca con cinque cambi a disposizione. E, poi, siamo storicamente refrattari a puntare sui giovani. Prendiamo il caso di Pio Esposito: lui era forte anche prima, ma per buttarlo dentro abbiamo aspettato che si infortunassero tutti. Non è una critica a nessuno, intendiamoci, ma è il nostro approccio: a volte il timore di non “bruciare” un giovane ci fa essere forse troppo prudenti: bisognerebbe avere il giusto equilibrio”.
Hai citato Pio Esposito, che è passato dalle giovanili dell’Inter: ti aspettavi questa crescita?
“Devo essere sincero, si vedeva che aveva qualità importanti, ma quando l’ho allenato io era ancora fisicamente indietro, non era il Pio che vediamo oggi. Però, con altrettanta franchezza, devo dire che Chivu ci ha visto lungo e gli ha fatto scalare le categorie, chiamandolo direttamente in Primavera. Ecco, Chivu è uno che – secondo me – è bravo a gestire questi ragazzi. Ci punta, ma stando attento a non rischiare di sovra-esporli. La sua bravura è stata quella di intravedere in Pio qualità che ai tempi erano acerbe. Spesso, quando Christian sceglieva qualcuno sotto-età per la Primavera, sentivo dire: “Non è ancora pronto”. Ma certo che non lo era, ma metterlo alla prova in categorie superiori ne accelerava la crescita. E in questo Chivu è sempre stato molto bravo”.
Che effetto ti fa, oggi, vedere Pio in Nazionale? E che tipo di crescita ti aspetti?
“Ovviamente, mi fa un certo effetto, ma credo che abbia le qualità per stare nel gruppo della Nazionale. Adesso ha raggiunto una potenza fisica importante, che gli consente di tenere botta in area di rigore. È diventato un attaccante completo, che può fare sia il gioco di sponda, sia finalizzare l’azione. Non ha l’allungo o la profondità, non è nelle sue caratteristiche, ma è talmente intelligente dal punto di vista tattico, che non va neanche a cercarsi quella situazione. Sa quali sono i suoi pochi limiti, e quali le sue enormi qualità, e fa in modo di sfruttarle al meglio”.

Facciamo un gioco: qual è l’attaccante del passato che più gli assomiglia?
“Ti direi un mix tra Luca Toni e Bobo Vieri: rispetto a Toni è meno finalizzatore, Luca in area era un animale, di Vieri – invece – non ha il “motore” e la progressione, ma a Bobo assomiglia di più per fisico e capacità di sponda. Io sono convinto che Pio sarà l’attaccante titolare della Nazionale per i prossimi dieci-quindici anni. È fortissimo. Quello che, però, fa la differenza, è la sua voglia di arrivare e di migliorarsi: a volte vedo ragazzi che si accontentano, lui – invece – dà proprio la sensazione di analizzare gli errori della partita precedente, lavorare per evitarli in quella successiva e, quindi, crescere partita dopo partita. Dico sempre che la testa fa la differenza, lui in questo è fenomenale”.
A proposito di dinastie, tu hai allenato tutti e tre gli Esposito: cos’è che li rende così calcisticamente unici?
“Si vede proprio che sono nati per giocare a calcio. Ognuno con le sue caratteristiche, ognuno con le proprie qualità e le proprie prospettive, ma è evidente che hanno doti innate. Poi, ovviamente, ci hanno messo del loro, perché sono tre ragazzi serissimi e molto professionali. La cosa che mi piace particolarmente di loro è che si vede che giocano a calcio come se fossero al campetto con gli amici: non lo fanno per fama, per soldi o per il prestigio, ma soltanto per amore del gioco. E questo credo che sia uno dei loro principali punti di forza, perché non subiscono le pressioni”.
Non è così per altri nostri giovani, che – invece – sembrano non essere in grado di fare il grande salto. Guardavo le formazioni delle giovanili che ha allenato, non sono tanti quelli che sono “arrivati”: come se lo spiega?
“Questa è una bella domanda e il discorso sarebbe molto complicato e articolato. Forse ai nostri tempi era più facile pensare al calcio perché c’era solo quello, poi – anche a livello giovanile – c’è troppo focus sul risultato, infine c’è anche una questione generazionale. In generale, non credo che manchi qualità, forse si pecca un po’ in personalità rispetto ai nostri tempi, ma credo che tutto il movimento abbia responsabilità perché – all’estero – se un ragazzo promette bene, non si fanno tanti scrupoli. Noi, per cultura, tendiamo a tutelarli, forse un po’ troppo. Poi, ovviamente, è anche questione di cicli, una volta avevamo Pirlo, che nasce una volta ogni trent’anni, oggi uno così non c’è e dobbiamo aspettare. Questo non vuol dire che Locatelli, Tonali e Barella non siano ottimi giocatori, ma se il nostro benchmark è Pirlo, allora è chiaro che le aspettative sono troppo alte in questo momento…”.
Ma ai Mondiali andremo? Tu sei fiducioso?
“Io sono molto fiducioso, perché nel primo tempo contro la Norvegia abbiamo dimostrato di poter giocare ad alti livelli. Poi, tutti nel gruppo Italia sanno perfettamente che un tempo non basta, ma non bisogna neanche essere troppo disfattisti. Io sono convinto che i ragazzi avranno grandissimi stimoli: il fatto di non essere andati al Mondiale per due edizioni di fila, li farà scendere in campo con grandissima voglia e determinazione”.

Torniamo un po’ indietro nel tempo: com’è stato crescere con un papà allenatore, sognando di fare il calciatore?
“Non facile, devo dire la verità. Quando ero giovane gli allenatori avevano modi spicci e nessuno si permetteva di metterne in discussione l’autorità. Se, poi, eri il figlio dell’allenatore, eri doppiamente sotto pressione e dovevi sempre dimostrare di più. Inoltre, sentivi addosso la responsabilità di dover far bene per evitargli problemi e critiche. Però devo dire che i suoi insegnamenti, soprattutto dal punto di vista comportamentale, mi sono serviti nel proseguo della mia carriera. Praticamente, quando sono arrivato all’Inter a 13 anni, io ero già professionista (ride, n.d.r.)”.
Ecco, parliamo un po’ dell’esperienza e del tuo esordio nell’Inter: si riescono a raccontare le emozioni?
“Ci si può provare, ma non è facile (sorride, n.d.r.). Il fatto è che tutti sognano di diventare calciatori, mentre io sognavo proprio di giocare a San Siro. Ero nel mio giardino e immaginavo di essere al Meazza. Dunque, quando è successo, è stato un momento di gioia pura. Poi, io ho debuttato a Foggia, ma la domenica successiva ho giocato da titolare in Inter-Napoli: c’erano ancora le maglie dall’uno all’undici e a me, Ottavio Bianchi, aveva dato la numero dieci. Puoi immaginare…”.
In quell’Inter (1994/1995) Beppe Bergomi era il Capitano: ti ha dato qualche consiglio per l’esordio a San Siro?
“In quell’occasione nello specifico no, ma lui era un esempio vivente. Io avevo esultato al Mondiale del 1982 e me lo sono ritrovato compagno di squadra e Capitano dodici anni dopo. Ai tempi aveva 33 anni, ma non mollava di una virgola. Ricordo un aneddoto quando ancora ero un ragazzo della Primavera ed ero solo aggregato alla Prima Squadra. Ai tempi si usava fare gli allunghi lungo tutto il campo, da una riga di fondo all’altra. A volte capitava di rallentare qualche metro prima della fine del campo. Ricordo che ad un certo punto si è avvicinato e ci ha detto: “Ma perché non spingete fino in fondo? Dove pensate di arrivare con questo atteggiamento?”. Fu una grande lezione, perché lui aveva vinto tutto e, pur essendo nella fase finale della sua carriera, era ancora quello che tirava il gruppo”.
Se non sbaglio, poi, in famiglia si tifava Inter: emozione doppia…
“Sì, mio papà era tifoso dell’Inter e dunque in famiglia è stata una festa. In realtà, come dicevo prima, il mio era uno dei papà di una volta, non troppo espansivi. Di quel momento non abbiamo mai parlato, ma so che era orgoglioso di me, parlavano i suoi occhi. Dal mio punto di vista, invece, io dico sempre ai miei ragazzi che ognuno ha le sue motivazioni, la mia era quella di restituire qualcosa ai miei genitori che avevano fatto tanti sacrifici per aiutarmi a coronare il mio sogno. Ricordo quando papà sgattaiolava fuori dal lavoro per accompagnarmi a Milano agli allenamenti (sorride, n.d.r.)”.
E tu che papà sei stato con i tuoi figli aspiranti calciatori: quali consigli da padre e quali da allenatore?
“Devo essere sincero, non è stato facile. Proprio memore dell’esperienza vissuta con mio papà, ho cercato di allentare un po’ la pressione. Non dico di esserci riuscito, ma ci ho provato. In particolare, con Mattia, che è l’unico che ho allenato ai tempi dell’Inter Primavera, all’inizio è stato difficile, perché gli chiedevo tanto, troppo. Poi, quando ho capito che stavo sbagliando, ho lavorato su me stesso e le cose sono andate a posto. Per quanto riguarda i consigli da allenatore, sono stati di tipo “tecnico”, perché la natura ci ha fatto tutti con lo stampino: come era capitato a me da giovane, ci siamo sviluppati tutti tardi; quindi, ho solo cercato di tranquillizzarli da questo punto di vista. Da padre, invece, ho sempre preteso – questo sì – che avessero gli atteggiamenti giusti, un po’ come aveva fatto mio papà con me. Il rispetto prima di tutto”.

Papà a parte, tu hai avuto tanti maestri della panchina, partendo da Bianchi, passando da Baldini e arrivando fino a Delneri: chi è che ti ha influenzato di più?
“Eh, questa è una domanda davvero difficile, perché alla fine io ho avuto un ottimo rapporto con tutti. Mi dicevano tutti che ero un po’ il pupillo degli allenatori, ma questo succedeva per quello che dicevamo prima, per l’insegnamento che mi aveva impartito mio padre, del rispetto che si doveva al Mister, il cui giudizio non era sindacabile. Io ero stato cresciuto con quei valori, dunque – anche se non ero d’accordo – non contestavo, l’unico modo per esprimere le mie ragioni era quello di fargli cambiare idea lavorando il doppio. Per questo, io giocavo praticamente sempre: ricordo che Mandorlini mi schierava anche quando mio figlio non mi faceva dormire ed ero un cadavere. Delneri lo stesso, anche da infortunato. Anche con Baldini ho sempre trovato il mio spazio”.
C’è qualcuno che, però, ti ha proprio cambiato mentalità?
“Erano tutti allenatori a loro modo all’avanguardia. Ricordo, ad esempio, che con Baldini giocavamo già un 3-4-2-1 non proprio usuale ai tempi. Quello che, però, mi ha cambiato completamente la visione, è stato Delneri: a parte il modo di giocare, con pressione tutto campo, lo switch mentale che ci ha fatto fare ai tempi del Chievo, è stato quello di scendere in campo con lo stesso approccio, sia che si incontrasse la cosiddetta “big”, sia che si affrontasse una “piccola”. E anche questo non era così usuale ai tempi. Poi, ho anche avuto la fortuna di essere un suo collaboratore ai tempi di Verona (stagione 2015/2016, n.d.r.) e, a parte ammirare il suo lavoro tattico da un punto di vista privilegiato, ho potuto apprezzare anche le sue doti umane. Una persona davvero meravigliosa”.
Chi è, invece, l’allenatore a cui ti ispiri oggi?
“Ispirarsi è una parola “grossa”, nel senso che riuscire a fare tuoi certi concetti non è affatto semplice, ma secondo me l’allenatore più evoluto oggi è Roberto De Zerbi. Prendere da lui, però, è “pericoloso”, perché ha una capacità di trasmettere la sua idea a qualsiasi tipo di squadra, in pochissimo tempo, che mi impressiona ed è difficilmente replicabile. Non è una questione di competenza, perché a certi livelli le competenze ce le hanno tutti, ma è proprio la sua capacità di dare un’identità riconoscibile a tutte le sue squadre, in maniera rapidissima. Un po’ come Conte, d’altronde. Probabilmente hanno una personalità così forte da entrare subito nella testa dei calciatori. Questa è una dote che, invece, in pochi hanno. E De Zerbi è uno di questi”.
Tornando, invece, a Baldini: è d’accordo che vederlo sulla panchina dell’Under 21 è anche un bellissimo messaggio?
“Assolutamente d’accordo, Sono stra-contento, anche se credo che abbia avuto la giusta consacrazione un po’ troppo tardi. E, poi, perché un allenatore “scomodo” come lui – in altri tempi – non sarebbe stato accolto in maniera così aperta. Attenzione, “scomodo” nel senso che è una persona diretta, che è sempre abituata a dire quello che pensa, ma che – alla fine – esprime concetti non banali e sempre giusti. I messaggi e i valori che può dare ai nostri ragazzi Mister Baldini sono troppo importanti e spero che, anche se non dovessero arrivare i risultati attesi, si vada oltre e si dia il giusto merito al lavoro che sta facendo sui giocatori”.

E con i tuoi ragazzi del Novara, che allenatore sei: più papà o più mister?
“Credo che si debba essere il giusto mix, soprattutto in una situazione – come la nostra – nella quale la squadra è mediamente giovane e molti giocatori sono “nuovi”. Come noi dello staff, d’altronde. Dunque, bisogna in qualche modo creare un gruppo. Per cui, ad esempio, io non vieto nulla in ritiro, ma nello spogliatoio i telefoni non entrano. Quello che mi darebbe veramente fastidio è entrare in spogliatoio e vedere tutti con la faccia bassa sul telefonino. L’allenamento è un momento fondamentale, nel quale si deve dare tutto, senza distrazioni. E i momenti immediatamente successivi sono quelli in cui si stempera la tensione; dunque, preferisco che i ragazzi parlino tra di loro, eventualmente anche di stupidate, piuttosto che isolarsi”.
A proposito di Novara: dopo un inizio un po’ complicato, ora sembra che tu e i tuoi ragazzi abbiate trovato la ricetta vincente?
“Ci andrei molto cauto nei giudizi, sia sul fatto che abbiamo avuto un inizio complicato, sia che adesso sia tutto risolto. Nel senso che, come spesso accade, sono i risultati a condizionare i pareri, ma io di mestiere faccio l’allenatore e posso dirti che le difficoltà iniziali andavano messe in preventivo, visto che eravamo un gruppo completamente nuovo; e che – ora – arriva il momento più difficile. Se anche noi ci facessimo condizionare solo dal risultato, commetteremmo un errore enorme. Noi dobbiamo solo focalizzarci sul lavoro quotidiano per dare continuità a quanto di buono abbiamo fatto ultimamente”.
Quale obiettivo ti sei posto per questa stagione? A fine anno saresti contento se…
“Mi piacerebbe che la squadra dimostrasse la stessa fisionomia e avesse la stessa identità che ha espresso nelle ultime gare, al di là dell’avversario e prescindendo dal risultato. Il risultato è condizionato da troppi fattori, molti non controllabili, ma se tu lavori sulla personalità, sull’identità di squadra, il risultato diventa una conseguenza, spesso positiva”.