Kobe Bryant è morto. Purtroppo non è una bufala, è tutto vero. Il mondo della pallacanestro italiana non ci vuole credere. La notizia della morte di una delle leggende viventi del basket mondiale piomba dopo le partite della domenica: e l'intera comunità del basket rimane attonita, incredula, sotto choc. Le notifiche dei gruppi Whatsapp impazziscono: "Ragazzi, smettetela di diffondere queste notizie". Purtroppo non è una bufala, purtroppo è vero: "Lo dicono tutti i giornali del mondo, ha avuto un incidente in elicottero, è morto, e anche sua figlia".

Di Kobe Bryant, gli appassionati di basket, ne parlano ogni giorno. Quando lo si paragona a Jordan e LeBron James, contendendo loro lo scettro del più grande, quando lo si ricorda per i record mostruosi (tipo 12 triple in una partita) oppure per le sue "origini" italiane, visto che ha iniziato a giocare proprio da noi, seguendo il papà in giro per l'Italia (tra il'84 e il '91 da Rieti a Reggio Calabria, poi Pistoia e Reggio Emilia).

Ne avevano parlato di nuovo soltanto ieri, scavalcato nella classifica marcatori di sempre dall'amico LeBron James, un sorpasso che subito Kobe aveva voluto onorare con un tweet: "Continui a spingere il gioco più avanti. Molto rispetto, fratello".

Kobe, per chi gioca a basket e per chi lo segue, era un personaggio unico, vicino, come un amico o un compagno di squadra o un avversario. E in Italia sono molti i ragazzi, che oggi hanno una quarantina d'anni, che in ogni campetto, sotto ogni post, ogni volta che possono giustamente si vantano: "Oh, guarda che io ho giocato contro Kobe".

Kobe era una leggenda, sul campo e fuori. Un personaggio tutto sorrisi, lavoro, dedizione. Il sorriso per tutti, il rispetto per i grandi rivali che poi non potevano non diventare suoi amici.

Oggi è l'11 settembre per chi gioca a basket e per chi lo segue. Oggi chi ha giocato a basket a qualsiasi livello o ha amato questo sport in qualche momento ha perso un compagno. Non un mito, un campione inarrivabile, un compagno. Uno che non mollava mai, che si allenava molto di più di chiunque altro, che avresti potuto incontrare in campetto o al palazzetto, dove arrivava con diverse ore di anticipo e andava via sempre per ultimo. Esempio di fedeltà sportiva (sempre e solo con i Lakers), leader, trascinatore.

Quando annunciò il suo ritiro, scrisse una lettera al basket: "Cara pallacanestro, sono pronto a lasciarti andare, in modo che entrambi possiamo assaporare ogni momento trascorso insieme. Quelli belli e quelli brutti. Ci siamo dati tutto". Kobe ha dato tutto al basket e se n'è andato, come fanno i miti.

Kobe, ci mancherai.