27 Agosto 2021
14:11

Michael Jordan e il suo “Love for the game”: una clausola contrattuale unica nella storia

A differenza di tutti i giocatori professionisti in NBA, ai quali è severamente vietato partecipare senza autorizzazione a ulteriori attività sportive al di fuori di quelle contrattuali, Michael Jordan si avvalse per tutta la carriera di una speciale clausola fatta inserire nel suo primo accordo coi Chicago Bulls.
A cura di Luca Mazzella

Che Michael Jordan sia tutt’oggi riconosciuto come il più iconico giocatore di pallacanestro della storia è cosa risaputa e che trova pochissimi argomenti contrari. La Grandezza del 23 è testimoniata dai suoi successi, dai suoi record, dai tanti aneddoti sulla sua spietata competitività, a volte anche rude nel relazionarsi ad avversari e compagni di squadra. Una delle più curiose e poco note sfaccettature dell’onnipotenza di “His Airness” fu sacramentata in una clausola contrattuale, di fatto unica nella storia NBA. Com’è ben noto, a nessun giocatore professionista NBA è consentito, al di fuori degli allenamenti, di gruppo o individuali, e delle partite con la squadra di appartenenza, giocare anche solo tra amici in palestre, campetti, strade. Non solo a basket, ma a nessun altro sport. Un limite rigorosamente imposto, altrettanto severamente fatto rispettare e, all’occorrenza, punito in caso di violazione. Monta Ellis, ex guardia dei Golden State Warriors, ne sa qualcosa. Nel 2008, riportando un infortunio dopo una caduta da una moto che lo costrinse a operarsi alla caviglia sinistra, fu sanzionato con 30 gare di sospensione per attività non espressamente consentita dal contratto e un totale di 3 milioni di dollari persi durante il periodo di punizione.

La "Love for the Game Clause"

Eppure, Michael Jordan fu immune a questa limitazione. Durante le negoziazione del primo contratto professionistico coi Chicago Bulls, sei anni e 7 milioni di dollari complessivi, MJ chiese espressamente di inserire una clausola di nome “For the love of the game”. Allenamenti estivi con amici, partitelle su set cinematografici (celebri le sfide con i suoi più acerrimi rivali giocate nel campetto che fece costruire sul set di Space Jam per giocare ogni giorno), qualsiasi attività extra-contrattuale che non era e non è nemmeno oggi consentita ad alcun giocatore NBA se non ovviamente previa autorizzazione, non valeva per Michael. E negli anni, i Bulls non furono mai in sufficiente posizione di forza per rinegoziare, modificare, rimuovere quel cavillo dal contratto. A Jordan era permesso giocare, tirare, palleggiare, ovunque e comunque, da solo o in compagnia, per il semplice amore del gioco. Il tutto senza correre il rischio di vedere il proprio contratto risolto in caso di infortunio dovuto ad attività diverse da quelle della squadra.

Nel 1984, appena scelto al draft e ancora prima di mettere nero su bianco sull'accordo con Chicago, Jordan partecipò ai Giochi Olimpici di Los Angeles nonostante la franchigia fece di tutto per impedirglielo: la voglia di giocare senza attendere l'inizio degli allenamenti e della stagione con la squadra era troppa. MJ fece quindi parte della spedizione statunitense che si concluse poi con la medaglia più pregiata. I giochi studenteschi del 1986 e 1987 della University of North Carolina, quella frequentata appunto da MJ, furono un altro esempio lampante di applicazione della clausola. Il 6 settembre e il successivo 28 giugno videro infatti Jordan scendere regolarmente in campo per le due gare, approfittando dell’occasione per lanciare anche delle sneakers a suo nome. Con il front-office Bulls terrorizzato al pensiero che il miglior giocatore della squadra potesse infortunarsi e saltare partite ufficiali, entrambi gli eventi andarono per il meglio e non furono ovviamente gli ultimi. Un lusso concesso solo al più Grande di tutti. D'altronde, quando si parla di Michael Jordan, l'amore per lo sport è tale da non conoscere limiti.

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