Sandro Campagna: “L’oro mondiale del 2011 nato dalle cene con Velasco e Sacchi. Futuro da dirigente? Mi piacerebbe”

La pallanuoto italiana ha attraversato epoche diverse, cambiamenti tecnici, generazioni di campioni e momenti di crisi. In mezzo a questo lungo percorso c’è una figura che da oltre vent’anni rappresenta un punto di riferimento costante: Sandro Campagna, commissario tecnico del Settebello e protagonista di una carriera che attraversa quasi mezzo secolo di sport.
Da giocatore è stato uno dei simboli della nazionale che conquistò l’oro alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992 e da CT ha guidato l’Italia a titoli mondiali, medaglie olimpiche e a una lunga stagione di competitività internazionale. Ma il suo approccio alla panchina non si è mai fermato solo al risultato. Campagna ha sempre cercato di costruire una cultura, prima ancora che una squadra.
Oggi, dopo oltre 500 partite alla guida della nazionale, guarda ancora avanti: al ricambio generazionale, all’evoluzione della pallanuoto e alla formazione dei nuovi talenti. A Fanpage.it Sandro Campagna ripercorre le tappe della sua carriera, dalle prime vasche nella cittadella dello sport di Siracusa fino alle sfide più recenti con il Settebello, tra ricordi personali, riflessioni tecniche e uno sguardo sempre rivolto al futuro della pallanuoto italiana.
Campagna cosa porta a casa dall’ultimo Europeo?
”La squadra ha intrapreso un percorso di ringiovanimento, ottenendo un risultato discreto, ma con il rammarico per l'ultima partita che non riflette il reale valore del percorso fatto".
Come sta andando il ricambio generazionale?
"Abbiamo una generazione molto interessante, quella dei ragazzi nati tra il 2002 e il 2003. A livello giovanile hanno vinto tanto. Ora devono fare il salto nella pallanuoto dei grandi, che è un’altra cosa. Le partite che valgono le medaglie si imparano giocandole".
In Italia abbiamo pazienza con i giovani?
"Spesso no. E invece servirebbe. La gestione dello stress non si impara in allenamento, ma nelle partite che contano. Bisogna dare tempo ai ragazzi di crescere”.

Il gioco della pallanuoto sta cambiando?
”Sì, e in modo abbastanza evidente. Dall’ultimo Europeo porto via una conferma: il gioco sta andando sempre più verso la verticalità. È più fisico, più diretto, con meno metri di nuoto e meno spazio. In questo contesto anche un semplice ‘alza e tiro' può diventare decisivo. Per questo sto insistendo molto sul lavoro verticale nella formazione dei giovani".
Quando nasce la sua passione per la pallanuoto?
"Tutto nasce a Siracusa, alla cittadella dello sport. Io avevo sei anni. Era un campus a cielo aperto: piscine, tennis, basket. D’estate stavamo lì dodici ore al giorno. A dodici anni ho iniziato a giocare a pallanuoto. Avevo un allenatore che mi diceva: ‘Puoi vincere le Olimpiadi'. Lo diceva a un ragazzino siciliano negli anni ’70. Tutti lo prendevano per matto. Ma quella mentalità me la sono portata dietro per sempre. In quell’impianto si allenava anche Enzo Maiorca e vederlo da bambino mi fece capire cosa significa essere un campione".
Se non ricordo male quella Cittadella dello Sport venne costruita dopo le Olimpiadi del 1960 e questo mi dà un gancio per le discussioni che si sono fatte sui Giochi a Roma negli anni passati o quelle attuali dopo il successo che c'è stato con le Olimpiadi Invernali. Quanto è importante ospitare eventi di questo tipo, anche a livello strutturale?
"Alcune discussioni pretestuose e strumentali perché comunque il beneficio e la crescita che si ha con i grandi eventi poi bisogna valutarla a lungo termine. Chiaramente bisogna vigilare su tutto perché si sa che in queste situazioni i rischi di sperperi, e anche altro, sono dietro l'angolo ma ragionando così non si dovrebbe fare più nulla. Per uno Stato che vuole spendere responsabilmente, queste sono le migliori uscite perché ricadono sulla qualità di vita dei cittadini, sulla salute dei cittadini: se i cittadini fanno più attività sportiva, migliora la qualità della vita e la salute, migliora il PIL nazionale perché si spende di meno in sanità. È un volano incredibile e non mi capacito come la gente non possa capire che sullo sport bisogna investire".

Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo alle ultime Olimpiadi: ci racconta quella protesta che ha destato un grande clamore in tutto il mondo vista da dentro? Come la rilegge oggi?
"In quel momento mi sono sentito di stare accanto ai ragazzi. Non era una ribellione personale, era un senso di responsabilità e di giustizia. Quando ti senti defraudato dopo quattro anni di lavoro, la reazione è emotiva. Sapevo che ci sarebbe stato un prezzo da pagare, e lo abbiamo pagato. Ma oggi vediamo anche miglioramenti nel sistema, come l’introduzione del challenge. A volte una protesta genera una riflessione. Posso farti un esempio citando un episodio del passato…".
Prego.
"Nel 2018, in una semifinale europea, non ci concessero un gol evidente. L’arbitro mi disse: “Sandro, non l’ho visto”. Gli strinsi la mano. Accettai. Dissi ai ragazzi: guardiamo noi stessi. Un anno dopo vincemmo il Mondiale 2019 contro la Spagna. La differenza è che a Parigi l’episodio era troppo grande per girarlo subito a nostro favore. Ma ora dobbiamo diventare più forti".
Abbiamo toccato l'argomento Settebello, Olimpiadi e abbiamo nominato la Spagna… non possiamo non tornare all'oro olimpico a Barcelona 1992. Una pagina di storia del nostro sport: si è parlato tanto e in tutte le salse di quel trionfo, ma c'è un dettaglio meno noto di quella vittoria?
"Si ricorda sempre la finale, ma pochi ricordano quanto soffrimmo nelle eliminatorie. Quella fu la vittoria del gruppo. In acqua eravamo pronti a tutto l’uno per l’altro. E dopo? Il nostro allenatore Rudic ci disse: ‘Siamo entrati nella storia. Se volete entrare nella leggenda, facciamo il Grande Slam'. Questa fame continua l’ho imparata da lui. L’Italia perse una sola partita in tre anni. Avevamo la certezza di non poter perdere".

Campagna ha chiuso la carriera da giocatore a Roma da vice-campione d’Italia: è stato più difficile smettere o reinventarsi allenatore?
"Nel febbraio ’96 andai ad allenarmi e per la prima volta non ne avevo voglia. Tornai a casa e dissi a mia moglie: è l’ultimo anno. Andai a parlare con Rudic e gli dissi che volevo provare a fare l’allenatore, anche il portapalloni. A settembre mi chiamò per fare l’assistente. Per due anni sono stato una spugna. Un master universitario sul campo".
Nelle sue parole torna spesso Ratko Rudić. Quanto è stato determinante lavorare con lui e accanto: c’è una lezione che non ha mai dimenticato?
"Come ti dicevo, un master universitario. Ho imparato da Rudic come affrontare il successo, a puntare sempre a nuovi obiettivi. Da assistente, ho appreso come gestire le sconfitte, focalizzandomi sul lavoro e sulla visione a lungo termine del progetto, senza farmi condizionare dal singolo risultato. Rudic mi ha trasmesso l'importanza dell'innovazione e della scientificità nella preparazione fisica, superando le metodologie empiriche. L'Italia è ora tra i migliori al mondo in metodologia sportiva anche grazie alle novità che portò lui".
Allenare la Grecia dal 2003 al 2008 è stata anche una scelta coraggiosa: cosa le ha insegnato quell’esperienza lontano dall’Italia?
"Allenare la Grecia è stata una scelta rischiosa. Dovevo cambiare mentalità a un Paese che non aveva mai vinto. All’inizio fu scontro. Poi ci siamo capiti. Arrivarono un quarto posto olimpico e un bronzo mondiale. Un mio ex giocatore, oggi dirigente federale, disse che quelle medaglie successive nascevano da quel cambio di mentalità. È una delle soddisfazioni più grandi che ti possano riconoscere".

Nel 2009 Campagna torna alla guida del Settebello e arrivò un deludente undicesimo posto ai Mondiali di Roma ma due anni dopo ecco l’oro mondiale a Shanghai 2011 con sette esordienti: che percorso è stato e quando ha capito che quella squadra poteva diventare campione del mondo?
"Abbiamo fatto delle delle analisi, degli studi e abbiamo cambiato metodologia d'allenamento. Poi ho avuto la fortuna mia personale di incontrare due persone meravigliose sulla mia strada come Julio Velasco e Arrigo Sacchi con cui ho fatto amicizia e con cui ho fatto delle cene di lavoro e abbiamo scambiato opinioni. Con Sacchi ho parlato e mi sono fatto veramente spiegare come aveva fatto a cambiare la mentalità al Milan per farlo diventare una squadra e non solo un insieme di campioni mentre Velasco mi ha raccontato la sua esperienza, visto che lui si era trovato a fine anni '80 con la squadra che non andò bene alle Olimpiadi e poi vinse subito l'Europeo".
Questo è un aspetto molto interessante perché si parla spesso delle differenze tra i vari sport e dell'approccio al lavoro con il gruppo…
"Naturalmente ci sono le differenze tra i vari sport ma il lavoro psicologico e motivazionale che si può fare a livello umano è molto simile. Mi hanno fatto capire quanto la mentalità sia decisiva: Velasco parlava spesso di ‘zero alibi', non cercare scuse ma soluzioni; mentre Sacchi aveva la stessa visione sulla responsabilità e sulla cultura del lavoro. Quei concetti mi hanno influenzato molto".
Nel 2024 ha raggiunto le 500 panchine alla guida del Settebello durante le Olimpiadi di Parigi: cosa vuol dire essere un simbolo dello sport italiano?
"Sono 500 partite di tensione. Nessuno ti regala nulla. Ogni partita è una responsabilità enorme. Io la vivo con la passione dell’ultima notte d’amore. Ma programmo come se dovessi restare altri dieci anni".
Sandro Campagna si vede come dirigente dello sport italiano nel prossimo futuro?
"Vedremo quanto durerò ancora in panchina. Forse un giorno mi piacerebbe un ruolo dirigenziale o manageriale, per mettere a disposizione l’esperienza accumulata. Ma finché ci sarò, ogni partita sarà vissuta fino in fondo".