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Kilian Jornet e l’oscura presenza del “terzo uomo” sull’Everest: “Mi seguiva, non sapevo chi fosse”

Kilian Jornet ha sempre tenuto un diario personale su tutte le proprie avventure che è diventato materia di studio per comprendere i meccanismi che scattano a livello mentale in condizioni estreme di stress e fatica come durante le scalate estreme oltre gli 8.000 metri. E alcuni racconti superano la sfera del razionale: “Sapevo che avrei spinto il mio cervello oltre, ma non sapevo fino a dove”
A cura di Alessio Pediglieri
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L'ultrarunner e scalatore estremo Kilian Jornet ha voluto raccontare le sensazioni che prova un atleta nel momento in cui si ritrova, completamente da solo, ad affrontare le difficoltà dell'alta montagna. Racconti dettagliati, che spiegano il limite umano che spesso ha dovuto superare per uscirne indenne e conquistare le vette più impervie in una serie di record che lo hanno reso una autentica icona dello sport estremo. Tra i tanti risvolti, anche il costante viaggio borderline a livello mentale, con gli "scherzi" del cervello che nei momenti maggiori di stress fa vivere vere e proprie allucinazioni, come nel caso del "terzo uomo" che seguiva Jornet tra crepacci e ghiacciai.

Le avventure di Kilian Jornet hanno lasciato un'impronta specifica sia nel mondo dello sport che in quello scientifico, grazie al dettagliato personale diario con cui analizza meticolosamente ogni proprio passo, scegliendo di raccontare tutto soprattutto sul fronte dell'aspetto mentale nel corso delle sue avventure estreme, soprattutto l'attuale dove Jornet sta provando a scalare tutti gli 82 quattromila delle Alpi nel minor tempo possibile dopo che che quest'estate ha aggiunto una nuova impresa, scalando tutti i 72 quattromila degli Stati Uniti in un mese.

Jornet e la misteriosa presenza: "Mi seguiva, alla stessa distanza. Mi rallentava, mi infastidiva"

"Il cervello a riposo consuma il 20% di energie del corpo". Questo è stato il pensiero di partenza di Jornet: ma cosa accade quando i livelli di stress, pericolo e stanchezza si spingono oltre il limite? A rivelarlo è lui stesso nel raccontare le allucinazioni che ha dovuto affrontare durante diversi momenti di scalata, tra le quali il "terzo uomo" uno dei momenti che lo hanno fatto vacillare fino al bordo dell'abisso durante una scalata a oltre 8.300 metri: "Mi ricordo che mi accorsi di qualcuno che mi seguiva, sempre alla stessa distanza, senza che io ne riuscissi a vedere il volto. Non lo riconoscevo eppure mi sentivo responsabile per quella misteriosa persona e dovevo portarla in un posto sicuro. Ma ero anche arrabbiato con lui" ricorda ancora, "perché mi aveva rallentato, per avermi portato fuori dal percorso…"

"Sapevo che mi avrebbe portato alla morte. Mi fermai e chiusi gli occhi per qualche minuto"

Un' allucinazione che ha rischiato di mettere in grave pericolo Jornet: "Mi ricordo che era avvenuto dopo una lunghissima giornata senza molto cibo o acqua e dopo una notte in tenda sotto la tempesta. Questo è il mio ultimo ricordo, poi un buco nero enorme e mi sono ritrovato a scendere da un crepaccio senza nemmeno sapere come ci fossi arrivato e dove mi trovassi… Potevo essere in qualsiasi punto a 8.300 metri e non sapevo nemmeno come ci fossi arrivato. Quando mi resi conto che continuare senza un piano mi avrebbe probabilmente portato alla morte, mi fermai. Mi sedetti con la testa tra le gambe, con il muro alle mie spalle che mi proteggeva dalla neve, e chiusi gli occhi. Dormii per un attimo, qualche secondo, forse un minuto, e mi svegliai con la mente più lucida".

La sindrome del "terzo uomo" e l'allocazione delle risorse cognitive per sopravvivere

Un ricordo impressionante davanti al quale Jornet ha voluto andare oltre, approfondendone la genesi e rivolgendosi ad un suo ex professore di psicologia che gli risolse il caso: si trattava della "sindrome del terzo uomo", che si verifica in condizioni di estrema stanchezza e stress, le stesse in cui si era ritrovato in quel frangente. Il cervello, ha poi capito, disattiva alcune funzioni come la formazione della memoria, per poter conservare energia necessaria alla sopravvivenza e concentrarsi su compiti essenziali per la vita. Una nuova allocazione di risorse cognitive che aveva comportato anche una proiezione di se stessi: "Sapevo che avrei spinto il mio cervello oltre" ha poi commentato, " ma non capivo fino a dove". 

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