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Con Gomorra – Le Origini Marco D’Amore ci riporta al 1977, quando Napoli sognava senza sapere che avrebbe sanguinato

Marco D’Amore torna a Secondigliano 1977 per raccontarci non come è iniziata la camorra, ma cosa abbiamo perso quando è diventata quello che conosciamo. Tra Sandokan e James Senese, una serie che è una grande storia prima che un semplice prequel. Da oggi su Sky e NOW.
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Ph: Ghidelli – Elaborazione grafica: Fanpage.it
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C'è un momento, nei primi minuti di Gomorra – Le Origini, in cui chiudi gli occhi e senti. Senti davvero. Non è il napoletano che abbiamo imparato a conoscere nella serie madre, non è neanche quello che parlano i ragazzi più giovani, spinti da Geolier che ha reso la lingua ‘mainstream'. Insomma, non è quel dialetto già così denso, così real.

Questo è qualcos'altro. Questo è il dialetto dei nostri nonni, quello che risuonava per le strade di Secondigliano. È ancor più musicale, più pulito, quasi arcaico nella sua bellezza. Sembra di ascoltare parlare i nostri padri, quando appunto Napoli era un'altra cosa, quando la camorra aveva ancora un volto diverso, paradossalmente si parlava di un suo "codice". Il tempo in cui un quindicenne di nome Pietro Savastano sognava di diventare qualcuno senza sapere che quel sogno avrebbe avuto il sapore del sangue.

Marco D'Amore torna a Gomorra e deve essergli sinceramente costato molto, in termini di energie nervose, di aspettative da colmare. Ma questa volta, dietro la macchina da presa, non ci sono aspettative. Si va oltre. Oltre il prequel. Oltre quello che adorano chiamare ‘fan service'. Gomorra – Le Origini è un'operazione archeologica sul linguaggio, sui corpi, sulle strade. È il tentativo riuscito di riportare Napoli indietro di cinquant'anni senza cadere nella trappola della rievocazione patinata. Gomorra – Le Origini è una serie che sembra non sapere come andrà a finire – lo sappiamo tutti – e se ne va per strade e per binari tutti suoi. Per il suo bene, ma soprattutto per il nostro.

Luca Lubrano e il corpo del giovane Pietro

Ph: Ghidelli
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Luca Lubrano, il giovane Pietro Savastano, ha una voce che in certi momenti ti spiazza. Una voce sofferta, una voce autentica. Sentir parlare questo giovane 17enne vuol dire sentire parlare la Napoli di oggi. È come se D'Amore avesse voluto dirci: guardate, non è cambiato tutto. C'è un filo rosso che lega il quindicenne Pietro ai ragazzi di oggi. È lo stesso suono, la stessa cadenza, la stessa rabbia trattenuta in gola.

Angelo ‘A Sirena: il Robin Hood che nessuno si aspettava

Ma il cuore pulsante di Gomorra – Le Origini ha un nome: Angelo ‘A Sirena. Francesco Pellegrino lo interpreta con una tensione che va oltre la recitazione. Chiudi gli occhi – ancora una volta chiudi gli occhi – e senti i suoi fiati, le sue pause, l'intenzione che mette in ogni parola. E un po' ti viene in mente Ciro l'Immortale. Non è un'imitazione, non è un calco. È qualcosa di più sottile e profondo: è la stessa tecnica applicata a un personaggio completamente diverso.

Ph: Ghidelli
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Perché Angelo non è Ciro. Angelo non vuole salire in cima per sé stesso. Angelo è il Robin Hood di Secondigliano, un po' come per tanti fu Gennaro ‘a Scigna negli anni '70, la scimmia che i secondiglianesi consideravano un eroe popolare. "A Secondigliano ci hanno sempre considerati delle scimmiette", dice a un certo punto. E in quella frase c'è tutto: il rancore, l'appartenenza, la voglia disperata di mettere Secondigliano e la sua gente al centro. Non per tornaconto personale, ma per dignità collettiva.

Angelo ‘A Sirena agisce per rancore, sì, ma è un rancore pulito, se si può dire così. È il rancore di chi vuole portare una comunità in cima, non sé stesso. È l'esatto opposto di Ciro l'Immortale, che nella sua scalata verso l'alto si è portato dietro solo cadaveri e solitudine.

Le coincidenze sonore: da Sandokan a James Senese

E poi ci sono le scelte musicali, che in Gomorra – Le Origini non sono mai casuali. C'è una scena in cui i ragazzini di Secondigliano cantano Sandokan, l'inno di una generazione che sognava evasione attraverso uno sceneggiato popolarissimo. È un momento di tenerezza quasi insopportabile, perché sappiamo – noi che abbiamo visto le cinque stagioni della serie regolare – dove porterà quel canto. Sappiamo che quei bambini che cantano la tigre della Malesia diventeranno leoni, ma di un'altra giungla.

E c'è Pino Daniele, con Maronna Mia che entra nelle scene come una preghiera laica, come il respiro di una città che cerca ancora un senso. Ma soprattutto – e qui sta la scelta più significativa – c'è James Senese. A lui D'Amore dedica la serie. Napoli Centrale, Malasorte, Ll'America. Non sono solo brani in colonna sonora, ma veri e propri manifesti politici. Sono il suono di una Napoli che stava cambiando, che stava perdendo qualcosa di sé mentre guadagnava qualcos'altro. Senese, il mulatto di Napoli, l'uomo che con il suo sassofono ha raccontato l'emigrazione, la miseria, il sogno americano mai raggiunto. Dedicare a lui questa serie significa dire: questa non è una storia di camorra. Questa è una storia di Napoli. Di una città che ha sempre cercato di scappare da sé stessa senza mai riuscirci davvero.

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Gennaro Marco Duello (1983) è un giornalista professionista e scrittore. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa di Napoli. Lavora a Fanpage.it dal 2011. È autore di "Un male purissimo" (Rogiosi, 2022) e "California Milk Bar - La voragine di Secondigliano" (Rogiosi, 2023). "Un desiderio di ieri" (2025) è il suo ultimo romanzo. 
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