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Come ha fatto la Spagna a diventare il Paese delle serie tv: ”Investire negli artisti non è sprecare denaro”

62mila occupati, produzione aumentata del 40% in tre anni, e ora la Spagna è seconda in Europa solo al Regno Unito. Marta Belmonte, attrice simbolo di questo rinascimento: “Abbiamo bisogno di arte nella vita pubblica”.
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Fotografia di Ruben Vega

A cura di Martina Di Pirro

Le serie tv spagnole sono diventate un cult europeo. Negli ultimi anni la Spagna ha investito in modo sistematico nell’audiovisivo, trasformando la cultura in politica industriale. Il piano Spain, Audiovisual Hub of Europe, lanciato nel 2021, ha mobilitato oltre 1,6 miliardi di euro, a cui si aggiungono circa 1,7 miliardi nella seconda fase. Oggi il settore conta più di 62.000 occupati, cresciuti quasi del 94% in tre anni, con una produzione aumentata del 40% tra 2022 e 2024: la Spagna è il secondo produttore europeo di contenuti audiovisivi, dietro solo al Regno Unito.

E spesso il successo dei grandi attori spagnoli parte da lì: da un volto che lo spettatore incontra quasi per caso e poi non dimentica più. Oggi quel volto è Marta Belmonte. La grande visibilità arriva con Sueños de Libertad, serie di punta di Antena 3 ambientata nella Spagna franchista degli anni Cinquanta, dove dinamiche familiari e potere economico si intrecciano con la morale del regime. Belmonte interpreta Marta de la Reina, imprenditrice donna in un universo dominato dagli uomini: un personaggio costruito più su tensioni interiori che su dichiarazioni esplicite, lesbica e per questo profondamente sovversiva per il suo tempo.

L’attrice catalana, dopo un percorso di studi al Collegi del Teatre di Barcellona, ricerca su corpo e voce tra Europa e Asia, formazione al Roy Hart Centre Artistique in Francia e lavoro sul teatro legato all’eredità di Jerzy Grotowski, ha prodotto anche uno spettacolo proprio, El orden de las cosas.

“L’arte è un lavoro di libertà”, dice nel corso dell’intervista. “La bellezza è uno strumento potente, ma se la riduci a parametro unico rischi di girare a vuoto. Nell’audiovisivo dovrebbe esserci spazio per tutte le forme, per tutti i corpi, tutte le voci”. Un concetto che torna spesso nel suo lavoro: “Molte volte l’industria usa la bellezza per catturare lo spettatore, ma è un cane che si morde la coda: ciò che cattura non è davvero ciò che racconta.”

Lo dimostra Marta de la Reina: “È un’imprenditrice in un tempo in cui le donne non avevano né voce né voto. È immersa in una famiglia di uomini e deve fare i conti con questa realtà. Allo stesso tempo è lesbica, e lo scopre in un’età che molti considererebbero già troppo tardi.” La scelta non è didascalica: “Il mio compito non è spiegare o dare lezioni, ma rendere la sua verità visibile attraverso il corpo e la voce.”

“C’è ancora bisogno di rappresentazione, ma il mio lavoro non è diventare un modello. Io sono un’attrice, e il mio compito è far capire chi sono questi personaggi, far vivere la loro complessità. Se il pubblico percepisce qualcosa, è perché il personaggio è incarnato fino in fondo.” E ancora: “Se diventi un simbolo smetti di essere utile al personaggio. A me interessa l’anonimato dell’attore: non scomparire, ma arretrare. Il pubblico non deve uscire pensando a me, ma alla storia che ha incontrato.”

Anche la formazione si lega a questa visione. “Confrontarmi con altre culture è fondamentale: ho studiato per viaggiare e ho viaggiato per studiare.” Il ragionamento si allarga al ruolo della cultura: “Investire negli artisti non è sprecare denaro, significa creare possibilità. Abbiamo bisogno di arte nella vita pubblica, di aria pulita.”

Un esempio concreto arriva anche dall’Irlanda: dal 2022 circa 2.000 artisti ricevono 325 euro a settimana senza vincoli produttivi, misura resa permanente dal 2026. Le analisi pubbliche hanno stimato un ritorno sociale ed economico di circa 1,39 euro per ogni euro investito, insieme a un aumento significativo del tempo dedicato alla creazione e della stabilità lavorativa.

Il confronto con l’Italia è inevitabile: secondo Eurostat la spesa pubblica italiana per la cultura resta stabilmente sotto la media europea in rapporto al bilancio statale, nonostante il peso economico del settore creativo e audiovisivo. Il risultato è un paradosso noto: produzioni di qualità riconosciuta, ma struttura industriale fragile e percorsi professionali spesso discontinui.

“La cultura ben sostenuta restituisce sempre più di quanto riceve”, osserva Belmonte. “Vengo dal teatro, ed è lì che ho imparato tutto.” Il passaggio all’audiovisivo ha cambiato ritmo e linguaggio, “ma il teatro resta una scuola imprescindibile: ti insegna ascolto, precisione e verità.”

Poi conclude: “I personaggi non sono miei. Io li costruisco, ma quando qualcuno li riconosce come parte della propria esperienza diventa suo. Il nostro lavoro è fare in modo che continuino a vivere nella memoria degli altri.”

In un’Europa in cui la Spagna esporta sempre più volti e linguaggi, Marta Belmonte rappresenta qualcosa di preciso: non la star immediata, ma l’attrice costruita nel tempo. E proprio per questo destinata a durare.

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