Quando Gino Paoli fu accusato dal Parlamento per una canzone sulla pedofilia e lui denunciò Alessandra Mussolini

Nella primavera del 2009, mentre preparava l'uscita del suo nuovo album "Storie", Gino Paoli si ritrovò al centro di una polemica che valicò i confini del dibattito culturale per entrare nelle aule parlamentari e, poi, in quelle di un tribunale. Al centro di tutto, una canzone: "Il Pettirosso".
La canzone che divise l'Italia
Il brano racconta di una bambina di undici anni che subisce un tentativo di violenza da parte di un uomo anziano. La violenza non si consuma perché il vecchio muore d'infarto. A quel punto la bambina, invece di fuggire, accarezza il volto del suo aggressore senza vita, descritto come quello di "un bambino stanco di giocare".
Paoli non si difese dalla polemica, anzi rispose punto per punto. Apparve a "Che tempo che fa" di Fabio Fazio, era il settembre del 2009. "Io nella canzone non parlo mai di perdono", precisò davanti alle telecamere, dopo aver riletto l'intero testo. "Quello di cui si parla è la pietà. Ho pietà per i vinti. Anche per quelli che hanno fatto le cose peggiori: quando uno è a terra, io non lo prendo a calci in faccia."
Sul fatto che la pedofilia fosse un crimine tra i più odiosi, non aveva dubbi. Ma sosteneva un'altra cosa: "Si fa in fretta a condannare senza capire. Capire serve a evitare che certe cose si ripetano."
La convocazione parlamentare
La Commissione Bicamerale per l'Infanzia, presieduta da Alessandra Mussolini, decise di convocarlo. Non una censura formale, si precisò, ma un'audizione nell'ambito di un'indagine conoscitiva sulla pedopornografia. Parallelamente, il senatore De Eccher presentò un'interrogazione parlamentare al Ministro dello Sviluppo Economico, chiedendo se fosse opportuno che il servizio pubblico radiotelevisivo diventasse "un mezzo per divulgare messaggi sulla pedofilia".
Al tempo il governo era di centrodestra, era il tempo del Governo Berlusconi IV. La categoria artistica si mobilitò. Eros Ramazzotti disse che il Parlamento non c'entrava nulla. Antonello Venditti consigliò a Paoli di non presentarsi. Max Pezzali propose, ironico, di convocare anche Mogol per il testo di Battisti sui "fari spenti nella notte". Max Casacci dei Subsonica parlò di "precedente allarmante". Paoli, infine, non si presentò alla commissione.
La frase di Mussolini e la denuncia
La vicenda si incendiò ulteriormente quando Alessandra Mussolini, intervistata dall'Unità nel 2009, andò oltre il ruolo istituzionale. "Non è censura", disse, "ma è un'istigazione alla pedofilia. Quello è un testo pedofilo, sembra scritto da uno che conosce bene l'argomento."
Paoli la denunciò per diffamazione. Il caso finì davanti al GUP del Tribunale di Roma, che riconobbe l'offensività delle parole nei confronti della reputazione del cantautore, ma non rinviò Mussolini a giudizio: le dichiarazioni erano state rese nella sua qualità di presidente della Commissione Infanzia e rientravano nell'insindacabilità parlamentare prevista dall'art. 68 della Costituzione. Anche la giornalista e la direttrice dell'Unità Concita De Gregorio furono prosciolte. La Corte di Cassazione confermò tutto nel gennaio 2014. "Impugneremo la sentenza", disse l'avvocato di Paoli. Non ci fu seguito.
Paoli chiuse la questione con una frase che, in retrospettiva, dice molto del personaggio. "Chi ha buon senso ha sicuramente dato il significato giusto alla canzone. Di chi non ne ha, non me ne frega niente". Questa la posizione dell'artista che da Fazio aveva detto: "Coltivo i dubbi, non le certezze", aveva detto a Fazio. "Quelli con le risposte in tasca, nella mia esperienza, spesso sono dei poco di buono." Il pettirosso del titolo era un uccello fragile, spaurito. Come la bambina della canzone. Come, forse, certa idea di umanità che Paoli non smise mai di difendere, anche quando farlo era scomodo.