Vincenzo Comunale: “Il comico può fare battute sulla guerra ma deve far ridere, l’ansia di commentare tutto è tragica”

Vincenzo Comunale, ormai, non è più una scoperta. Vale per chi lo intervista e per chi lo segue artisticamente. La parola "scoperta", appunto, avrebbe avuto senso negli anni scorsi, quando lo vedevamo emergere a livello televisivo nazionale a Zelig, mentre continuava a farsi le ossa su vari palchi con esibizioni dal vivo. Oggi Comunale è una solida realtà del panorama comico attuale e questa constatazione, ne siamo certi, non alimenterà alcuna ansia da prestazione in lui. Dall'8 gennaio 2026 porterà in giro per l'Italia e anche in alcune città europee il suo nuovo spettacolo di stand-up, che segna un'altra tappa del suo percorso.
Il tuo nuovo spettacolo si chiama Prima pagina. È una conferma del tuo feticismo per il giornalismo e il racconto della realtà, o è un errore interpretativo?
Diciamo approfitto anche un po' della ambivalenza del titolo, lo si può leggere come tutti i titoli dei miei spettacoli e tutte le cose che faccio, come per alcuni pittori si dice che il quadro può essere interpretato in vari modi perché l'artista non voleva dirlo in modo esplicito.
Immagino che il titolo abbia anche un significato personale.
Sì, mi piaceva raccontare un po' il fatto che nella scrittura, nel processo di creazione, la prima pagina di un racconto è sempre la più difficile da scrivere e le prime pagine della nostra vita sono quelle più emozionanti, in cui commetti errori perché è, appunto, la prima volta. In fondo si applica a tutti i campi della della vita, ovviamente sono anche le più entusiasmanti, quelle che ricordi poi con più affetto.
E poi c'è l'aspetto dell'informazione.
Esatto, in un'epoca in cui siamo bombardati da informazione e da ostentazione di sé, quasi tutti scalpitano per finire, appunto, in prima pagina. Quindi c'è questa doppia interpretazione, questo doppio tema dello spettacolo che poi, nella sua evoluzione, arriva a toccare anche cose della nostra contemporaneità non proprio entusiasmanti.
Immagino tu ti riferisca alle guerre. L'attualità è inevitabile in uno spettacolo come il tuo?
Non è che è attuale oggi, è sempre stata attuale, da quando esiste l'uomo.
Come si tocca il tema della guerra in uno spettacolo comico?
Spero di avere trovato una mia chiave. In ogni spettacolo cerco di introdurre momenti di leggerezza e improvvisazione col pubblico, ma cerco sempre di individuare un tema cardine che abbia a che fare con l'attualità e che giochi su più livelli. Negli anni scorsi era stata la camorra, ad esempio.
Un comico deve avere per forza un punto di vista unicamente comico su una questione del genere?
Io ne faccio proprio una questione di ruolo, nel senso che i comici possono parlare di cose serie, ma devono farla necessariamente in maniera comica, perché altrimenti diventi un comico che parla di una cosa seria. Io ho tanti argomenti di cui vorrei parlare, però a volte non lo faccio, semplicemente perché non ho ancora trovato il modo di riderci su. Se io trovo quella chiave di accesso e quindi il paradosso, l'iperbole, un un meccanismo di assurdo, delle strutture narrative comiche in cui incanalare quella cosa che voglio dire, lo faccio. Sltrimenti mi sto zitto perché vedere un comico che parla in maniera seria è sempre strano. Se sono un palco, naturalmente, perché se siamo al bar è diverso.
Insomma, far ridere è una condanna.
Tu quella sera hai pagato per ridere, non hai pagato per riflettere sulle cose serie della vita, quindi io devo trovare il modo di farti ridere. È un mio problema se voglio parlare di quell'argomento, trovare il modo di riuscirci. Se non ci riesco lascio perdere. Altrimenti è come dire che un cantante vuole scrivere una canzone, non gli viene la melodia e allora la racconta. Non hai fatto una canzone, hai fatto un racconto.
Il rischio però è che l'urgenza di parlare di una questione porti a una forzatura che ridere non fa. Che strumenti utilizzi per proteggerti da questa stortura?
Secondo me l'unico test possibile è sempre il pubblico, la verità è questa. Prima di portare qualcosa in scena cerco di provarlo il più possibile nelle serate piccole di laboratorio, gli open mic. Capita talvolta di non avere questa possibilità, ora per esempio ho scritto delle cose in aggiunta a questo spettacolo sulla strettissima attualità di Trump e il Venezuela, l'aumento della tangenziale. Le inserisco nello spettacolo per l'8 gennaio, ma non sono certo che ci saranno anche il 9 e il 10. Ad ogni modo tutto sta nella sensibilità del comico, quella di sentire la reazione del pubblico e avere la prontezza di comprendere che quella cosa non faccia ridere solo te.
La volgarità più diretta, o il ragionamento più complesso e raffinato. Quale stile prediligi tu?
Il mio modo è quanto più diretto e provocatorio possibile sulle questioni, però credo di essere sempre anche molto garbato, difficilmente prendo di petto una cosa con aggressività. La gente da me si aspetta sicuramente la provocazione, non la cattiveria gratuita. Sarebbe un peccato disilludere quel tipo di aspettativa.
Di recente hai parlato in un reel dell'errore, del fatto che sbagliare è un modo per fare engagement. È una tentazione sempre dietro l'angolo quella di spararla grossa a sproposito per cercare visibilità?
No, io su questo preferisco il modo opposto. Se non sono sicuro e penso che quella cosa possa provocare semplicemente molta indignazione, evito. C'è chi ragiona così e secondo me fa bene se quella cosa è coerente con con la propria maschera comica. Ma la mia non è una voce comica provocatoria in senso stretto. Perché poi i social purtroppo ti riducono la soglia dell'attenzione e tutto si riduce a slogan, che è sempre una semplificazione di un concetto, spesso finalizzata ad attirare un certo tipo di commenti. A quel punto io preferisco non dire nulla.
Non sei un "triggeratore" che provoca per il gusto di provocare, insomma. Che comunque è un'arte, una capacità, ma mi pare di capire tu sia più riflessivo.
Direi di sì, mi dà fastidio l'ondata, non mi interessa arrivare per primo su una cosa a prescindere. Se non ho trovato quella che ritengo una buona battuta sul caso del giorno, preferisco restarne fuori. La mia aspirazione più grande è avere la libertà di potermi esprimere solo quando mi va, non dovere essere sempre presente. La chiave è sottrarsi, Checco Zalone sparisce e poi torna col film, Caparezza sparisce e poi torna con l'album. Non è che mi paragoni a loro, anzi dico che noi comuni mortali, che non siamo né Caparezza né Zalone, siamo spesso costretti a parlare di tutto per dire alla gente "non dimenticatevi di me".
Per stare sul mercato a volte devi comunque trovare il tuo modo per toccare i temi del giorno e distinguerti.
Certo, tu pensa soltanto ai social, a quanto devi alimentarli costantemente e creare contenuti. Per carità, è una cosa che a me non pesa più di tanto, ma a volte sì. Capita spesso di chiedersi "ma perché devo fare questa cosa solo per l'algoritmo che altrimenti ti penalizza se non pubblichi da due settimane?". D'altronde se tu aumenti la quantità, necessariamente diminuisce la qualità.
Tu hai una strategia in questo senso? Qualcuno che ti gestisca i canali?
Io gestisco tutto da solo, cerco di essere costante perché ho capito che è quello che premia e, per come sono pigro io a livello creativo, lo considero anche un esercizio per tenere attivo il cervello. Io poi sono anche molto formichina, nel senso che ho dei contenuti già pronti da programmare per non so quanto tempo. Poi, chiaramente, se esce il fatto di attualità lo inserisci anche nel giornaliero.
Al netto della giovane età, la comicità è quello che hai deciso di fare nella vita?
Non ho mai fatto altro, nel senso che da quando ho 16 anni faccio serate, poi ovviamente negli ultimi 4-5 anni è diventato un po' più sostanziale. Ho avuto la fortuna e il privilegio di poter fare questo lavoro in diverse declinazioni, sul palco e come autore, in Tv come a teatro.
Perché dici di essere fortunato?
Beh perché viviamo un'epoca in cui uno forse ci mette più tempo a capire che cosa vuole fare che poi a farlo. Io che ho sempre avuto una personalità molto schizofrenica su tante cose, ho avuto tante passioni che poi ho abbandonato, per pigrizia fondamentalmente. L'unica mia costante è stata questa.
Tipo, cosa hai abbandonato?
Nuoto, basket, calcio, di tutto, principalmente perché ero scarso eh, perciò ho appeso. In realtà anche la carriera universitaria, io ho vinto il campionato regionale di filosofia lo stesso anno in cui ho vinto il premio Troisi. Alla fine ho scelto di fare il giullare.
Teatro, social, Tv, sei un comico multipiattaforma, ma dove ti senti più a tuo agio?
Istintivamente mi viene da risponderti che la cosa che mi diverte di più è il live, quindi il teatro, mille persone che ridono di fronte a te non è paragonabile a mille mi piace su Instagram. Mi piace anche fare televisione, nel senso che con la formazione di Zelig ho imparato a confezionare un pezzo in un tempo limitato. Poi non ti nego che ci sono tante cose che vorrei sperimentare e il cinema è una di queste, come anche il live inteso come commedia. Oltre a Troisi tra i miei riferimenti c'è Salemme, con Buccirosso e Casagrande, quando posso tento di riprodurre certe dinamiche anche nei miei spettacoli di stand-up, mi sono reso conto che quella di creare una squadra attorno a me è una mia predisposizione.
Alla fine tu lo hai capito cos'è che fa ridere la gente?
Eh, questa è una domanda a cui secondo me non si può rispondere, perché per ognuno la comicità è soggettiva. Questa è la verità. È come se tu mi avessi chiesto "Hai capito cos'è la bellezza?". Per me sì, certo. Per il mondo non lo so. La cosa bella della risata è questo elemento, il variare da persona a persona. Ci sono delle corde comuni, le sfortune degli altri probabilmente. Uno che cade fa sempre ridere, perché non sei tu che stai cadendo.
Villaggio in un'intervista celebre diceva che il ricco con la bombetta che cade fa sempre più ridere del povero che cade. Forse la risata è anche sociale.
Assolutamente, perché è una questione di empatia, che va di pari passo con la comicità. Nel vedere il ricco che cade c'è un sentimento di rivalsa. Diciamo che a prescindere tutto ciò che accade al di fuori di noi, ma che ci fa empatizzare e quindi o ti fa ridere o ti fa piangere, perché la prima cosa che pensi è "e se fossi io?". Poi il tuo cervello si rende conto immediatamente che quella persona non sei tu e quindi vedi questo che cammina dritto, c'è un vetro, non lo vede e ci va sbattere. Quella cosa farà ridere sempre.
Far ridere e piangere insieme è la frontiera inarrivabile.
Molto difficile, ma in realtà i confini tra il dramma e la tragedia sono sottilissimi, due facce della stessa medaglia, è veramente un attimo far leva sulle corde giuste per passare dal far ridere al far piangere. Pirandello in un saggio dell'umorismo sottolineava esattamente questo, cioè che se tu analizzi più a fondo una cosa comica molto molto spesso scopri una cosa drammatica. C'è del tragico.
E d'altronde che si arrivi a piangere quando si ride troppo non deve essere un caso.
Sì, però non succede mai il percorso inverso. Quello, volendo, è ciò che facciamo noi comici con la nostra vita, dal pianto passi alla risata. Prima metabolizzare le lacrime e poi trasformarle in una cosa che faccia ridere gli altri.