Veronica Rubino delle Lollipop: “A Sanremo ci sentimmo fuori posto. Dopo iniziarono i litigi, ci facemmo fuori da sole”

Venticinque anni. Un quarto di secolo da un esperimento che fu una vera e propria fusione a freddo: selezionare cinque ragazze provenienti da tutta Italia e creare la prima girl-band nostrana, sulle orme delle Spice. “Fino ad allora avevo studiato canto da autodidatta, esibendomi nei locali della mia zona”, racconta a Fanpage.it Veronica Rubino, che assieme a Marcella Ovani, Roberta Ruiu, Dominique Fidanza e Marta Falcone diede vita alle Lollipop.
Classe 1981 e originaria di Caserta, al momento del primo provino Veronica non aveva ancora compiuto vent’anni. “Mia sorella vide scorrere il serpentone in tv e telefonò, a mia insaputa. Qualche giorno dopo la redazione la ricontattò e venni portata direttamente nella location in cui si svolgevano i casting. Quando vidi migliaia di ragazzine in attesa capii dove mi trovavo”. Le audizioni di “Popstars” si tennero al Teatro Augusteo di Napoli: “Ci misero a nostro agio, in questo senso furono eccezionali. Eravamo tutte giovanissime, la prendemmo come una gita, come un’esperienza da vivere insieme. Avevamo voglia di divertirci”.
Il brano presentato, nello spaesamento più totale, fu “Let’s get loud” di Jennifer Lopez: “Improvvisai. Conoscevo la canzone e me la ritrovai nelle opzioni di scelta. Ci diedero un po’ di tempo per provare e ci esibimmo nella sala d’aspetto con i maestri di canto”.
A quel punto ti ritrovasti sul palco.
Non me la fecero eseguire tutta. Ricordo Diego Quaglia che mi diceva di fermarmi, ma io continuavo. L’approccio non fu da professionista. C’era un clima di spensieratezza.
Andò bene. Infatti ti richiamarono subito.
Per Irene Ghergo il mio problema era quello di non ridere mentre cantavo. Ero abituata al jazz e non avevo il classico viso da Spice Girls. Diego invece mi chiamò in disparte e mi confidò di contare su di me perché ero una figura apparentemente forte. Mi consigliò di mettermi i tacchi e di indossare abiti più femminili. La mia reazione fu un mix di contentezza e choc. Dopo un ulteriore appuntamento a Napoli approdammo a Riccione e venimmo trasportate da un treno che ci venne messo a disposizione da Italia 1. Era tutto per noi, caricava le ragazze nelle singole stazioni e una volta arrivate cominciammo a lavorare su canto e ballo, con le coreografie curate da Luca Tommassini.
Furono selezionate 150 candidate, poi avvenne la scrematura. Diventaste 43, 25 e infine 10.
Vivemmo per un periodo tutte assieme. Facevamo le prove sotto casa ed eravamo seguite dai bodyguard. Non potevamo uscire liberamente, eravamo sotto stretta osservazione.
Come fu quel mese di convivenza forzata prima della finalissima?
Condividere gli spazi per me fu stupendo. Io adoro stare in compagnia e non mi è mai pesato. Certo, ci dovemmo abituare ad un’alimentazione rigorosa e ad uno stile di vita sano, ma per il resto fu bellissimo. Con Marcella strinsi immediatamente un forte rapporto, meno con Roberta, Dominique e Marta. C’erano le gemelle di Napoli con cui avevo legato parecchio. Sai, essendo delle stesse zone, fu molto più semplice intenderci. In ogni caso, la scelta finale fu la migliore. Evidentemente avevano individuato le giuste diversità.
Con quale spirito affrontasti l’ultimo atto?
Non ebbi la possibilità di comprendere se ci fosse o meno una favorita, non c’era modo di percepirlo. Eravamo in corsa e nessuno aveva idea di cosa sarebbe potuto accadere. Nella mia testa non facevo ragionamenti, era un’esperienza nuova, non mi rendevo conto di determinate dinamiche. Mi accorsi di avere un carattere più forte rispetto alle altre, tuttavia la performance era un’altra cosa. Non è che vieni premiato se non piangi o se non hai nostalgia di casa. La convinzione di arrivare tra le cinque non la ebbi mai.
Le Lollipop nacquero ufficialmente l’8 marzo 2001.
All’inizio non fu facile. Fummo catapultate al top della fama. Ovunque andavamo ci criticavano, a differenza di ciò che succede oggi con i fuoriusciti da ‘Amici’. Segnammo un cambiamento.
La tua vita subì una rivoluzione.
Avevo vissuto a Caserta fino a quel momento. Non ci sarei più tornata per tanti anni. Avevo da poco conseguito la Maturità e mi ero iscritta a Giurisprudenza, facoltà che però non riuscii a completare per colpa della modifica all’ordinamento che complicò le cose.
L’estate del 2001 fu la vostra estate. Il singolo ‘Down Down Down’ ottenne rapidamente prima il disco d’oro e poi quello di platino.
Furono mesi fantastici. Girammo in tutte le discoteche italiane, partecipammo al Tim Tour, ci ospitarono in tantissime radio. Saltavamo da un posto all’altro, facendo una promozione che ora non si attua più. I fan ci seguivano e attendevano fuori dagli alberghi. L’orgoglio più grande fu coprire tutte le tappe del Festivalbar, quell’anno condotto proprio da Daniele Bossari, che ci aveva accompagnato nell’avventura di ‘Popstars’. Potemmo conoscere le Destiny’s Child, che poi avremmo incrociato nuovamente a Sanremo. Il mio idolo è Beyoncé, puoi immaginare come stessi.
Hai citato Sanremo, dove sbarcaste l’anno seguente.
Rientrò nel piano discografico di Mediaset e della Warner. Ci informarono che c’era questa possibilità e sapevamo a cosa saremmo andate incontro. Anche se non fossimo state d’accordo non avremmo potuto rinunciare.
Cantaste per la prima volta in italiano.
Ci preparammo a lungo negli studi di Roma e nel mese di gennaio ci trasferimmo a Bormio per allenarci. Camminavamo sulla neve per migliorare la respirazione e la resistenza. All’Ariston portammo per la prima volta anche il balletto. Sentimmo le pressioni e forse ci saremmo potute preparare meglio. Era chiaro che non avessimo tutte lo stesso ritmo.
L’impatto fu traumatico. La prima sera stonaste e vi fischiarono.
Se non avessimo steccato, ‘Batte Forte’ non sarebbe stata così longeva. Se ne parla ormai da ventiquattro anni (ride, ndr).
Vi rendeste conto in tempo reale dell’andamento dell’esibizione?
Io me ne accorsi subito, appena cominciarono a cantare Marta e Dominique. Colammo a picco e mille cose non funzionarono. Non sentivamo il coro e non avevamo gli archetti alle orecchie. Nonostante questo, tirammo avanti. Per quel che mi riguarda, ero abituata a variare le tonalità, ma le altre ragazze no.
Una volta abbandonato il palco cosa accadde?
Non reagimmo. La colpa era stata della casa discografica. Se sai che ci sono dei limiti, devi tentare di correggerli. Eravamo giovani, non potevamo pretendere troppo. Ci comunicarono che a sbagliare era stato il coro, però capimmo che l’errore era partito da noi. Ma non potevano incolparci, perché avrebbe significato ammettere che ci avevano spedito al Festival senza preparazione. Al di là del penultimo posto, facemmo comunque molte serate e lavorammo senza sosta. Fu una tragedia fino ad un certo punto.
Approdaste all’Ariston tra i big. Vi sentivate delle ‘abusive’?
Eravamo uscite da una trasmissione e ci attaccarono per questo. Eravamo spiazzate. Anche se avevamo venduto tanto, percepivamo Sanremo come un ambiente a noi sconosciuto. Baudo ci accolse bene, era un professionista esagerato, ma ci sentimmo fuori posto e ciò si verifica quando quello che stai vivendo è troppo importante rispetto alla tua giovane età.
L’esplosione di “Saranno Famosi” influì sull’avvio della parabola discendente?
Andammo ospiti a ‘Saranno Famosi’, Maria De Filippi ci invitò e ci fece raccontare la nostra storia agli allievi. Sicuramente influì, ma la vera causa va trovata altrove. Se fossimo state un team unito, privo di lotte intestine e discussioni su chi fosse la più privilegiata, avremmo potuto fare qualcosa di più, a prescindere dalla crescente concorrenza. Senza problemi e tensioni la casa discografica ci avrebbe magari sostenute maggiormente.
Litigavate spesso?
Dopo Sanremo iniziarono i battibecchi. C’era chi voleva un manager, chi un altro. Poi terminò il contratto e quando si trattò di cominciare a prendere le decisioni in maniera autonoma partirono delle situazioni assurde. Ci facemmo fuori da sole, senza che ci fosse bisogno di ‘Amici’.
Nel 2004 si arrivò alla rottura.
Avvenne dopo vari tentativi di riconciliarci e di scegliere il manager migliore. Dicemmo di no a miliardi di occasioni. Una non voleva fare una cosa, un’altra si opponeva ad altri progetti. Perdemmo un sacco di treni.
Nel 2013 tentaste una prima reunion, senza Dominique.
Uscimmo col singolo ‘Ciao Reload’, prodotto da Mario Fargetta. Non ci fu un seguito per gli stessi motivi del passato: non si andava d’accordo. Qualcuna non aveva bisogno di fare la cantante, ma solo di stare in mezzo. Ogni volta che si provava di tornare al top si presentava una questione che sfasciava tutto. Robe ridicole, del tipo ‘io sono la più bella, io sono la più brava’. Comportamenti davvero infantili.
Non reggeste l’urto.
Non c’era la forza discografica alle nostre spalle e ci accorgemmo che i problemi erano gli stessi di un tempo. Se appena arrivi in sala trucco litighi esattamente come nove anni prima, significa che non hai capito nulla. Non ci sono progetti o idee che tengano, con certi atteggiamenti non puoi andare lontano. Ci scontrammo persino durante la realizzazione del videoclip: c’era chi voleva stare davanti rispetto alle altre.
Nel 2018 ecco l’ennesimo ed ultimo tentativo, stavolta in tre.
Io, Marcella e Marta ci riprovammo e ci producemmo il singolo ‘Ritmo tribale’. Finimmo in classifica nelle varie piattaforme digitali, realizzammo parecchie serate. Poi però le vite vanno avanti, cambiano le priorità e ci siamo riallontanate di nuovo.
Col senno di poi, non sarebbe stato meglio partecipare ad un talent da solista?
Non lo so. L’esperienza da solista sarebbe stata totalmente differente e forse non così bella come quella all’interno di un gruppo. Quando condividi con altre quattro persone l’albergo, il palco e le serate si instaura un altro tipo di confidenza. Se fossi stata da sola, l’ansia sarebbe stata tutta mia. Quando mi è capitato avrei voluto morire. In una band ci sono i litigi, ma anche più allegria.
Siete state delle meteore. Ti ha mai infastidito quest’etichetta?
Per come siamo apparse nel mondo della musica probabilmente lo siamo state. Facemmo il botto in pochissimo tempo, ma forse proprio questo ci ha garantito questo successo longevo. I fan non ne hanno mai abbastanza e ci ricordano in continuazione. Non mi ha mai infastidito questa situazione. In effetti siamo passate dal nulla alla fama. Abbiamo avuto tutto e poi ci siamo interrotte.
Oggi cosa fai?
Dopo un lungo giro per l’Italia, sono rientrata a Caserta. Lavoro nell’attività di famiglia che si occupa di organizzazione di eventi e ho un figlio di 13 anni. Ad ogni modo, continuo a cantare, mi piace il jazz e il soul.
La tv ti ha più cercata?
Mi proposero ‘Tale e Quale’, ma non andai perché non stavo bene fisicamente. Purtroppo non fu possibile, però mi piacerebbe cimentarmi.
Le Lollipop sono un capitolo definitivamente chiuso?
Direi di sì. Nessuna vuole più intraprendere una carriera da professionista. Per forza di cose, ciascuna ha scelto il proprio percorso. Ci sarebbero cose in ballo, ma ormai siamo in tre e non sempre c’è la disponibilità per via degli impegni che abbiamo nella nostra vita quotidiana.