Mr Marra: “Su Giorgia Meloni a Pulp aspettative folli. Non cercavamo il sangue, volevamo dare strumenti”

L’approdo di Giorgia Meloni a Pulp non è stato solo un evento mediatico, ma un test per i nuovi linguaggi della comunicazione politica. Il podcast di Mr. Marra e Fedez ha ospitato la Presidente del Consiglio in un confronto durato poco meno di un'ora che, nonostante l'eccezionalità del caso, ha sollevato un coro di critiche. L'accusa principale è quella della mancanza di un reale contraddittorio, con un registro apparso a molti troppo istituzionale per un contenitore nato come alternativa ai talk show. In quest'intervista a Fanpage.it, Davide Marra risponde punto su punto: rivendica la scelta di darle del "Lei", chiarisce la sua posizione sul referendum e respinge l'idea di una puntata accomodante.
Quest'intervista segna un punto di passaggio perché porta il dibattito politico su un media non tradizionale. Proprio perché il contenitore è diverso, ci si aspettava un linguaggio lontano dai canoni classici. Perché avete scelto un profilo così istituzionale, che quasi sembra ricalcare quello dei talk show?
Stiamo parlando della Presidente del Consiglio in carica in un momento storico estremamente delicato, con uno scenario geopolitico allarmante. Sarebbe stato fuori luogo adottare un registro troppo informale o irriverente. Oltre a questo, c'è stato il problema della gestione dei tempi. Un conto è ospitare Tajani che ti concede due ore, permettendoti di inserire battute o momenti di alleggerimento, un altro è avere a disposizione quaranta minuti contati perché la premier doveva presenziare alla chiusura delle Olimpiadi.
Il commento ricorrente è che ci sia stato poco contraddittorio e che siate stati accomodanti. Sei d'accordo con questa lettura?
Quando hai tempi così stretti, devi necessariamente calibrare l'intervento. Il senso dell'intervista è far parlare l'ospite, altrimenti rischi che il confronto diventi una "caciara" in cui l'intervistatore occupa più spazio dell'intervistato. In più, abbiamo girato a Roma, non eravamo in casa nostra e non abbiamo avuto margine per divagazioni superflue.
Credi che, tra protocollo e location, tu abbia finito per subire involontariamente il peso della sua carica?
Ho semplicemente portato rispetto per il ruolo che ricopre, che è una cosa ben diversa. Il mio approccio è rimasto coerente con le altre interviste: sono estremamente educato con chi ho di fronte, lascio che si esprima, ma se necessario torno sullo stesso punto anche tre volte. È ciò che è accaduto sul tema della campagna referendaria dei partiti (che Marra ha definito "svilente", ndr).
L'hai incalzata più volte su questo punto, eppure molti spettatori avrebbero voluto toni più accesi.
L'ho ribadito in tre momenti diversi, a dieci minuti di distanza l'uno dall'altro, proprio perché percepivo che non mi avesse risposto. Ad ogni modo, per carattere non sono uno che cerca il sangue. Alzo i toni solo se l’intervistato lo fa a sua volta, come accaduto in passato con Gasparri o Vannacci, per necessità di tenere il polso della situazione. Quando il tono dell’ospite è quello mantenuto da Meloni, io di certo non aggredisco. Chi si aspettava lo scontro frontale sbagliava, non è mai stato nei nostri intenti.
C'è da dire che siete stati voi i primi ad alimentare l'attesa attraverso post ad hoc sui social. Non credi che questa narrazione abbia finito per creare un'aspettativa impossibile da soddisfare?
L’aspettativa su questa puntata era oggettivamente incolmabile. Si pretendeva che in meno di un'ora riuscissimo a far rispondere Giorgia Meloni a domande alle quali non risponde da tre anni. Il nostro obiettivo era un altro: offrire un tavolo per il dibattito e fornire gli strumenti necessari a chi guarda per individuare contraddizioni e contestazioni. Una volta messi sul tavolo tutti gli elementi, il lavoro finale di analisi sta allo spettatore.
Tra te e Meloni si è creata una certa affinità, tanto che lei molte volte ti ha dato del "tu" scusandosi poi col sorriso. Hai avvertito questo lapsus come un tentativo di sminuire la tua posizione?
No, assolutamente. L’ho percepita come una volontà di essere informale, si è posta in modo simpatico. Tuttavia ho preferito mantenere il "Lei", non per timore referenziale ma per quel distacco necessario che un’intervista del genere richiede. Solitamente do del tu a persone con una carica solo se c’è stato uno scambio prima della registrazione; in questo caso, invece, abbiamo iniziato a riprendere subito dopo i saluti. Restare sul formale era fondamentale per non dare all'incontro un taglio troppo amichevole, vista la rilevanza dei temi trattati.
Avete detto di aver contattato anche Schlein e Conte senza ricevere risposta. Questa puntata era pensata per ospitare un contraddittorio tra loro e la premier?
No, la nostra idea iniziale era quella di realizzare tre contenuti differenti. Se avessero accettato, avremmo valutato di proporre un confronto, ma l'obiettivo primario era produrre tre interviste singole da pubblicare prima del referendum.
Non vi hanno risposto neanche dopo che, per via delle polemiche, avete offerto loro un intervento in live?
Sulla polemica delle mail inviate all'ultimo voglio essere chiaro: è da una vita che proviamo a portare leader come Salvini, Meloni, Schlein e Conte a Pulp Podcast. In passato abbiamo perfino letto pubblicamente la lista di chi continuava a ignorarci. La conferma di Giorgia Meloni è arrivata solo giovedì scorso e a quel punto abbiamo inviato un ulteriore sollecito agli altri, proprio perché registrando di domenica saremmo andati online a ridosso del voto. Dall'opposizione non abbiamo ricevuto alcun cenno, neanche dopo aver proposto una live. Si sono limitati a prendere tempo dicendo: "Vediamo".
Se l’obiettivo era farle spiegare tecnicamente la riforma, al di là degli slogan, pensi di esserci riuscito?
Sì, perché da noi non ha fatto ricorso agli slogan. È molto semplice: quando le ho contestato alcuni punti della sua campagna, lei ha negato sostenendo di essere sempre rimasta nel merito, anche se io le ho fatto notare che non era affatto così. Eppure, nel corso dell'intervista, ha approfondito i temi tecnici più di quanto faccia altrove.
La scelta di non rendere esplicita la vostra posizione sul referendum è stata consapevole?
Certamente, perché il nostro obiettivo è fornire strumenti a chi ci guarda. Questo non significa nascondere le nostre opinioni o essere neutri; anzi, sono contrario a chi ci definisce tali. Cerco semplicemente di essere onesto intellettualmente. Diamo spazio alle diverse versioni, fermo restando che ognuno di noi ha il suo pensiero. Federico, ad esempio, è più orientato verso il Sì per ragioni legate alla giustizia; io sono più vicino al No per un pessimismo generale verso la politica, il timore che si cambi tutto per non cambiare nulla. Tuttavia, trovo inutile esplicitarlo durante l'intervista: a cosa servirebbe, se non a gratificare l'ego? Abbiamo messo in campo le critiche necessarie e credo che questo basti.